La lunga giornata della sentenza sul crollo del ponte Morandi si chiude ai Giardini Luzzati, nel centro storico della città. È qui che Egle Possetti, insieme agli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino, fa il punto sul verdetto di primo grado pronunciato dal Tribunale e sulle 32 condanne inflitte agli imputati.
È, nelle parole della presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, “un primo spiraglio di luce” dopo quasi otto anni trascorsi a chiedere verità e giustizia per le 43 persone morte il 14 agosto 2018.
Possetti apre ringraziando i legali, la Procura e tutte le persone che hanno lavorato alle indagini e al processo. Un pensiero va anche ai giornalisti italiani e stranieri che hanno seguito negli anni la vicenda. “Un ringraziamento va ai media locali, nazionali ed esteri che ci sono stati vicini. Ci siamo sempre mossi per neutralizzare le prese di posizione che hanno provato a coprire con il fango la verità”, afferma.
La sentenza, per il Comitato, non rappresenta la conclusione del percorso, ma stabilisce un primo punto fermo. “È un primo spiraglio di luce. Ora attendiamo il prosieguo dell’iter processuale, che sarà ancora lungo e faticoso. Con questa sentenza vengono sancite precise responsabilità in capo a specifiche figure, è stato bocciato un sistema gestionale fallimentare e sono stati giudicati anche i responsabili dei controlli pubblici, perché nessun controllore ha bloccato il manovratore”.
Possetti rivendica soprattutto il fatto che il Tribunale abbia esaminato separatamente le singole posizioni, individuando responsabilità personali all’interno delle diverse strutture coinvolte. “Siamo soddisfatti delle condanne emerse oggi. La parte più importante è stata individuare le singole responsabilità nei singoli ruoli. Ogni imputato condannato ha avuto un coinvolgimento proporzionale nel disastro”.
Per la presidente del Comitato, il dispositivo supera anche le ricostruzioni che per anni avrebbero cercato di ricondurre il cedimento a un evento imprevedibile o a elementi esterni. “Oggi crolla la cortina di fumo che fin dall’inizio ha aleggiato sulla verità. Non è ancora il capolinea. Questa prima sentenza mette un punto fermo alle elucubrazioni tecniche: difetti costruttivi, bobine, fulmini. Ci sono state pesanti carenze nella gestione e 43 persone hanno pagato con la vita”.
L’auspicio è che il procedimento possa proseguire senza rallentamenti davanti alla Corte d’Appello e successivamente in Cassazione, confermando le responsabilità riconosciute in primo grado.
Uno dei passaggi centrali dell’intervento di Possetti riguarda la responsabilità dei vertici aziendali e, in particolare, il rapporto tra deleghe e obblighi di controllo. “Per noi è importantissimo che sia emerso questo. Un amministratore delegato può dare delle deleghe, ma il suo ruolo prevede anche un’attività di controllo. Non può disinteressarsi completamente di ciò che ha delegato, perché è chiaro che un amministratore delegato non può sapere fare tutto, ma deve comunque vigilare”.
Per la presidente del Comitato, alle retribuzioni e al potere riconosciuti alle figure apicali devono corrispondere responsabilità altrettanto rilevanti. “Ci sono ruoli apicali che hanno compensazioni economiche proporzionali alla difficoltà del compito, ma devono avere anche gli oneri. Come diciamo da tanto tempo, non possiamo avere soltanto gli onori: dobbiamo avere anche gli oneri. Nessuno è obbligato ad assumersi responsabilità di quel tipo”.
Il messaggio, rivolto al mondo delle imprese, è che il profitto non possa essere considerato l’unico criterio attraverso il quale compiere le scelte aziendali. “Mettere determinate priorità nelle scelte aziendali deve diventare un obbligo. Non si può decidere che l’unico obiettivo siano gli utili. In molte aziende, purtroppo, in questi anni è avvenuto proprio questo. L’utile è uno degli obiettivi, ma non deve essere l’unico”.
Possetti torna sullo stato d’animo dei familiari. Il termine “soddisfatti” può descrivere il giudizio sull’esito processuale, ma non la condizione di chi ha perso una persona cara. “Siamo soddisfatti perché riteniamo siano stati rispettati i nostri desiderata rispetto all’impianto accusatorio. Come ha spiegato il nostro avvocato, l’impianto ha retto e questo è fondamentale”.
La strada, tuttavia, resta lunga. “Non cantiamo vittoria e non la canteremo neanche alla fine, perché per noi in questa situazione una vittoria non può esserci. Non possiamo vedere tornare a casa i nostri familiari”.
Ciò che resta possibile, aggiunge, è fare in modo che dal crollo e dal processo nasca un cambiamento concreto. “Quello che ci interessa è che da questa tragedia derivino degli insegnamenti. Crediamo che oggi si sia andati in quella direzione”.
Particolarmente importante, per il Comitato, è il riconoscimento di responsabilità anche all’interno della struttura pubblica incaricata di vigilare sul concessionario.
Possetti richiama le modalità con cui vennero gestite le privatizzazioni nel settore autostradale e l’assenza, a suo giudizio, di un’autorità dotata di competenze e poteri di controllo chiaramente definiti. “In altri settori le privatizzazioni sono state gestite in modo diverso. In questo caso è mancata completamente una forma di controllo, un’autorità che avesse incombenze e compiti ben definiti”.
La presidente ricorda i rapporti trasmessi da Autostrade al ministero, descritti durante il processo come sostanzialmente identici da un anno all’altro. “Ricordiamoci dei rapporti fotocopia che Autostrade passava al ministero: magari erano identici a quelli dell’anno precedente e nessuno si è mai preoccupato di fare una verifica seria”.
Per i familiari, il fatto che la rete fosse stata affidata a un concessionario privato non liberava lo Stato dai propri obblighi. “Il fatto che questi fossero beni pubblici non significa che lo Stato, che ne è proprietario, potesse abbandonarli. Sono beni nostri, dei cittadini, pagati con il lavoro e i sacrifici di tante persone nel corso dei decenni. E questi beni sono stati distrutti”.
Il passaggio più personale arriva quando Possetti racconta la sensazione provata nelle ore successive al disastro. “Quando è crollato il ponte, per noi è crollata completamente anche la fiducia nello Stato. La mia prima sensazione è stata: com’è possibile che sia crollato un ponte?”.
Poi sono iniziate le letture, le testimonianze, la comprensione di quanto era accaduto. “Quando inizi a leggere, sentire e vedere, capisci quello che è avvenuto e pensi di avere perso ogni fiducia. Poi, però, vedi che esistono persone che svolgono indagini approfondite, che si mettono a lavorare pancia a terra, e capisci che c’è anche una parte dello Stato che non è così”.
Per Possetti, vedere la reazione degli investigatori e dei magistrati è stato fondamentale anche dal punto di vista emotivo. “È stato il passaggio più importante per tenerci vivi emotivamente: vedere che c’era una reazione”.
La presidente del Comitato ricorda in particolare l’impegno del sostituto procuratore Massimo Terrile, recentemente scomparso, che lavorò all’inchiesta fin dai primi giorni. “Il lavoro della Procura è stato encomiabile. Sappiamo che il dottor Terrile, nei primi due mesi dopo il crollo, ha lavorato ogni sabato e ogni domenica, senza prendersi un giorno di riposo, perché le indagini dovevano andare avanti rapidamente. Sapere queste cose ci ha fatto riacquistare un po’ di fiducia”.
L’avvocato Raffaele Caruso, che assiste alcune famiglie e il Comitato, sottolinea il valore delle condanne pronunciate anche nel filone relativo al ministero delle Infrastrutture. “Il fatto che siano state condannate una figura apicale del ministero e una appartenente alla sua articolazione territoriale è importante, perché riporta al senso di abbandono da parte dello Stato”, afferma.
Secondo Caruso, il soggetto pubblico aveva il compito di vigilare sul concessionario, ma non lo avrebbe esercitato in modo efficace. “Lo Stato doveva controllare, non ha controllato il concessionario e ha reso possibile questa tragedia. L’individuazione delle responsabilità per questi imputati va in questa direzione”.
Il verdetto contiene quindi, secondo il legale, un richiamo rivolto alle istituzioni. “Lo Stato deve tornare al proprio ruolo di controllo di fronte a un concessionario privato che legittimamente ricerca un profitto maggiore. Se le strutture non sono sufficienti, lo Stato deve attrezzarsi con strutture adeguate”.
Per Caruso, alla base del disastro ci sarebbe stato anche un forte squilibrio tra chi gestiva la rete e chi avrebbe dovuto vigilarla. “A nostro avviso lo squilibrio tra concessionario e concedente è la causa remota di questo crollo. Speriamo che la sentenza dia un segnale forte anche sotto questo punto di vista”.
Prima di stabilire le successive iniziative, il Comitato attenderà il deposito delle motivazioni della sentenza. “Valuteremo tutto attentamente dopo avere letto la sentenza e le motivazioni”, spiega Possetti, annunciando anche l’intenzione di intervenire nel dibattito sulla responsabilità degli amministratori delle società. “Il confronto pubblico in corso è incanalato in una direzione che non condividiamo minimamente. L’idea che si sta affacciando sulla necessità di tutelare maggiormente la responsabilità personale degli amministratori è, a nostro avviso, sbagliata”.
Possetti ripete ancora una volta di essere soddisfatta, pur riconoscendo che sia una parola difficile da utilizzare davanti a una tragedia di queste dimensioni. “Quando ho visto Raffaele sorridere, ho capito che era andata bene”.






