Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Trovare lavoro non è mai stato semplice, ma per chi si affaccia oggi al mondo professionale la sensazione è che la strada sia diventata sempre più complicata. Un tempo sembrava bastare una laurea per distinguersi, poi sono arrivati master, corsi di specializzazione, certificazioni e competenze aggiuntive. Oggi, invece, anche dopo aver investito anni nella propria formazione, non è detto che si riesca a trovare un posto. E quando si è alle prime armi, la domanda diventa inevitabile: se nessuno è disposto ad assumermi perché non ho esperienza, come posso iniziare a costruirmela?
Il primo ostacolo è spesso il curriculum. Come si scrive quello giusto? Meglio puntare su un documento semplice e professionale oppure provare a renderlo graficamente più accattivante? Conviene inserire tutte le esperienze, anche quelle che sembrano poco rilevanti, oppure selezionare soltanto quelle più vicine alla posizione desiderata? E ancora, è meglio preparare un unico curriculum da inviare ovunque o modificarlo ogni volta in base all’annuncio? C’è chi passa ore a sistemare ogni dettaglio, chi cerca modelli online, chi prova a mettere in evidenza le competenze e chi cambia continuamente la presentazione delle proprie esperienze per adattarsi alle richieste delle aziende. Tutti tentativi comprensibili, soprattutto quando si ha la sensazione che basti un piccolo errore per essere esclusi ancora prima di un colloquio.
Poi arriva il momento di inviare la candidatura. Una, dieci, cinquanta, cento. Si controlla la posta elettronica, si aspetta una telefonata, si apre LinkedIn per vedere se ci sono aggiornamenti. E spesso non arriva niente. Nessuna risposta, nessun colloquio, nemmeno una comunicazione per dire che la candidatura non è andata a buon fine. Il silenzio diventa una parte della ricerca, al punto che si finisce quasi per abituarsi a non ricevere riscontri. Naturalmente non tutte le candidature possono ricevere una risposta individuale e non sempre l’assenza di un contatto dipende dalla qualità del curriculum. Le aziende possono ricevere moltissime richieste, cercare competenze specifiche o avere già individuato altri profili. Ma per chi sta cercando di entrare nel mondo del lavoro, mandare decine di candidature senza sapere che cosa non abbia funzionato può diventare frustrante. Si comincia a mettere in discussione il proprio percorso, le proprie capacità e persino le scelte fatte negli anni precedenti.
Eppure il problema non riguarda soltanto il modo in cui ci si presenta. Basta leggere molti annunci di lavoro per incontrare una contraddizione che si ripete continuamente: le aziende cercano figure junior, ma chiedono almeno due anni di esperienza nel settore. Si cercano giovani professionisti, possibilmente già autonomi, capaci di gestire attività e strumenti specifici, pronti a inserirsi immediatamente nel gruppo di lavoro. In altre parole, persone all’inizio della carriera che abbiano già maturato una buona parte dell’esperienza che dovrebbero acquisire proprio iniziando a lavorare. Ed è qui che nasce la domanda più semplice, ma anche la più difficile da ignorare: come si può avere esperienza se nessuno offre la possibilità di farla?
Per chi ha appena terminato l’università o un percorso di formazione, questa contraddizione è particolarmente evidente. Si trascorrono anni sui libri, si sostengono esami, si preparano progetti e magari si svolgono tirocini, con l’idea che tutto questo possa aiutare a trovare una prima occupazione. Poi, una volta entrati nel mercato del lavoro, si scopre che la formazione non sempre basta e che viene richiesta un’esperienza professionale che, inevitabilmente, deve pur cominciare da qualche parte.
Il punto non è sostenere che le aziende debbano rinunciare a ogni requisito o assumere chiunque senza valutare le competenze. Un certo livello di preparazione è necessario e alcune posizioni richiedono davvero esperienza. Ma se anche gli annunci rivolti ai profili junior diventano liste di requisiti difficili da soddisfare per chi è all’inizio, il rischio è quello di restringere sempre di più le opportunità per chi cerca di entrare nel settore. Un giovane può avere buone basi teoriche, voglia di imparare, capacità di adattamento e competenze aggiornate, ma senza una prima occasione tutte queste qualità rischiano di restare soltanto parole scritte sul curriculum.
A rendere il quadro ancora più complicato ci sono gli stipendi e le condizioni proposte. Non è raro imbattersi in offerte che chiedono una grande disponibilità, competenze diverse tra loro, responsabilità e flessibilità, senza che la retribuzione sembri proporzionata all’impegno richiesto. In alcuni casi si cerca una persona che sappia occuparsi contemporaneamente di comunicazione, social media, grafica, aggiornamento dei siti, attività commerciali e assistenza ai clienti, come se un’unica figura potesse sostituire un intero gruppo di lavoro.
Per chi ha bisogno di iniziare, il dilemma è concreto. Si accetta un’offerta poco soddisfacente per ottenere esperienza e aggiungere una voce al curriculum oppure si aspetta un’opportunità più adeguata, con il rischio di continuare a cercare per mesi? Non tutti possono permettersi di rifiutare un lavoro in attesa di quello ideale. Ci sono affitti, spese e necessità quotidiane da affrontare, e non sempre è possibile scegliere liberamente quanto aspettare.
È proprio per questo che parlare di lavoro non significa soltanto parlare di ambizioni professionali. Significa parlare anche di autonomia, indipendenza economica e possibilità di costruirsi una vita. Quando le opportunità disponibili non sembrano offrire condizioni sostenibili, la difficoltà non riguarda più soltanto il desiderio di trovare il lavoro dei propri sogni, ma la possibilità concreta di cominciare.
Anche le modalità di lavoro contribuiscono alla confusione. Da anni si parla di flessibilità, lavoro ibrido e possibilità di conciliare meglio gli impegni personali e professionali. Eppure, leggendo alcuni annunci, non sempre è chiaro che cosa intendano davvero le aziende quando indicano una posizione come ibrida. Quanti giorni si lavora da casa? È prevista una presenza fissa in ufficio? La flessibilità dipende dal ruolo, dalle esigenze del gruppo o dalla decisione del responsabile?
A volte la descrizione sembra promettere una modalità di lavoro flessibile, ma durante il colloquio emerge che la presenza in ufficio è richiesta quasi sempre. In altri casi, le informazioni sono così vaghe da costringere il candidato a chiedere chiarimenti soltanto dopo aver già investito tempo nella candidatura. Non significa che il lavoro ibrido debba essere garantito per ogni posizione: alcune attività richiedono necessariamente una presenza costante. Il problema è la mancanza di chiarezza. Se un’azienda cerca una persona disponibile a lavorare prevalentemente in sede, dovrebbe comunicarlo con precisione, senza lasciare intendere condizioni diverse.
La trasparenza, del resto, dovrebbe essere reciproca. Alle persone che si candidano viene chiesto di presentare competenze, esperienze, aspettative e disponibilità; allo stesso modo, sarebbe utile che gli annunci spiegassero con chiarezza le mansioni, i requisiti realmente necessari, la retribuzione prevista e l’organizzazione del lavoro. Un annuncio dovrebbe aiutare entrambe le parti a capire se esistono le condizioni per una collaborazione, non trasformarsi in un elenco di promesse da chiarire soltanto alla fine del percorso di selezione.
E mentre la ricerca continua, c’è anche un aspetto meno visibile, ma importante: il peso psicologico di sentirsi costantemente in attesa di un’occasione. Si vede qualcuno che ha già trovato lavoro, un ex compagno di università che comincia una nuova esperienza, un amico che pubblica su LinkedIn il proprio nuovo incarico. E, anche senza volerlo, si finisce per confrontare i percorsi. Ci si domanda se si sia rimasti indietro, se si sia studiato abbastanza o se si stia sbagliando qualcosa.
Ma trovare lavoro non dipende esclusivamente dall’impegno individuale. Contano le competenze, certo, ma anche il settore, il territorio, il numero di posizioni disponibili, i criteri di selezione e le condizioni offerte. Ridurre tutto alla capacità di scrivere un buon curriculum o di presentarsi bene a un colloquio significa ignorare una parte importante del problema.
Chi è alle prime armi non pretende necessariamente un posto di responsabilità senza aver fatto esperienza, né si aspetta che ogni azienda rinunci ai propri criteri di selezione. Chiede la possibilità di cominciare, di imparare facendo, di acquisire competenze e di dimostrare quello che sa fare. Chiede che la parola junior indichi davvero una persona all’inizio del percorso, non un professionista già formato che deve soltanto accettare uno stipendio più basso.
Perché non si può continuare a chiedere ai giovani di studiare, specializzarsi, aggiornarsi e accumulare competenze, per poi domandare loro anche un’esperienza che nessuno ha dato loro modo di maturare. La formazione è importante, ma non può sostituire all’infinito un’occasione concreta. E un mercato del lavoro che vuole persone preparate deve anche creare le condizioni perché possano diventarlo.
Il primo lavoro non dovrebbe essere una prova di resistenza da superare dopo mesi di candidature senza risposta, offerte poco chiare e requisiti impossibili da soddisfare. Dovrebbe essere l’inizio di un percorso in cui entrambe le parti hanno qualcosa da costruire. Perché a chi cerca lavoro non serve sentirsi ripetere continuamente che deve fare esperienza: serve qualcuno disposto a offrirgli la possibilità di cominciare.










