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Interviste | 14 luglio 2019, 17:43

Cristina Marconi, buona la ‘prima’: il suo romanzo su Brexit e millennials sfonda

La giornalista e scrittrice parla del suo libro d’esordio domani sera (lunedì 15 luglio) a Chiavari. Sabato 20 ritirerà il Premio Rapallo Opera Prima: “Racconto il disagio dei giovani, l’Italia rende poco merito alle loro capacità”

Cristina Marconi, buona la ‘prima’: il suo romanzo su Brexit e millennials sfonda

L’uscita del Regno Unito dall’Europa, l’ormai arcinota Brexit, è già da sola un lungo e ricchissimo romanzo d’attualità. Una storia con dentro la Brexit, di fantasia ma poi non troppo, è talmente affascinante da andare via pagina dopo pagina, frase dopo frase, riga dopo riga.

Il libro d’esordio di Cristina Marconi, giornalista che si è cimentata con ottimi risultati nella scrittura e nel ‘lungo periodo’, è talmente bello che vorresti subito dimenticarlo, una volta finito. Per riprenderlo nuovamente in mano, riaprirlo e rileggerlo come se niente fosse. Anche ricomprarlo, al limite, perché la simpatica collega, che da otto anni vive e lavora a Londra, lo merita ampiamente.

Con il suo ‘Città irreale’, edito da Ponte alle Grazie, Cristina Marconi ha avuto consensi enormi: è stata candidata per il Premio Strega, ha avuto una prestigiosa presentazione all’Istituto Italiano di Cultura della capitale inglese - oltre a moltissime altre in giro per l’Italia - e, di recente, ha vinto il Premio Rapallo per la Donna Scrittrice nella categoria Opera Prima.

L’autrice lo ritirerà, dalle mani degli organizzatori - il bravo e instancabile Pier Antonio Zannoni, per anni giornalista della Rai, che da trentacinque edizioni porta avanti con passione questa importante iniziativa culturale – il prossimo sabato 20 luglio, dalle ore 21, nel Teatro all’Aperto di Villa Tigullio a Rapallo.

Come ‘assaggio’ di quella serata, domani sera (lunedì 15 luglio) alle ore 21, la Marconi sarà a Chiavari, ospite del settimanale online ‘Piazza Levante’ e del Giardino dei Lettori della Società Economica di Chiavari. L’appuntamento, a ingresso libero (ingresso da via Ravaschieri 15), sarà arricchito dalla musica di Giulia Cancedda.

In caso di pioggia, l’evento si terrà ugualmente, al coperto, nell’attigua Sala Ghio Schiffini.

‘Città irreale’ è il nome con cui la scrittrice chiama Londra, suo domicilio d’elezione (e di lavoro) dopo aver fatto la giornalista anche a Roma, a Parigi e a Bruxelles. Cristina, profonda conoscitrice di tematiche europee, ma che ama soprattutto raccontare le storie e i personaggi, scrive di politica, economia e cultura per ‘Il Messaggero’, ‘Il Foglio’ e altre testate. Si è laureata in Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. ‘Città irreale’, scritto in prima persona, racconta di Alina, una ragazza romana che, a un certo punto della propria vita, molla tutto per andare all’estero.


Sembra un po’ la sua stessa vita.

“In parte. Ma in parte anche no. Io ho lavorato per molti anni per un’importante agenzia di stampa, a Bruxelles. Poi, appena prima che scoppiasse la Brexit, ho deciso di lasciare quel lavoro e di mettermi a fare la freelance. Da otto anni vivo a Londra. Certamente, la mia esperienza qui ha fatto nascere quello che definisco un romanzo di formazione e di libera circolazione. L’ho chiamata Alina, la protagonista. È un personaggio di fantasia, ma neanche troppo, perché di Aline, in questi anni, ne ho conosciute moltissime”.


Che cosa fa il suo personaggio?

“Alina lascia Roma quando ha 26 anni. Non perché non abbia un lavoro, ma perché la città inizia a starle stretta. Lei avrebbe pure un buon impiego, con buone possibilità di carriera, ma è l’ambiente che non funziona. Ho voluto raccontare questa storia con una profonda introspezione psicologica. Non tanto i ragazzi che partono senza nulla, ma quelli che rinunciano a qualcosa, e che, secondo me, sono ancora più coraggiosi. Alina ha voglia di cambiare, di sentirsi invisibile per qualche tempo, di affrontare nuove sfide. Anche di retrocedere, al limite, ma di poterlo fare in un altro contesto, lontana da legami che inizia a vivere troppo male”.


Lei lo chiama ‘lo spreco degli anni giovani’. Perché spreco?

“Perché l’Italia non sa valorizzare le proprie risorse. Se le lascia scappare. In Italia, se sei bravo e hai 25 anni, rimani comunque un pischello. È una società molto gerarchizzata. Appena esci fuori e vai all’estero, ti rendi conto che è tutto diverso. I giovani sono tenuti in grande considerazione, non tanto per il fatto di essere dei fenomeni. A volte, solo per il fatto che hanno grandissime energie. Eppure, specie in Inghilterra, si immettono in una società che è profondamente classista. Ma l’atteggiamento di partenza qui è completamente diverso. Io questo spreco degli anni giovani l’ho sentito moltissimo: per questo sono andata via da Roma, e ormai da moltissimi anni vivo all’estero”.


Si aspettava questo grande successo per il romanzo?

“Io sapevo che questa storia sarebbe piaciuta. Anche perché vi avevo riposto grandi ambizioni, ci tenevo moltissimo a raccontarla. Non tanto per me, ma per tutte le persone come Alina che avevo conosciuto e che, secondo me, non erano state narrate a dovere. È un romanzo con una protagonista, ma in fondo è un romanzo collettivo, di una generazione in marcia. Il lavoro ha funzionato moltissimo anche perché l’ho portato avanti insieme a Vincenzo Ostuni, che è un grande poeta e uno dei migliori editor che ci sono in Italia”.


Come fa una giornalista, abituata all’articolo breve, a scrivere una storia così ampia?

“È un tipo di scrittura completamente differente. Io mi sono messa anche a studiare, per poterlo fare. La scrittura mi ha sempre accompagnato, sin dai tempi della Normale di Pisa e degli studi in Filosofia. Poi, per lavoro ho sempre scritto articoli. Ma la storia è venuta fuori praticamente da sola. Certo, i consigli dell’editor sono fondamentali. Una cosa ho notato particolarmente. Che i giornalisti, quando scrivono, tendono molto a spiegare. È una deformazione professionale. Lo scrittore, invece, dev’essere più libero, libero di creare, di lasciare molto all’immaginazione”.


La Brexit, rispetto al romanzo, sta a cavallo: la storia inizia prima, ma va avanti dopo. Invece la storia, quella vera, come andrà a finire secondo lei?

“Io non credo, come scrivono certi media, che gli inglesi, se potessero, tornerebbero indietro. Se si va nelle piccole città o nelle campagne, si avverte che non è così. Non è che si sono pentiti del voto sulla Brexit. È che si sta cercando la maniera di gestirla. Chiaramente è un percorso ora fatto di rinunce. Qualcosa dovrà cambiare. Theresa May non è stata probabilmente all’altezza. I cittadini vogliono un personaggio ‘fumino’ come Boris Johnson, per vedere se riuscirà a fare qualche gioco di prestigio. Resta una certezza: che la Brexit ormai va fatta. Non si può tornare indietro su un voto, sarebbe anche gravemente illegittimo. Poi, potrebbe essere avviato un processo per rientrare, in qualche modo. Ma ogni stagione ha il suo tempo”.


Scriverà altri romanzi?

“Ci sto pensando. È la cosa più bella che ho fatto sinora con il lavoro. Alla mattina mi sveglio con i messaggi dei lettori, che mi dicono che sono rimasti svegli la notte per leggermi. È una splendida sensazione. Quando passerà questa ‘sbronza’, voglio che rimanga qualcosa di positivo”.


Come sta l’ambiente dei media in Inghilterra?

“Qui la battaglia per tenersi i lettori è stata vinta. I grossi gruppi editoriali hanno lottato con tutte le loro energie, ma hanno saputo trasformarsi. In Italia questo processo l’ho visto fare meno”.

Alberto Bruzzone

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