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Cultura | 07 ottobre 2019, 18:00

Roberta Trucco presenta a Genova “Il mio nome è Maria Maddalena”, il romanzo sulla maternità surrogata

Presentazione martedì 8 ottobre alle 18 alla Feltrinelli con Grazia Francescato, Paola Mordiglia e Lisa Galantini

Roberta Trucco presenta a Genova “Il mio nome è Maria Maddalena”, il romanzo sulla maternità surrogata

Ama definirsi una “femminista tardiva”, è cattolica, ha 4 figli e ha fondato, a Genova, la sua città, il comitato “Se non ora quando”. È Roberta Trucco, già curatrice, con Cristina Guarrieri, del saggio di Teresa Forcades “Siamo tutti diversi!” (Castelvecchi) e autrice di articoli per “La 27ora” del Corriere della Sera, che esordisce col suo primo romanzo “Il mio nome è Maria Maddalena” (Marlin editore). Si tratta di un libro che tocca un tema delicato e quanto mai  attuale come quello dell’”utero in affitto” o maternità surrogata, che, secondo l’autrice, rischia di diventare “la schiavitù del terzo millennio” e l’abbaglio secondo cui “un ovulo possa determinare il nostro potere e quanto valiamo”. Insomma, autoderminazione femminile sì, ma commercializzazione del corpo no.

E appunto la protagonista è Maria Maddalena, una ragazza che in una Los Angeles priva di scrupoli, accetta di firmare un contratto per fare da madre surrogata ad una coppia di omosessuali; quando questi decidono, e il contratto glielo consente, di farle abortire uno dei due gemelli che porta in grembo, il suo istinto più vero si ribella e scappa in Amazzonia. Proprio quell’Amazzonia quanto mai attuale, distrutta da incendi e deforestazioni di oggi, che rappresenta insieme un ritorno alle origini primigenie e una metafora del corpo femminile: “la terra viene sfruttata dalla visione occidentale, ne abbiamo ridotto la biodiversità, distrutto i semi, e lo stesso rischia di avviene con la maternità surrogata”.

“Il mio nome è Maria Maddalena” sarà presentato martedì 8 ottobre alle ore 18 alla libreria Feltrinelli in Via Ceccardi; con l’autrice Grazia Francescato e Paola Mordiglia, mentre le letture sono affidate all’attrice Lisa Galantini.

 

Perché la scelta di questo tema?

Perché da quando mi ci sono imbattuta, alcuni anni fa, l’impatto è stato viscerale. So che si tratta di un tema che crea grande conflitto, perché tocca desideri, anche legittimi – e ci sono femministe che la pensano in modo diverso dal mio - ma nel 2014 ho firmato un appello per l'abolizione universale della maternità surrogata e ho intervistato diverse persone sull’argomento. Mi è servito anche per capire perché questo argomento abbia avuto un impatto così forte su di me, e ho compreso che scrivere, lasciando libera la fantasia, era un modo per fare emergere dall’inconscio la motivazione. Questo mi ha tenuto tenacemente legata al progetto di scrittura, anche se inizialmente il romanzo era nato come sceneggiatura di un film, su impulso della regista Ilaria Borrelli.

Da femminista cattolica qual è la tua posizione sull’autodeterminazione femminile?

Quando nel 2014 noi di “Se Non Ora Quando” siamo state al Parlamento italiano per dibattere sulla maternità surrogata, erano presenti politiche e intellettuali, da Susanna Tamaro a Cristina Gramolini di Arcilesbica nazionale, da Mara Carfagna a Fabrizia Giuliani ed Emma Fattorini, perché si tratta di un tema trasversale che a me personalmente, da femminista atipica, cattolica, credente ha tirato addosso molto critiche, essendo stata tacciata di integralismo cattolico e addirittura di essere vicina alle idee di Adinolfi e Salvini. In realtà sono molto lontana da loro, in quanto il loro no alla maternità surrogata è fasullo: dal punto di vista legislativo non hanno fatto niente e ritengo che a loro interessi il controllo del corpo della donna per tenerla a casa, mentre io sono a favore dell’autodeterminazione femminile e quindi anche della Legge 194 sull’aborto.

 

A chi si rivolge questo romanzo?

Non sono certo la prima ad aver scritto di maternità surrogata, Luisa Muraro e altri ne hanno scritto saggi prima di me, ma attraverso questa storia vorrei raggiungere il maggior numero di persone possibile e anche rivolgermi alle mie figlie – ne ho tre e un maschio - e ai ragazzi giovani, che devono capire quanto conta la loro collaborazione nel progetto di un figlio. Questo perché sono preoccupata per il messaggio che la società lancia, perché sembra dirti che un ovulo vale quanto o più della persona, di chi ci mette il corpo, con la sua vita e le sue relazioni. Il rischio è che finiscano col chiedere la donazione degli ovuli come si fa col sangue. E poi volevo fosse un dibattito pubblico, come ho già fatto parlando di questo tema a Piacenza al Festival dei Diritti. Le persone devono saperne di più, se ne parla poco e in campi del sapere molto parcellizzati e chiusi. La legge, la scienza, la medicina e lo bioetica decidono per la gente comune, che non è abbastanza informata.

Il romanzo si svolge in Usa e in Amazzonia, luogo simbolico, ma anche al centro della cronaca mondiale per la deforestazione.

Sì, in tempi, per così dire non sospetti, ho iniziato a scrivere sull’Amazzonia e nel romanzo cito un libro molto bello, “Il concetto del continuum” di Jean Liedloff, che in Amazzonia elabora questa teoria in cui sostiene che è una necessità biologica non separare la madre dal bambino fin dai primi istanti di vita e lo fa osservando come vivono le popolazioni indigene della foresta primigenia, dove regna l’armonia, e i bambini crescono in autonomia, senza essere aggressivi né competitivi e di cui si occupa realmente la comunità. Quindi la mia protagonista torna alle origini, nel ventre della foresta amazzonica, che è il ventre che accoglie tutti, è il ”continuum” antico grazie a cui capisce cosa deve fare. E in un certo senso la storia rappresenta lo sguardo degli occidentali verso la terra, che è come un corpo da sfruttare. L’abbiamo depauperata con le colture intensive, riducendo la biodiversità laddove il seme le si adattava: ora succede la stessa cosa con la maternità surrogata, per cui si seleziona il corpo giusto in cui introdurre il seme giusto. Così facendo facciamo scomparire la diversità e intanto diciamo alle donne di mettersi sul mercato e facciamo loro credere di valere in base al corpo, all’ovulo: non sono un corpo o un ovulo a darci potere. Io voglio allontanarmi dal neoliberismo del potere, che è quello che credo stiano facendo tanti giovani con i loro movimenti.

Perché la protagonista si chiama Maria Maddalena?

Per onorare lei, Apostola degli Apostoli, perché il mio femminismo nasce da nuova narrazione di Maria Maddalena. Anche il Papa ha promosso il 22 luglio come festa riconoscendola Apostolo. Lei è stata una donna che ha dimostrato grande autonomia e autoderminazione nel seguire Gesù; non era una prostituta - e nei Vangeli non è scritto -, ma una donna facoltosa di Magdala, che commerciava, e che quindi era fuori dal comune. Una donna che si è autodeterminata e questo è quello che mi piace. La mia protagonista ricerca l’autodeterminazione anche nel confronto con quello che noi occidentali reputiamo diversi, primitivi e non evoluti, ma che hanno il diritto di non essere omologati e di mantenere l’identità; non a caso la Chiesa si sta interrogando sull’evangelizzazione violenta dell’Amazzonia.

 

A proposito di Chiesa, anche il personaggio di Suor Anna ha un ruolo importante.

Sì, la mia Suor Anna vive nella missione in Amazzonia ed è un personaggio inventato, come la missione stessa e il rito finale del romanzo, ma ho scoperto che pur avendola immaginata esiste davvero, perché ci sono monache che sono delle visionarie incredibili. Le ho conosciute durante un convegno di donne e suore a Roma, che mirano a portare le donne a livelli decisionali nella Chiesa; hanno manifestato davanti alla porta del Sinodo in Amazzonia, dove votano tutti tranne loro. È lì che ho trovato un femminismo straordinario, come quello incarnato da Suor Anna moderna e progressista, ho provato che esiste. Il paradosso della Chiesa cattolica, struttura misogina patriarcale, è aver avuto e avere al loro interno donne straordinarie, che però sui pulpiti, maschili, non sono raccontate, ma che esistono.

Medea Garrone

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