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Cronaca | 22 luglio 2020, 14:32

Dall’ospedale Gaslini la dimostrazione che bambini immunodepressi non sono a rischio covid

Cambia il destino terapeutico di migliaia di pazienti con malattia immunologica ed autoimmune

Dall’ospedale Gaslini la dimostrazione che bambini immunodepressi non sono a rischio covid

L’equipe nefrologica dell’ospedale Gaslini di Genova dimostra per la prima volta a livello internazionale che bambini immunodepressi per trattamento cronico di malattia renale severa non hanno un rischio aumentato di contrarre il covid, molte comuni pratiche terapeutiche hanno dovuto subire delle necessarie rettifiche; in campo nefrologico non era chiaro se le terapie immunosoppressive potessero predisporre a contrarre l'infezione o a sviluppare una malattia più grave.

“Un effetto collaterale della pandemia - spiega Gian Marco Ghiggeri, direttore dell’Uoc nefrologia del Gaslini - è l’aver ridotto le cure dei pazienti con malattia immunologica ed autoimmune nella convinzione che le stesse aumentassero il rischio e la severità dell’infezione da covid, si calcola che circa un milione di persone nel mondo siano a rischio di sotto-trattamento e riaccensione della malattia da cui sono affetti; la convinzione, non provata scientificamente, diffusa fra gli specialisti del settore rischia di produrre danni in termini di salute quasi paragonabili all’infezione stessa”.

I nefrologi utilizzano terapie immunosoppressive che hanno un lungo effetto nel tempo, il Gaslini fin dall’inizio della pandemia ha creato due osservatori sui pazienti italiani pubblicati sulle riviste delle società americane di nefrologia e di trapianto; sono stati selezionati in maniera ‘unbiased’ 300 bambini e giovani adulti dei quali 159 trattati con anticorpi per sindrome nefrosica dipendente ai farmaci, e 160 con trapianto renale trattati con immunodepressione standard per prevenire il rigetto. In nessun caso, e pur avendo avuto sette pazienti che avevano convissuto con famigliari affetti da covid, s’è potuto diagnosticare la malattia negli osservati dimostrando la sostanziale resistenza al virus pur in presenza di importante immunodepressione.

“Lo studio - conclude Ghiggeri - permette di stabilire che durante il periodo covid è possibile usare immunodepressioni senza aumentare minimamente il rischio di contrarre il coronavirus, si può ipotizzare che abbiano addirittura un ruolo protettivo; tale dimostrazione, definita dalla stampa scientifica internazionale come eccellente, cambierà il destino terapeutico di molti pazienti che riprenderanno un adeguato trattamento come la severità delle malattie di base richiede”.

Redazione

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