Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
Il portone di vico Angeli 21r, tra via Garibaldi e via della Maddalena, che ospita la sede di Sc’art! si riconosce subito: ci sono bandiere colorate, scritte alle finestre, frammenti di quel che poi si potrà trovare all’interno del locale.
“L’associazione è nata nel maggio 2013 da un gruppo di donne che si sono ritrovate su alcuni ideali comuni - spiega Etta Rapallo, una delle fondatrici -. Uno su tutti: l’attenzione all’ambiente, l’educazione ambientale e la sensibilità civica contraria allo spreco, accompagnata da una cura vera, in questo caso rivolta alle donne detenute nella sezione femminile della casa circondariale di Pontedecimo. Nello statuto abbiamo indicato chiaramente questi due ambiti, che poi si sono ampliati, ma la missione iniziale, e tuttora perseguita, è quella di unire la sensibilità civica contraria allo spreco e l’inserimento socio-lavorativo delle donne detenute ed ex detenute. Questo si concretizza in due progetti principali: il centro Remida Genova e il laboratorio delle Creazioni al fresco”.

Il laboratorio sorge in un locale storico del Cinquecento, concesso da Amiu e dal Comune di Genova in comodato d’uso gratuito senza scadenza. “Siamo ospiti qui - racconta ancora - e i primi anni non sono stati semplici: inserirsi nel quartiere della Maddalena ha richiesto tempo e pazienza. Oggi però abbiamo costruito una rete di relazioni, un legame di prossimità con le persone della via e del sestiere. Questo posto è diventato strategico, un punto di collegamento tra via Garibaldi e via della Maddalena, due mondi di Genova che si incontrano. Quando la gente vede la luce accesa, si ferma, entra, chiede, acquista. È una cosa di grande valore, perché significa che il quartiere ci riconosce”.
Nel laboratorio di Sc’art!, sotto la direzione artistica di Emanuela Musso, scenografa e costumista, allieva di Lele Luzzati, oltre 160 donne hanno imparato a cucire, a usare una macchina da cucire professionale e a scoprire la propria creatività. “Emanuela è con noi dall’inizio - racconta Rapallo - e ha insegnato a tutte le donne incontrate dentro la sezione femminile a utilizzare una macchina da cucire, a mettere a frutto la propria creatività per realizzare borse, accessori di moda, complementi d’arredo, utilizzando striscioni pubblicitari di Genova, dei musei, dei centri commerciali, e non solo. Ultimamente abbiamo avuto anche una collaborazione con le OGR di Torino, che ci hanno inviato i loro striscioni, e noi abbiamo spedito indietro le borse realizzate con quel materiale”.
Ogni borsa, ogni oggetto racconta una storia e porta il nome di chi l’ha realizzato.:"Tutte le donne che abbiamo incontrato - precisa - sono state messe in tirocinio o in borsa lavoro. Nessuna ha fatto volontariato, perché in carcere l’aspetto economico è fondamentale: ci sono persone che non hanno nulla, che devono pensare anche a una famiglia fuori. In questi anni abbiamo assunto alcune di loro: tre sono rimaste con noi a tempo determinato e rappresentano il cuore produttivo di Sc’art!, il nostro potenziale progettuale, produttivo e creativo”.

“Le difficoltà non finiscono mai - dice Rapallo - ma ci impegniamo ogni giorno per andare avanti. Il carcere continua a essere una struttura impermeabile, e nonostante siano quindici anni che entriamo a Pontedecimo, non è sempre semplice per via delle procedure burocratiche. Abbiamo un locale anche lì, in comodato d’uso, dove paghiamo la luce e dove siamo chiuse dentro, perché così è disposto dal regolamento del carcere” Ma la difficoltà più grande è mantenere viva la struttura economica e sociale del progetto: “Abbiamo scelto di mettere a contratto le persone, sia in tirocinio che in borsa lavoro o assunzione, e questo comporta ogni mese l’impegno di pagare contributi e stipendi. La produzione rappresenta una parte importante della sopravvivenza dell’associazione, ma non basta. Abbiamo sempre integrato con bandi, fondazioni, donazioni, contributi liberali, per tenere insieme la parte commerciale e quella sociale”.
Dietro ogni prodotto c’è un intreccio di storie umane complesse: “Le donne che incontriamo portano con sé vissuti difficili, ferite profonde. Il lavoro aiuta tantissimo a ricostruire l’autostima e la dignità, ma non è sempre facile sanare tutto. Ogni tanto i dolori riemergono. Noi siamo venti socie, tutte donne, di cui quattordici iscritte nell’albo dei volontari vidimato dal Comune di Genova, e lavoriamo insieme anche su questo: sostenendoci, ascoltandoci, costruendo un ambiente di fiducia”.
Sc’art! è un laboratorio anche di competenze. “Siamo per lo più donne in pensione - spiega Etta - ma anche alcune ancora attive professionalmente. Ognuna porta la propria esperienza: io, per esempio, sono stata vicepresidente di una cooperativa sociale di grandi dimensioni e mi occupo della parte amministrativa e burocratica; altre hanno lavorato in Regione Liguria e danno supporto amministrativo, c’è chi viene dal mondo della comunicazione, chi porta conoscenze tecniche. È un caleidoscopio di potenzialità che mettiamo insieme. Accanto a noi ci sono Emanuela, la direttrice artistica, e tre donne assunte, che vengono da esperienze detentive e oggi rappresentano la parte produttiva dell’associazione”.

“La cosa più bella - racconta - è quando la gente viene a trovarci in laboratorio. Soprattutto a Natale: ci sono persone che vengono solo in quel periodo per fare i regali qui, e per noi è meraviglioso, perché ogni oggetto ha dietro una storia, un nome, un percorso. Ogni creazione ha un cartellino con il nome della donna che l’ha realizzata, e spesso capita che chi compra incontri proprio lei: momenti di commozione e di riconoscimento reciproco che valgono più di mille parole”.
Chi vuole sostenere Sc’art! può farlo in tanti modi: “Venire in laboratorio è il primo passo. Poi c’è la possibilità di commissionarci gadget aziendali, per convegni o eventi, anche utilizzando i propri materiali pubblicitari, come striscioni o banner. Collaboriamo con molte realtà e abbiamo anche una pagina Facebook, “Creazioni al fresco Sc’art!”, e un sito, www.scartgenova.it, dove si possono vedere i nostri progetti”.
Il secondo pilastro dell’associazione è Remida Genova, al piano meno due di Palazzo Ducale: “Lì raccogliamo materiali nuovi ma di scarto aziendale, commerciale e artigianale, e li distribuiamo gratuitamente a scuole e associazioni. È un modo per recuperare ciò che finirebbe nel cassonetto e trasformarlo in risorsa educativa e creativa. Spesso i materiali arrivati a Remida vengono poi utilizzati nei nostri laboratori di sartoria”.
Alla domanda se ci sia una storia che l’abbia colpita più di altre, Etta si ferma, riflette. “Ogni storia ha la sua importanza, la sua unicità, purtroppo anche la sua complessità. Le più belle sono quelle in cui una donna, grazie al progetto, arriva a una meta che non si aspettava: si ripensa libera, si riscopre capace, si riappropria di sé. Abbiamo visto donne con pene lunghe finire di scontarle lavorando nei nostri laboratori esterni, grazie a un affidamento alternativo. Queste sono le storie più significative, perché in un contesto di libertà vigilata hanno sperimentato una libertà vera. Sono storie di riscatto sociale ed emotivo, di forza e di energia nel ripensarsi”. Poi aggiunge, con cautela e rispetto: “Non mi sento di raccontarle nel dettaglio, perché sono identificabili, e io non voglio violare la loro intimità. Ma posso dire che per anni le donne ci venivano segnalate dagli educatori o dagli agenti di polizia penitenziaria, a volte senza filtri. Oggi invece siamo noi a fare i colloqui, a capire le motivazioni e le capacità, e questo ha cambiato tutto. Le più indicate per il laboratorio sono, purtroppo, quelle con pene più lunghe, perché hanno il tempo di imparare e di portare avanti un lavoro. Ma anche per loro, spesso, grazie al percorso e alla buona condotta, la pena si riduce e la libertà arriva prima”.






















