Attualità | 13 marzo 2020, 17:00

La pandemia sta dilagando sulla Terra: c’è vita su Marte?

Un po' di considerazioni in tempo di smartwork da coronavirus

Boccadasse domenica 8 marzo 2020

Boccadasse domenica 8 marzo 2020

Indovinate un po’ di cosa vi parlerò oggi? Ma sì, del “Coronavirus”! E di cosa se no?! Immagino che qualcuno potrà pensare: “Ma ancora di sto’ virus ci deve parlare Egomet? Ma è per caso diventato un epidemiologo? Ma questa rubrica non è il Diario di un Pendolare?

In relazione a quest’ultima (eventuale) annotazione mi permetto di far osservare che in queste settimane il sottoscritto, come tantissimi altri lavoratori-pendolari italiani e non, sta fruendo dello smartworking ed i treni, opportunamente e necessariamente, sono praticamente deserti. E comunque negli ultimi post avevo descritto le situazioni decisamente surreali che si erano riscontrate sui treni già all’indomani dell’esplosione del virus nel lodigiano, situazioni che sono diventate ancora più surreali alla luce degli ultimi (giustamente) restrittivi provvedimenti del Governo italiano.

Venendo al tema “Coronavirus” dico che certamente io, come tantissimi altri, non ho le competenze per fare delle valutazioni di carattere medico-scientifico, ma come cittadino di questa Nazione e più in generale di questo Pianeta, a fronte di ciò che sta accadendo, credo che sia legittimo esprimere delle opinioni su un fenomeno che anche secondo autorevoli opinionisti potrà rappresentare un momento se non di svolta certamente di ripensamento, a livello mondiale, sul modo di rapportarsi con certi fenomeni naturali e altresì sul modo di relazionarsi con le altre persone.

Rimanendo alla stretta attualità, mentre l’Italia in primis ma molti altri paesi europei ed extra-europei stanno facendo ancora i conti con la rapida e travolgente diffusione del Coronavirus, che l'Organizzazione mondiale della sanità ha ormai decretato essere diventato a tutti gli effetti una pandemia, mi preme fare alcune considerazioni su alcuni aspetti che trovo particolarmente critici e meritevoli di approfondimenti ulteriori.

Nell’ordine:

1)    Non bisogna far passare in secondo piano ma va messo in assoluto risalto e dovrà essere sempre tenuto ben presente da tutti che il virus Covid-19 ha un suo luogo di origine geograficamente ben preciso e ragioni di diffusione oramai acclarate scientificamente. Al netto di teorie complottiste che immancabilmente vengono formulate in situazioni del genere, resta il fatto che tale virus è esploso in Cina a causa delle pessime usanze igienico-sanitarie ed alimentari di buona parte della popolazione di quel Paese; e siccome parliamo di una popolazione di circa 1 miliardo e 400 milioni di persone nonché di flussi quotidiani, umani e di merci, da e verso quel Paese, ingentissimi, si può ben capire come la diffusione del virus verso altre parti del Pianeta sia potuta avvenire in maniera così rapida e dirompente. Queste non sono dichiarazioni razziste (mediamente i cinesi mi stanno pure simpatici) ma oggettive prese d’atto di ciò che caratterizza alcune popolazioni di questo Pianeta. A ciò aggiungasi il fatto che il governo cinese a partire da fine dicembre, è riuscito a censurare informazioni legate al Coronavirus nonché a sottacerne la sua effettiva virulenza e ciò ha determinato la situazione pandemica cui stiamo assistendo. Quanto prima gli Organismi Internazionali (O.N.U., O.M.S., etc) nonché gli Stati mondiali più importanti dovranno mettersi ad un tavolo con la Cina per discutere su queste consuetudini alimentari e sulle relative scarse misure di igiene che vengono adottate: la Cina odierna non è quella di Mao, chiusa in sé stessa, ma è iper-comunicante col mondo intero e quindi l’adozione di misure più adeguate e conformi agli standard sanitari mondiali non può essere più considerata una questione di loro esclusiva competenza.

2)  Se quindi la Cina ha palesemente dimostrato poca trasparenza (forse molti dimenticano che quel Paese è governato da un regime autoritario e niente affatto democratico) e una certa arretratezza relativamente ai protocolli igienico-sanitari di base, va dato atto che i cinesi hanno ancora una volta dimostrato, in situazioni difficilissime come quello del “Coronavirus”, di avere una capacità di reazione che non ha eguali nel Mondo. La concretezza e la rapidità di intervento d’altronde sono caratteristiche che ormai conosciamo, e apprezziamo, da tempo. Infrastrutture molto importanti (rete ferroviarie, ospedali, etc) in Cina vengono realizzate in pochi mesi e addirittura in poche settimane o anche meno, mentre in Italia, anche quando non si tratta di opere ciclopiche, sono richiesti molti anni. Basti pensare, giusto per rimanere su ambiti cari a noi utilizzatori dei trasporti ferroviari, come opere fondamentali per migliorare ed accelerare il trasporto su rotaia e delle quali si parla da anni, sono ancora in fase di completamento o, addirittura, non sono state ancora messe a cantiere (sul tema rinvio a quanto illustrato nel post del 6 dicembre scorso “Lascia o raddoppia? Quadruplica!”). E proprio nella vicenda dell’epidemia Covid-19 è apparso ancora più eclatante il contrasto tra il pragmatismo l’efficienza dei cinesi e la sprovvedutezza e inadeguatezza nell’affrontare prontamente situazioni di emergenza di non pochi Stati europei e del resto del Mondo (non ultimi gli U.S.A.). Come già scritto nel mio ultimo post ("A Map of the World") dal momento in cui – parliamo di inizio gennaio - si stava appalesando oramai a tutto il mondo la gravità della situazione in Cina (complice anche il deplorevole silenzio per settimane del governo cinese), una ragionevole considerazione avrebbe dovuto portare i governi degli altri Stati e le istituzioni internazionali a capire che le possibilità di diffusione del contagio erano assai elevate - lo ribadisco: i flussi di persone e di merci, da e verso la Cina, sono enormi e costantemente in crescita – e che quindi si dovevano predisporre piani di intervento immediati ma, soprattutto, condivisi. Ma tale condivisione è purtroppo mancata sia nel nostro Paese, dove nelle prime settimane le Regioni più immediatamente impattate hanno agito non coordinandosi adeguatamente con il Governo, ma ancora più evidentemente a livello di Unione Europea. In quest’ultimo caso poi è stato ancora più sconcertante l’assenza di una rotta comune proprio da parte di quelle istituzioni che, invece, su temi decisamente più irrilevanti spesso dettano regole stringenti e al limite della irragionevolezza. Ed il messaggio rilasciato l’11 marzo dalla Presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, nel quale ha peraltro annunciato lo stanziamento di un fondo di investimento speciale di 25 miliardi di euro per rispondere all'emergenza Coronavirus, ha rappresentato, seppure un po’ tardivamente, il doveroso riconoscimento all’Italia di ciò che comunque essa sta facendo per fronteggiare questo enorme problema (“in Europa stiamo seguendo con preoccupazione ma anche con profondo rispetto e ammirazione quello che state facendo”).

 

3)     Un’altra considerazione la voglio fare, invece, sulla incapacità atavica dell’italiano medio di tenere comportamenti responsabili e rispettosi di quel basilare senso civico che dovrebbe caratterizzarci come cittadini ancor prima come individui. Le scene cui abbiamo assistito nei giorni scorsi in varie località italiane (vedi la spiaggetta affollata a Boccadasse domenica scorsa oppure i locali di non poche località dell’Italia meridionale affollate di persone, giovani soprattutto ma non solo, appiccicate le une alle altre), dimostrano come anche a fronte di situazioni così critiche gli italiani, fin tanto che non sono toccati in maniera diretta nel loro particolare, non assumono regole di condotta coscienziose e, oserei dire, di buon senso. Salvo poi, ovviamente, riversarsi nelle strutture ospedaliere pubbliche o assaltare i supermercati e dare la colpa della diffusione del contagio alla inadeguatezza delle autorità e non, invece, anche alla loro stupidità e superficialità.

 

Non nascondo che alla luce di queste considerazioni il mio stato d’animo, in situazioni del genere, sia connotato da una certa di dose di pessimismo sulla effettiva consapevolezza di molti esseri umani dei propri limiti e delle proprie debolezze, soprattutto quando ci si deve confrontare con certi fenomeni naturali. Il che viene accentuato quando si affianca a questa impreparazione un forte senso di egoistica attenzione alla salvaguardia dei propri interessi personali, anche a discapito di quelli altrui. E tutto ciò mi porta in questi casi ad avere una tale insofferenza nei confronti di molti esponenti del genere umano che a volte, sentendomi quasi avulso dal resto del mondo, mi domando: “Is there life on Mars?” (il riferimento musicale non poteva mancare ovviamente: questo è tratto dalla splendida canzone di David Bowie “Life on Mars). Ma poi cerco di non farmi sopraffare dalle negatività, mentali prima ancora che materiali, e spero che veramente da questa vicenda tutti gli esseri umani possano trarre utili insegnamenti per il proprio futuro e per quello di chi verrà dopo di noi.

E allora, cerco di guardare il futuro se non con ottimismo, quanto meno con una certa positività e faccio totalmente mie le parole dello psicologo Raffaele Morelli secondo il quale “…il virus ci manda un messaggio chiaro: l'unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.

Egomet

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Last Train Home - Diario di un Pendolare

Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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