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Cronaca | 06 aprile 2020, 18:22

Coronavirus, l’amaro racconto di un ragazzo di Sestri: “La mamma se n’è andata senza l’autopsia e neanche un ultimo saluto”

Christian Cervetto ha perso la madre e lo zio: “Nessuna visita dal medico di base, ricovero in ritardo, risposte evasive dall’ospedale e frettolosa cremazione”

Coronavirus, l’amaro racconto di un ragazzo di Sestri: “La mamma se n’è andata senza l’autopsia e neanche un ultimo saluto”

“Mio zio è mancato, mia mamma è mancata. Mia zia sta lentamente guarendo, il compagno di mia mamma sta lentamente guarendo”: il coronavirus s’è portato via gli affetti più cari di un ragazzo e sta seriamente compromettendo anche gli altri. Christian Cervetto è un giovane di Sestri Ponente, molto conosciuto e stimato, in questi giorni d’emergenza sanitaria mondiale ha vissuto le tragiche conseguenze direttamente sulla sua pelle e vuole raccontare quello che ha passato “perché c’è ancora molta sottovalutazione, ci sono ancora troppe persone in giro, c’è un’eccessiva tendenza, da parte delle istituzioni, a dire che tutti sono curati e nessuno viene lasciato indietro e soprattutto, nel caso di mia mamma, sono stati commessi un sacco di errori e ci sono state un sacco di mancanze, cose che cercherò di chiarire nelle sedi più opportune”.

Intanto Christian affida al nostro giornale il suo personale sfogo, amarissimo ma anche rabbioso. E a ben vedere. “Io capisco - afferma - che in Italia ci siano oltre quindicimila morti per l’epidemia, che il sistema sanitario sia sotto pressione, ma nel caso di mio zio, e soprattutto di mia mamma, ci sono state situazioni assurde e incomprensibili, troppi ritardi, troppa mancata precauzione. Oltre al comportamento inaccettabile da parte del medico di base e alla gestione post mortem di mia mamma, che è stata agghiacciante”. Cervetto ha stilato una dettagliata relazione, che gli servirà da base “una volta che avrò avuto accesso alla cartella clinica di mia mamma. Si parla non prima dell’estate, e anche questo è un tempo lunghissimo, per chi ha perso un parente”.

Il ragazzo è distrutto, insieme al fratello: hanno perso il papà quando erano ragazzi, ora è arrivata la mazzata della mamma. “Lei aveva 69 anni, un piccolo problema di diabete che curava prendendo una pastiglia tutte le mattine. E niente altro. Era una donna che stava bene ed era molto attiva. Si occupava dei nipoti, faceva vita sociale. Una persona in salute, insomma”. Il coronavirus è un ciclone che non perdona, e spazza via - come si è potuto vedere - anche vite giovanissime, anche persone forti. “Ma il punto è come e quando si viene curati - puntualizza Cervetto - E qui ci sono molte cose da dire”.

Il giovane sestrese, con coraggio e precisione, racconta i fatti: “Lo scorso 29 febbraio veniva ricoverato all’ospedale di Villa Scassi a Sampierdarena mio zio, dopo aver contattato il 112 per sintomi di stato confusionale e febbre alta. Veniva portato qui in codice rosso e gli veniva diagnosticata una bronchite con infiammazione delle vie urinarie. Il giorno dopo, veniva spostato dal Pronto soccorso al reparto di medicina generale. Risultava cosciente e collaborativo, ma non in grado di mangiare in autonomia. Nel frattempo, anche mia zia iniziava ad accusare sintomi influenzali. Non potendo recarsi in ospedale ad assistere il parente, chiedeva a mia mamma di poterlo fare lei”. La mamma di Cervetto, Giulia Martello, accettava e per qualche giorno si recava al Villa Scassi, “senza che le fosse mai impedito l’accesso, senza alcuna misura di sicurezza, per quanto già in tutto il nord Italia fosse manifesto il rischio del contagio e si cominciasse a chiudere tutto. Il 4 marzo, mia mamma mi informava che lo zio aveva avuto un blocco respiratorio e che era stato portato d’urgenza in rianimazione e intubato. Faccio notare che molti parenti, figlio, moglie, cognata e tre nipoti, erano riusciti a raggiungere l’ospedale senza il minimo filtro, senza che nessuno avesse preso in considerazione i rischi di contagio già presenti e conclamati da mesi”.

La diagnosi per lo zio era polmonite bilaterale. “E qui - prosegue Cervetto - inizia il calvario di mia mamma. Il 6 marzo, mi comunica al telefono di avere la febbre a 38,5 e di assumere la tachipirina 1000. Il giorno dopo, viene contattata la dottoressa di famiglia, che riferisce di proseguire con l’antipiretico. Ma la febbre non scende e il giorno dopo ancora viene aggiunto un antibiotico. Tutte le cure vengono eseguite per telefono: infatti, la dottoressa si rifiuta di effettuare una visita a domicilio in quanto ‘impaurita’, come dice con parole sue, dal possibile contagio. Intanto la febbre non scende. L’11 marzo è a 39 sia al mattino che alla sera. Il medico di base aveva nel frattempo consigliato l’acquisto di un saturometro e aveva cambiato l’antibiotico a mia mamma, prescrivendo quello intramuscolare. Il livello di saturazione era del 95%”.

I due fratelli Cervetto capiscono perfettamente che così non va. Non solo la dottoressa di famiglia “è poco collaborativa, ma anche il numero telefonico 1500, da noi contattato, non prende in considerazione la richiesta di ricovero. Arriviamo al 14 marzo. La saturazione scende all’89%, la dottoressa di base prescrive aerosol e mi chiede di andare in farmacia a comprare una bombola dell’ossigeno e di portarla a casa da mia mamma, incurante del rischio anche nei miei confronti di poter contrarre il virus. A questo punto, contro ogni tentativo da parte della dottoressa di lasciare mia mamma a casa, chiamo il numero d’emergenza 112. In pochi minuti, l’ambulanza arriva alla residenza, lei sale autonomamente e viene condotta all’ospedale di Villa Scassi”. Per Christian e suo fratello sarà l’ultima volta in cui l’hanno vista. “Intanto, mio zio era deceduto e mi viene riferito che mia mamma aveva contratto una brutta polmonite, con positività al covid-19, come da successivo risultato del tampone”.

Seguono diverse telefonate, nei giorni successivi, da parte della famiglia Cervetto, per conoscere le condizioni di salute della signora Martello: “Ma le risposte sono quasi sempre incomplete, evasive e, in alcuni casi, pure maleducate. Il 15 marzo apprendiamo che nostra mamma è intubata e in coma farmacologico, perché le sue condizioni si sono aggravate. Io chiedo se il personale ospedaliero è a conoscenza del fatto che mia mamma soffre di diabete, ma nessuno sembra dare importanza a questo. Il 18 marzo, sembra che mia mamma sia in fase di miglioramento. Ma, al contrario, il 19 marzo viene comunicato a me e a mio fratello il suo decesso”. A questo punto, inizia la fase ancor più traumatica: “Ci viene comunicato che la mamma verrà portata in serata presso la camera mortuaria dell’ospedale. Il giorno dopo ci viene richiesto di fare in fretta a chiamare le pompe funebri, perché c’è bisogno di liberare il posto. Era stata collocata in un sacco e non visibile. Così se n’è andata”. Secondo l’ospedale, “la causa di morte sono stati dei problemi renali. Questo significa che è stata bombardata di farmaci. Mia mamma è stata trattata come una ‘cavia’ da laboratorio, sperimentando medicinali di cui solo la cartella clinica potrà dire se efficaci o meno verso la patologia”.

Christian Cervetto è un ragazzo intelligente. E proprio per questo ragiona sulle cose: “Comprendo per primo tutta la situazione che in questo momento il nostro Paese sta vivendo, ma penso anche che non siano state prese adeguate contromisure da parte delle istituzioni in merito ai rischi che si correvano. Il virus è arrivato dalla Cina già a gennaio e nella zona lombarda i primi casi c’erano già stati in quel mese. Lasciare andare, senza blocco alcuno, persone presso strutture ospedaliere è stato, credo, un grosso errore, che di certo ha provocato con tutta probabilità anche il decesso di mia madre. Oltre a tutto questo mi ritengo, da cittadino italiano, deturpato dei miei diritti di poter vedere per l’ultima volta mia mamma e di eseguire un minimo di funerale degno della donna che era stata in vita, anche in forma privata. Sono schifato dalle continue parole che ogni giorno vengono fatte, e da chi dice che la situazione è sotto controllo e che tutti hanno accesso alle cure. Credo, al contrario, che sia inaccettabile il fatto che vengano violati i diritti umani se non viene data neanche la possibilità di poter effettuare un’autopsia: infatti, in tutta fretta, la deceduta è stata portata al cimitero di Staglieno, dove il 25 marzo è stata effettuata la cremazione. Intendo avere chiarezza sia rispetto ai medici dell’ospedale di Villa Scassi che rispetto all’operato della dottoressa di famiglia, che a nostro avviso è stata troppo superficiale nell’effettuare una diagnosi. Mi aspettavo una sua visita a domicilio, ovviamente con le dovute precauzioni del caso: avrebbe potuto, già nei primi giorni, constatare lo stato clinico della signora Martello e magari richiedere, in qualità di medico curante, un ricovero immediato”.

Cervetto chiude con un pensiero: “Andrò sino in fondo, ma per un fatto di giustizia, anche verso le altre persone che sono purtroppo decedute. Non per un fatto di risarcimenti. Mi farebbe soltanto piacere se la storia di mia mamma venisse ricordata. Per questo l’ho voluta raccontare. Perché non va affatto tutto bene. Per il futuro, mi attiverò affinché, se ci saranno colpevoli, verrà acquistata un’ambulanza con il nome di mia mamma. Non chiedo altro, se non un po’ di rispetto. Almeno da morta”. Per un Christian Cervetto che ha trovato il coraggio e l’energia per raccontare la sua storia, quante signore Martello hanno vissuto la medesima situazione? Saranno centinaia, come minimo. Da tempo gran parte dell’opinione pubblica ne è ormai convinta: non sta andando tutto bene, non è come ce la raccontano gli amministratori locali. E storie come questa, e tutte quelle che restano sommerse, sono lì a dimostrarlo. In tutta la loro tragicità.

Alberto Bruzzone

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