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Cronaca | 24 maggio 2020, 17:11

Gel igienizzante, guanti, mascherine e accessi limitati: la prima Messa festiva post pandemia

Il racconto di una delle tante celebrazioni di oggi dalla chiesa di Sant’Antonio a Pegli: anche un rito collettivo è diventato, almeno per adesso, individuale. Nessun canto, nessuno scambio del segno di pace

Gel igienizzante, guanti, mascherine e accessi limitati: la prima Messa festiva post pandemia

Siccome appartengo, con orgoglio, alla categoria dei giornalisti ‘da marciapiede’, non già a quella dei culi incollati sulla sedia, ho pensato che la prima Messa festiva post pandemia meritasse ampiamente di esser raccontata, per quanto non sia esattamente tra i presenti più assidui, anzi.

Per farlo, ho scelto la chiesa di Sant’Antonio a Pegli, quella sotto a casa di mia mamma e che per moltissimi anni ho frequentato, pur rifiutandomi sempre di entrare a far parte degli scout, con grande dispiacere da parte dei miei genitori.

La prima sensazione, entrando in un luogo di culto dove non si sono svolte celebrazioni pubbliche per oltre due mesi (la Messa è stata officiata regolarmente, durante il lockdown, ma solo a porte chiuse e con diretta Facebook sulla pagina ufficiale della parrocchia), è decisamente quella olfattiva: non che si senta odore di chiuso, anzi. Anche perché l’edificio è sempre rimasto aperto, se non altro per la preghiera a carattere individuale. Ma di solito, dentro una chiesa avverti odore d’incenso, di fiori freschi, avverti profumo di pulito. Ora, invece, il primo odore che arriva al naso è quello del gel igienizzante, i cui flaconi sono posti un po’ dappertutto, anche in dirittura dell’altare, uno a destra e uno a sinistra del corridoio centrale.

Poi, c’è la seconda sensazione, quella visiva: le panche che sono distanziate, le sedie che sono lasciate singole e non più messe l’una a fianco all’altra: su ogni seduta c’è un bollino con la scritta ‘Rispettiamo le distanze, siedi qui’. Solo i gruppi di congiunti possono restare vicini, per tutti gli altri la schiena deve esattamente corrispondere al bollino.

Quindi, la terza sensazione, quella uditiva: e sono le raccomandazioni che, via via nel corso della Messa, il sacerdote ricorda ai fedeli. Il nuovo, lungo e chissà quanto duraturo decalogo del cattolico praticante.

Don Mario German, che è parroco qui da ormai parecchio tempo, ovvero da quando subentrò a don Mario Leonardi, allorché il clero secolare iniziò a occuparsi di questa chiesa dopo la lunga stagione dei frati, porta i capelli visibilmente lunghi, uno degli effetti del lockdown, ma sempre ben pettinati e in ordine. È un prete che ha studiato moltissimo ed è capace di confessare in almeno cinque lingue, tanto per dire. Non si è mai fermato, neppure in pandemia. E non solo ha celebrato in diretta sui social network, ma ha pure avviato, per tutti i suoi parrocchiani e per chiunque ne abbia il piacere e l’interesse, un ciclo di catechesi online: perché la fede può essere pure un fatto personale, è vero, ma c’è sempre bisogno del ‘pastore’, perché il vero pastore non va mai in vacanza e non finisce mai di essere a disposizione e, se le condizioni non lo permettono, se ne inventa comunque mille e più d’una, per portare avanti la sua missione.

Si entra solo dal portone principale e, all’ingresso, due volontarie chiedono se sei da solo o con la famiglia. Quindi, ti dicono dove sederti e smarcano uno dei posti a disposizione. Ce ne sono 96 in tutto. Quando finiscono, non si può più entrare. Alla Messa delle 11,30 le persone presenti sono una cinquantina.

L’obbligo è quello di tenere la mascherina indosso per tutta la durata della celebrazione. Non c’è la colletta, ma le offerte si possono comunque lasciare in una delle tante buche presenti in chiesa. Non c’è lo scambio del segno di pace, non ci si tiene la mano durante il Padre Nostro. Non ci sono le dispense per seguire le letture, non ci sono neppure i libretti per i canti.

Difatti, non si canta e, quindi, si prega una volta sola, se consideriamo il celeberrimo motto agostiniano: “Chi canta, prega due volte”. Ma, per i fedeli che erano orfani dell’ufficio domenicale da più di cinquanta giorni - l’ultima celebrazione ufficiale, qui a Sant’Antonio, avvenne al Mercoledì delle Ceneri, lo scorso 26 febbraio - questa riapertura significa già moltissimo: è un primo segnale di normalità, di abitudini ritrovate, di spiritualità nuovamente collettiva, o perlomeno pseudocollettiva, di fronte a un altare e a un celebrante in carne e ossa.

In una chiesa che è tirata a lucido, con le vetrate laterali che si specchiano sul marmoreo corridoio centrale, il tema domenicale è, in fondo, proprio quello della fisicità. È la domenica in cui si ricorda l’Ascensione di Gesù in cielo. Il Vangelo lo racconta attraverso la versione di San Matteo.

È quando Gesù è diventato solo spirito e non più vivo in carne e ossa, che i suoi discepoli si sono sentiti più smarriti. E l’analogia con i tempi della pandemia viene automatica: è quando i fedeli si sono ritrovati senza il loro momento fisico e collettivo, ovvero la Messa festiva, che si sono sentiti più smarriti.

Don German lo ricorda bene: cita concetti come la lontananza, il distacco, la paura, lo smarrimento, la privazione della libertà, l’isolamento e l’incertezza. Ricorda quanto le privazioni del lockdown abbiano fatto emergere due aspetti, due mali dell’uomo moderno: la scontatezza che genera mancanza di gratitudine e la superficialità.

Poi, al momento della Comunione, ci si mette tutti in fila, ai due lati del corridoio centrale. Ci si disinfetta le mani con il gel, si riceve la particola sulle mani (il prete qui indossa mascherina e guanti) e, solo una volta scostati dall’altare, si può togliere la mascherina, mettere l’ostia in bocca e chiudersi nuovamente naso e bocca.

Ed è tutta qui, in questi gesti mai visti prima, la prima domenica post pandemia dei cattolici praticanti: un rito collettivo sì, ma anche e ancora terribilmente individuale. Pure qui affiora la stranezza: per tutte le volte che una Messa cantata è stata data per scontata, per tutte le volte che ci si è stretti la mano con il vicino senza neppure guardarlo negli occhi, per tutte le volte che è stata saltata una domenica e si è detto: vabbè dico un Pater, un’Ave e un Gloria e poi recupero alla prossima.

Solo che la prossima sarà ancora così, e quella dopo anche. E pure quella dopo ancora, chissà per quanto. All’uscita, ci si evita gli uni con gli altri. Chi sgattaiola da una parte, chi sparisce dietro l’altro angolo.

La cristianità post pandemia è una cristianità magari ugualmente profonda, ma tristemente acerba. E pure questo verrà ricordato a lungo: l’aver perso, per un periodo, persino quello che, mai e poi mai, si pensava che sarebbe stato possibile perdere.

Il popolo di Dio che marcia unito, tenendosi per mano.


 



Alberto Bruzzone

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