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Cronaca | 16 aprile 2021, 19:19

La ‘fast fashion’: un film entra nel mondo della moda usa e getta, tra impatto sociale e ambientale

A condurre in questo viaggio sono giovani studenti genovesi e non solo, per far luce su cosa si nasconde dietro ogni etichetta, dalla produzione alla distribuzione. Il video è disponibile sulla piattaforma Streeen.org

La ‘fast fashion’: un film entra nel mondo della moda usa e getta, tra impatto sociale e ambientale

Tra diritti negati e impatto ambientale il docu-film ‘Le ali non sono in vendita. Viaggio nel labirinto della fast fashion’ (disponibile sulla piattaforma streeen.org), di Paolo Campana con la supervisione artistica di Sara Conforti, girato in una fabbrica del 1860 con un linguaggio che mischia informazione e poesia, porta le nuove generazioni dentro il mondo della moda usa e getta e di tutto quello che c’è dietro. 

“Il film è nato durante la pandemia, mentre stavamo portando avanti un progetto educativo nelle scuole sugli impatti sociali e ambientali della fast fashion, che doveva concludersi con una performance, diventata poi un film a causa delle restrizioni dettate dal Covid”, racconta Deborah Lucchetti, presidente di Fair e coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, che da tempo denuncia l’insostenibilità di questo modello di sviluppo.

“Gli impatti di questa produzione sono tanti: è un’industria tra le più inquinanti del mondo, le sue emissioni sono maggiori di quelle del trasporto aereo e marittimo sommate. Inoltre, essendo di fronte a produzioni continue, si creano tantissimi rifiuti: il 50 per cento degli abiti comprati finisce nella spazzatura”. E se questo è l’impatto ambientale, poi c’è anche quello sociale: “La produzione continua di nuove collezioni e la vendita a basso costo impone alle lavoratrici tessili ritmi di lavoro disumani per paghe da fame. Turni estenuanti, violenze fisiche e psicologiche, straordinari non retribuiti, libertà di associazione violata”.

Una lesione di diritti deflagrata con il crollo del Rana Plaza, un edificio di 9 piani con all’interno 5 fabbriche che il 24 aprile 2013 è collassato lasciando sotto le macerie 1138 vite e oltre mille invalidi a vita, soprattutto donne che di questa industria sono l’85% della forza lavoro: “In queste fabbriche non sono previsti protocolli di sicurezza”, denuncia Lucchetti.

Il film, nato dal lavoro fatto in quattro istituti di Milano, Genova, Foggia e Torino seguiti da due masterclass a Genova e Torino, cerca di far luce su cosa si nasconde dietro ogni etichetta, dalla produzione alla distribuzione. Due i registri usati per accedere in questo labirinto e provare a venirne fuori: “Quello scientifico e didascalico con le interviste ai lavoratori nei paesi di produzione (siamo arrivati fino in Bangladesh) e agli esperti che affrontano il tema degli impatti ambientali e sociali; e quello poetico e performativo delle Ali di Icaro realizzate dai giovani per condurre le persone in questo viaggio”, una metafora onirica, che passa da Dedalo e dal filo di Arianna, e apre a una riflessione sul presente e sul futuro della moda.

Giovani che parlano ai giovani non solo attraverso la poesia, ma anche con la musica, infatti al video ha collaborato anche l’artista e rapper AME 2.0 con la canzone ‘Cambiare’, ispirata alle dichiarazioni raccolte dai giovani durante i workshop e ai principi della Campagna Abiti Puliti.

Per invertire la rotta, oltre ad aumentare la consapevolezza in chi acquista: “Bisogna che il legislatore imponga alle multinazionali delle norme vincolanti affinché certi comportamenti di business non siano più accettabili. Ci vogliono regole che impongano il rispetto dei diritti umani, con un monitoraggio attento delle filiere produttive”. Nel loro piccolo anche i consumatori possono fare la loro parte: “Acquistando consapevolmente e scegliendo come investire i propri soldi ogni volta che comprano un capo, chiedendosi innanzitutto da dove viene. Per essere consumatori attivi e fare una scelta di consumo responsabile”.

Rosangela Urso

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