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Cronaca | 02 maggio 2021, 16:15

“Non avrai altro direttore”. Il saluto di un collega al giornalista Mimmo Angeli

Alberto Bruzzone ricorda quello che per diciassette anni è stato il suo capo, in redazione al ‘Corriere Mercantile’: “Era di gran lunga il più bravo, perché aveva un fiuto eccezionale per la notizia, perché la sapeva vedere dove gli altri non la vedevano”

Mimmo Angeli

“Ma davvero voi al vostro direttore date del lei? Perché noi in redazione gli diamo tutti del tu”. 

“Noi gli diamo del lei. E io penso che sia giusto così. Perché è molto più grande e molto più esperto di noi. E perché è il direttore”. 

“Ma il direttore è un collega”. 

“Sì, certo, è un collega. Ma pur sempre il direttore, pur sempre il tuo capo”. 

Il mio capo, Mimmo Angeli lo è stato dall’inizio alla fine. Da quando sono arrivato al Corriere Mercantile nel 1998, e lui lo guidava già da vent’anni, sino a quando lo abbiamo accompagnato verso l’ultima pubblicazione, il 27 luglio del 2015. Ero entrato semplice collaboratore per le partite dei pulcini e degli esordienti, sono uscito tra i suoi principali collaboratori, come caposervizio della cronaca. 

Non ho mai smesso di dargli del lei. La nostra generazione gli dava tutta del lei. A eccezione di una sola persona: suo figlio Matteo, com’è ovvio. Ci concedevamo un ‘Dire’ ogni tanto, ma proprio raramente. Che ‘Ciao Mimmo’ era riservato all’allora caporedattore, ad alcuni colleghi più anziani, al presidente dell’ordine dei giornalisti, al proto, al capo dei grafici e a pochi altri. 

Nei giornali, in quelli che sono rimasti, si diventa direttore per due motivi. O perché sei molto astuto, o perché sei molto bravo. Quasi sempre perché sei molto bravo, a volte perché sei molto astuto. 

Mimmo Angeli era diventato direttore del Corriere Mercantile perché era di gran lunga il più bravo, perché aveva un fiuto eccezionale per la notizia, perché la sapeva vedere dove gli altri non la vedevano, perché aveva una quantità inesauribile di fonti, perché era il meglio inserito nel tessuto commerciale, imprenditoriale, professionale e sportivo della città. 

Perché era il direttore nato. Punto.

Ci sono persone che, nella tua vita, vedi più dei tuoi genitori, della moglie, dei figli, degli amici. E sono i tuoi colleghi di lavoro. Io non ho mai rimpianto di aver trascorso più tempo con Mimmo Angeli che altrove.

Era severo, esigente, ma anche profondamente umano. Sapeva farti un mazzo così, ma anche scherzare, sapeva far tremare i muri quando prendevi un buco, ma un secondo dopo tornava con qualcosa da mangiare: “Tieni, assaggia questa focaccia, l’ho presa alla Scoffera”. O ancora: “Non ci andare dal fornaio, porto io”. “Ma direttore, oggi è sabato, è il suo giorno libero”. “Passo lo stesso”.

E intanto, dava così un’occhiata alla prima pagina, pure nel suo giorno di corta. Perché quando dirigi un giornale, quando la tua stessa vita è dentro quel giornale, non esistono feste, non esistono ferie, non esiste che non si voglia ascoltare i titoli almeno al telefono, quando si è troppo lontani dalla redazione per poterci arrivare. 

Diventi direttore perché sei il più bravo, e anche perché sei il più responsabile. Che è poi la tua qualifica completa. E Mimmo Angeli la responsabilità se l’è sempre presa: quando c’era da difendere un collega in tribunale per una querela, quando qualcuno della ‘Genova bene’ faceva pressioni, quando c’era da andare a Roma, a dar battaglia per il contributo all’editoria. 

Diciassette anni. Diciassette anni della mia vita insieme a questa persona. Prima da lontano, poi negli ultimi quattro sempre più da vicino. Oggi, quando mi è arrivata la notizia che Mimmo Angeli se n’è andato, ho subito pensato che gli dedicherò il mio prossimo libro. Perché se faccio questo mestiere, se tanti di noi fanno questo mestiere, lo devono solo e soltanto a lui. 

Non ci disse mai di dargli del tu. Ma è anche vero che non ci disse mai come dovevamo fare un pezzo. Con chi stavamo politicamente. Con chi stavamo calcisticamente. Una delle prime volte che lo sentii parlare, spiegò a noi giovani collaboratori: “A me non interessa se siete di destra o di sinistra, qui siamo indipendenti. Pensate solo a fare il vostro lavoro con impegno. Per i più bravi, c’è posto qui, in cima alla scala”. 

In tanti l’abbiamo salita, quella scala, in tanti oggi piangiamo lacrime amare. Una volta, quando morì Papa Giovanni Paolo II, una rivista intitolò l’articolo di Enrico Mentana “Non avrai altro Papa”, per rimarcare che cosa Karol Wojtyla fosse stato e quanto la lunghezza del suo Pontificato avesse attraversato le generazioni. 

Ecco perché ho intitolato questo mio ricordo “Non avrai altro Direttore”: perché penso che non avrò mai più un direttore come Mimmo Angeli. 

Due giorni fa, in piazza Tommaseo, l’ho pensata, Dire. Sapevo già che stava molto male, sapevo che avrei dovuto presto scrivere questo pezzo. In piazza Tommaseo andavamo a far merenda, con l’ottimo gelato della Latteria Bavari. Una volta, con una coppetta di stracciatella in mano, mi disse: “Guarda quel palazzo: lo vedi che è storto?”. 

“No, Dire. Non ci avevo mai fatto caso”. 

“Belin, che giornalisti che ho tirato su. Andiamo in redazione, va’. Che è meglio. Meno male che ci sono io”.

Certo, meno male che c’era lei. 

Perché noi siamo giornalisti. 

Ma il direttore sei tu. Sei tu. 

Per sempre. 

Ciao Mimmo.

Alberto Bruzzone

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