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In Breve

| 11 marzo 2023, 09:30

Dritto al punto... con la psicologa - Il disturbo "da ritiro" che si è diffuso dopo il Covid

Nel periodo appena successivo alla pandemia, si è diffuso un tipo di disturbo che porta adolescenti e adulti a diminuire il contatto con gli altri

Dritto al punto... con la psicologa - Il disturbo "da ritiro" che si è diffuso dopo il Covid

Soprattutto dal periodo appena successivo alla pandemia, si è diffuso un tipo di disturbo, con sintomi che ormai coprono una vasta gamma di "gravità" che è identificabile come una sorta di disturbo "da ritiro"

Non credo si possa assimilare per davvero al disturbo schizoide o schizoaffettivo che nel DSM (Manuale Diagnostico Psicodinamico), vengono inseriti nel cluster A. No, piuttosto io parlerei di una tendenza per adolescenti, giovani adulti e adulti, a ritirarsi sempre di più nel loro mondo interno, nella loro individualità e a perdere o almeno diminuire fortemente il contatto con gli altri, con l'esterno, il confronto e lo scambio. Spesso perché considerati inutili o di poco valore. 

Come sempre bisogna tenere conto che non sono solo le condizioni esterne a creare questo tipo di malessere, ma che esso già esiste dentro la persona e ben radicato; però un evento eccezionale come la pandemia può, volendo, scatenare una reazione patologica come un ritiro profondo. Certo ci sono persone tra queste che già da prima avevano problematiche legate alla socializzazione, all'espressione emotiva, e allora questi sono casi diversi, da monitorare e seguire in modo strutturato, perché in questo caso l'evoluzione negativa potrebbe davvero calcificare quello che già in partenza poteva essere un tipo di disturbo schizoide, cioè di ritiro estremo dalla realtà e dall'emotività, in breve.

Ma io parlo di quei casi limite, quelle persone o ragazzi e ragazze che prima della pandemia, un po' si affacciavano al mondo, un po' di curiosità timida e non sempre pulsante l'avevano sviluppata. Molti di loro, adesso rischiano davvero l'isolamento. Nel loro mondo, ritirandosi in silenzio, il rischio è quello di valutare la realtà in modo sempre piu nemico e sempre più distante. Gli altri attorno a sé diventano sempre di più delle figure da guardare con fatica e sforzo se non addirittura con recriminazione, e le relazioni sociali vengono così sempre meno. Altri sintomi importanti sono il ritiro emotivo anche da sé stessi: non esiste quasi più un pensiero su come si sta, una riflessione sul cosa si prova, giorno per giorno. Non ci si offre spazio di pensiero sulle cose, sugli stati d'animo che si susseguono dentro. Ma se mai si rischia un sempre maggiore appiattimento, un sempre maggiore annichilimento della dimensione riflessiva.

C'è da aggiungere che al di là della pandemia che già ha offerto un fattore traumatico a queste radici già molto fragili, esiste il nostro mondo di oggi che prosegue in una direzione, come tante volte accennato, sempre più individualistica, dove queste persone sofferenti non vengono stimolare alla condivisione, se non estremamente superficiale, delle loro giornate. Una condivisione che però non offre riflessione, e quindi non offre compagnia mentale vera, con gli altri. Perché gli incontri come spesso capita ultimamente, le situazioni e i contesti che ci circondano, sono sempre più fugaci e rapidi, uno segue l'altro in modo abbastanza seriale. Quindi oltre alla superficie, non essendoci tempo, si rischia di non poter toccare molto altro. Ecco che queste persone ne vengono estremamente e doppiamente penalizzate, rimendo intrappolate in una cella vuota dove non hanno nemmeno più se stessi.

Se ci si accorge di sintomi o stati d'animo come quelli esposti, la cosa più preziosa è aiutare queste persone a raggiungere un aiuto clinico, o quantomeno facilitare loro la vicinanza, il ritorno in una dimensione relazionale, in qualche modo. Perché sono ancora in bilico e lo spazio per agire esiste ancora.

Cristina Fregara

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