“Genova c’è ed è pronta ogni giorno a ricordarsi da che parte sta, è una questione di civiltà, diritti e dignità. Fra anni ci gireremo e ci ricorderemo di essere stati dalla parte giusta”.
Le parole della sindaca Silvia Salis riassumono lo spirito dell’eccezionale serata che ha trovato casa al Teatro Modena di Genova. Sul palco, per “Dalia, Voce d’esilio”, i giovani palestinesi del coro ‘Amwaj’ (onde) in arrivo in città da Betlemme e Hebron. Un’occasione per celebrare la musica come aggregante sociale e veicolo universale di cultura, inclusione e pace.
Una fusione di brani e canzoni della musica contemporanea palestinese, sotto la direzione di Mathilde Vittu, e con le voci di studenti e studentesse per un risultato virtuoso del programma educativo istituito dalla Scuola corale ‘Amwaj’, fondata nel 2015 nel sud della Cisgiordania, con l’obiettivo di offrire un’educazione musicale qualitativa e gratuita alle nuove generazioni.
Grazie all’impegno della scuola, 65 bambini, bambine e giovani di età compresa tra i 7 e i 22 anni, ricevono dalle sei alle otto ore di lezioni settimanali che includono canto corale, tecnica vocale, lingue straniere, cultura e formazione musicale, introduzione al pianoforte e alle percussioni, teatro, espressione corporea, yoga e altro. Inoltre, cinque giovani adulti seguono attualmente, presso la scuola corale, una formazione professionale (direzione, composizione, arrangiamento, accompagnamento al pianoforte, pedagogia) per diventare a loro volta formatrici e formatori. L’équipe di insegnanti svolge anche regolari attività di mediazione in tutta la Cisgiordania.

“Genova si è espressa chiaramente, una città che si basa sui due valori di accoglienza e resistenza - ha detto la sindaca Silvia Salis, annunciando anche di aver nuovamente contattato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per chiedere protezione alla Global Sumud Flotilla - è un esercizio di memoria, fa parte dell’identità e se non ce lo ricordiamo politicamente, lo ricordano le persone. Da anni non si vedevano 50 mila persone in piazza. Come città vogliamo accogliere questi giovani palestinesi. Ho detto loro che “every child is my child” perché non possiamo pensare che ci sono bambini più interessanti di altri, non si può fare una gerarchia. Bisogna riconoscere ciò che sta succedendo, è intollerabile da tempo, Genova c’è ed è pronta ogni giorno a ricordarsi da che parte sta, è una questione di civiltà, diritti e dignità. Fra anni ci gireremo e ci ricorderemo di essere stati dalla parte giusta”.
“In uno dei teatri più belli della città è un piacere salutare e accogliere il coro dei giovani palestinesi che arrivano a Genova, che è città della musica, senza bisogno di titoli - ha aggiunto Giacomo Montanari, assessore alla Cultura del Comune di Genova - una città di mare che si affaccia sul Mediterraneo, determina relazioni, scambio, multiculturalità. Noi dobbiamo accogliere queste onde che arrivano dalla costa martoriata del genocidio di Gaza. Onde fisiche con scopo di cortina stesa, per coinvolgere un modo che si sente assolto, ma deve essere sempre più coinvolto. Il coro è uno strumento democratico dal punto di vista musicale, ogni voce è armonizzata. È un messaggio di speranza. Parlare di musica è un discorso di pace e fratellanza. Fuori da ogni divisione pratica, cantare insieme vuol dire armonia condivisa. Un canto per impegnare i governi del mondo, un canto di pace per la Palestina finalmente libera”.




















