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Attualità | 01 marzo 2026, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani - Fake news e intelligenza artificiale: la verità smarrita nell’era digitale

Nell’era dei social network e dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale, distinguere tra realtà e manipolazione è diventato sempre più complesso: tra deepfake e disinformazione la sfida è riscoprire il valore della verifica e dello spirito critico

Gen Z - Il mondo dei giovani - Fake news e intelligenza artificiale: la verità smarrita nell’era digitale

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Viviamo in un’epoca in cui l’informazione corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Basta aprire un social network per trovarsi davanti a notizie, video, immagini e dichiarazioni che rimbalzano da un profilo all’altro nel giro di pochi minuti. Il problema è che non tutto ciò che vediamo è vero. Anzi, sempre più spesso si tratta di contenuti manipolati, costruiti o completamente inventati.

Le fake news non sono un fenomeno nuovo, ma oggi hanno assunto una dimensione diversa. L’intelligenza artificiale permette di creare immagini realistiche di eventi mai accaduti, video in cui personaggi pubblici sembrano pronunciare frasi che non hanno mai detto, audio costruiti ad arte per risultare credibili. I cosiddetti deepfake sono sempre più sofisticati e difficili da riconoscere. A questo si aggiunge la facilità con cui qualsiasi utente può creare contenuti e condividerli con migliaia di persone nel giro di pochi secondi.

Il vero nodo della questione, però, non è solo tecnologico. È culturale. Molti utenti non sono educati alla vita online. Non sanno distinguere una fonte attendibile da una pagina costruita ad hoc per generare click. Non verificano, non confrontano, non cercano conferme. Si tende a credere alla prima notizia che appare nel feed, soprattutto se condivisa da un amico o se rispecchia ciò che già pensiamo. È un meccanismo psicologico potente: ci fidiamo di ciò che conferma le nostre convinzioni.

Nell’era della digitalizzazione, l’accesso all’informazione è diventato democratico. Non ci si informa più soltanto attraverso i giornali cartacei o i telegiornali, ma anche tramite social network, blog, canali video e piattaforme di messaggistica. Questo ha aspetti positivi: più voci, più punti di vista, più rapidità. Tuttavia, non tutti possono fare informazione in senso professionale. Il lavoro del giornalista, iscritto all’albo, dovrebbe essere proprio quello di verificare le fonti, controllare i fatti, confrontare versioni diverse prima di pubblicare una notizia.

Questo non significa che i giornalisti non possano sbagliare. Anche le testate ufficiali possono incorrere in errori o pubblicare informazioni imprecise, soprattutto in un contesto in cui la competizione e la velocità sono diventate centrali. La corsa ad arrivare per primi spesso sacrifica l’approfondimento. Ma, almeno in linea teorica, l’informazione professionale si fonda su regole, responsabilità e codici deontologici che non tutti rispettano quando pubblicano contenuti online.

La responsabilità, però, non è solo di chi produce notizie. È anche di chi le consuma. Ogni utente dovrebbe sviluppare un minimo di spirito critico: chiedersi da dove proviene quella notizia, controllare se è riportata dalle principali testate giornalistiche, verificare sui siti ufficiali delle istituzioni coinvolte. A volte basta una semplice ricerca per scoprire che quella notizia sensazionale non compare da nessun’altra parte o che è già stata smentita.

Condividere senza verificare significa contribuire alla diffusione della disinformazione. E la disinformazione non è innocua: genera confusione, paura, tensioni sociali, incomprensioni. Può influenzare opinioni, decisioni politiche, comportamenti collettivi. In alcuni casi può perfino mettere a rischio la sicurezza delle persone.

L’intelligenza artificiale, come ogni strumento, non è di per sé il problema. Può essere utilizzata per migliorare il lavoro giornalistico, per analizzare dati, per velocizzare ricerche. Ma può anche essere usata per manipolare la realtà. Sta a noi, come società, imparare a convivere con queste tecnologie sviluppando competenze digitali più solide.

La vera sfida non è fermare le fake news, ma imparare a riconoscerle. Educare alla cittadinanza digitale dovrebbe diventare una priorità, soprattutto per le nuove generazioni che vivono online fin da piccole. Perché in un mondo in cui tutti possono parlare, scrivere e pubblicare, la differenza non la fa chi urla più forte, ma chi sa cercare la verità con responsabilità.

Martina Colladon

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