Venerdì 25 marzo 1911, alle ore 16,40 di uno stramaledetto pomeriggio newyorchese, centoquarantasei donne immigrate, di cui trentanove italiane, persero tragicamente la vita.
Morirono alcune bruciate vive, altre sfracellate al suolo dopo essersi lanciate dalle finestre al decimo piano, nel vano tentativo di salvarsi dalle fiamme.
Morirono con la sola ‘colpa’ di essere sul loro posto di lavoro. Dove passavano sessanta ore alla settimana, dove erano sottopagate, dove facevano gratuitamente gli straordinari, dove erano biecamente sfruttate.
Dove non esisteva un briciolo di sicurezza, né un briciolo di umanità.
Morirono peggio che le bestie, quando la fabbrica di camicie Triangle Waist Company, che si trovava all’ottavo, al nono e al decimo piano di un edificio affacciato su Washington Place, nel Greenwich Village, prese improvvisamente fuoco.
La più giovane di quelle ragazze aveva 14 anni. La più ‘anziana’ ne aveva 25.
Rimasero in trappola e morirono peggio che le bestie perché per costringerle a lavorare e per impedire che lasciassero la loro postazione, tutte le uscite verso le scale erano state chiuse a chiave. Venivano aperte solamente all’orario d’ingresso e all’orario di uscita, da alcuni sorveglianti uomini che i padroni pagavano a cottimo, per controllare quelle sarte, ma sarebbe più giusto dire quelle donne trattate come schiave, a gruppi di sette.
Non potevano andare in bagno, non potevano mangiare. A malapena potevano respirare. E il sindacato non era mai riuscito a entrare in quell’azienda.
Diritti zero, obblighi un miliardo. Sicurezza zero, incidenti un miliardo. Sino al pomeriggio in cui avvenne quello fatale. Gridavano, gridavano e gridavano, quando le fiamme partirono dall’ottavo piano e, in men che non si dica, salirono verso il nono e il decimo, devastando tutto e tutte.
Alcune riuscirono a sfondare una porta, presero giù per le scale, ma le scale stesse crollarono, travolte dal peso delle altre.
Alcune riuscirono a entrare nell’ascensore, ma l’ascensore precipitò, perché le funi erano state mangiate dal fuoco.
La folla da sotto iniziò a radunarsi a Washington Place. Vedevano le donne imprigionate e non potevano fare nulla. “Non buttarti, non buttarti”, urlavano dal marciapiede.
Ma quelle povere e innocenti vittime non avevano scelta: o rimanere bruciate vive o lanciarsi giù di sotto, nell’ultimo disperato tentativo di sopravvivere. Come all’11 settembre del 2001, dai finestroni delle Twin Towers, decine e decine di donne scavalcarono il parapetto e si gettarono nel vuoto.
Apparvero un uomo e una donna: si baciarono per l’ultima volta, poi lui spinse lei e le andò subito dietro.
Apparvero due sorelle: si buttarono insieme, tenendosi per mano.
Apparve una donna: mentre precipitava, tentò di aggrapparsi all’edificio accanto, e ci rimase appesa per lunghi e interminabili secondi, fino a che fu avvolta dalle fiamme, che le presero il vestito, facendola poi cadere.
Arrivarono i pompieri e stesero una rete di protezione. Ma era troppo debole e l’altezza era troppo alta, così finirono squarciate praticamente subito. Altri montarono le scale, ma erano troppo corte per arrivare al decimo piano.
Così centoquarantasei donne immigrate, sottopagate, sfruttate e non protette persero la vita, mentre stavano al loro posto di lavoro. I loro ‘padroni’, invece, si salvarono. Perché appena l’incendio iniziò a dilagare, se ne andarono da una porta di sicurezza. Fregandosene di tutto e di tutte. E mentre il sogno americano di quelle ragazze finì sfracellato su un freddo marciapiede, i titolari della Triangle Waist Company finirono in tribunale.
Max Blanck e Isaak Harris le avevano lasciate morire. Eppure furono assolti e ottennero un risarcimento dall’assicurazione di sessantamila dollari, circa quattrocento per ogni persona defunta.
L’indennizzo alle famiglie delle vittime fu invece di settantacinque dollari a testa. Settantacinque fottuti dollari.
Ai funerali delle ragazze presero parte migliaia di persone, ci furono movimenti di protesta, le donne scesero in piazza, arrivarono a essere centomila.
Il sindacato salì sulle barricate, il sindaco salì sulle barricate, la politica salì sulle barricate. Nacque la Factory Investigating Commission, vi fu messa a capo Francis Perkins, che sarebbe diventata la prima donna segretaria del lavoro.
Lavorò duramente, lavorò con impegno, lavorò tirando fuori quell’energia che solo e soltanto le donne sanno tirar fuori. E proprio le donne diedero battaglia, e laddove non erano arrivati i giudici, arrivarono loro: furono imposti standard di sicurezza molto più elevati, un salario minimo, l’assistenza alle disoccupate e il fondo pensionistico. Da Francis Perkins e tutte le altre il presidente Roosevelt prese esempio per una parte del suo New Deal.
Ecco perché venerdì 25 marzo 1911, alle ore 16,40 di uno stramaledetto pomeriggio newyorchese, centoquarantasei donne immigrate, di cui trentanove italiane, morirono senza giustizia. Ma non morirono invano.
L’incendio di Triangle Waist a New York è considerato da sempre uno degli inizi dei movimenti per i diritti delle donne. Che già si erano mobilitate anni prima, sempre a New York, sempre camiciaie. Ma mai con quei numeri e con quella intensità.
Sono passati centoquindici anni da quella giornata. Era pomeriggio di paga (quella magrissima paga), e molte vittime furono riconosciute dal nome sulla busta. Rosaria Maltese e Kate Leone avevano appena 14 anni.
Pensare che poche ore prima, una donna aveva chiesto a uno dei capi: “Mr. Bonstein, ma perché non c’è acqua nei secchi? In caso d’incendio non c’è niente con cui poterlo combattere”.
E lui, con un’arroganza disumana, le aveva replicato: “If you burn, there will be something to put out the fire with!”, se brucerai, ci sarà qualcosa con cui spegnere il fuoco.
Invece non ci fu nulla, con cui spegnere il fuoco. A spegnersi furono soltanto delle vite innocenti.
Oggi, che è l’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna, è giusto rivolgere un pensiero anche a Rosaria, Kate e a tutte le altre.
Quindici minuti per morire, centoquindici anni di strada per migliorare. E ce n’è ancora moltissima da fare.














