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Cronaca | 17 giugno 2026, 17:42

Uccise la moglie e ne simulò il suicidio, pena ridotta in appello per Ahmed Mustak

L’operaio è stato condannato a 21 anni di reclusione per l’omicidio di Sharmin Sultana, trovata morta a Sestri Ponente nel marzo 2023. In primo grado la pena era stata di 22 anni e sei mesi

Uccise la moglie e ne simulò il suicidio, pena ridotta in appello per Ahmed Mustak

Pena lievemente ridotta in appello per Ahmed Mustak, l’operaio originario del Bangladesh condannato per avere ucciso la moglie Sharmin Sultana e per averne poi inscenato il suicidio gettando il corpo dalla finestra.

La Corte d’Appello di Genova ha rideterminato la condanna a 21 anni di reclusione, riformando la sentenza di primo grado della Corte d’Assise, che aveva inflitto all’imputato 22 anni e sei mesi di carcere. La riduzione è arrivata nell’ambito del concordato in appello presentato dalla difesa, rappresentata dall’avvocata Vittoria Garbarini, in accordo con la procura generale.

Il delitto era avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 marzo 2023 nell’abitazione della coppia a Sestri Ponente. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Mustak avrebbe aggredito la moglie colpendola alla testa con un pesante oggetto in pietra mentre i due figli piccoli si trovavano in un’altra stanza a cenare. Anziché soccorrerla, l’avrebbe lasciata morire e poi avrebbe gettato il corpo dalla finestra, tentando di simulare un gesto volontario. Il corpo di Sharmin Sultana era stato trovato in strada la mattina successiva.

Nel corso delle indagini e del processo l’imputato aveva fornito versioni diverse. In un primo momento aveva negato ogni responsabilità, tanto che la morte della donna era stata inizialmente considerata un suicidio. Successivamente aveva ammesso la lite, continuando però a sostenere che si fosse trattato di un incidente, di una colluttazione degenerata accidentalmente.

Una ricostruzione respinta dai giudici di primo grado. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte d’Assise di Genova aveva scritto che Mustak aveva “mentito spudoratamente”, ritenendo che l’uomo avesse ucciso la moglie per impedirle di emanciparsi, trovare un lavoro e utilizzare liberamente lo smartphone e i social network.

Secondo l’accusa, il femminicidio sarebbe maturato in un contesto di controllo e sopraffazione nei confronti della donna, che stava cercando maggiore autonomia personale ed economica. Una lettura confermata anche dalla sentenza di appello, che ha mantenuto l’impianto della condanna per omicidio volontario, riducendo però la pena da 22 anni e sei mesi a 21 anni di reclusione. 

Redazione

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