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Attualità | 27 settembre 2026, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani - Chi è il migliore? Sempre più spesso si vota il “meno peggio”

Tra politica trasformata in spettacolo, gaffe diventate virali e programmi che faticano a trovare spazio, cresce la distanza tra cittadini e partiti. E al momento del voto la scelta rischia sempre più spesso di nascere dall’esclusione, anziché dalla convinzione

Gen Z - Il mondo dei giovani - Chi è il migliore? Sempre più spesso si vota il “meno peggio”

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Manca sempre meno alle elezioni e la politica torna a fare rumore. Tutti tirano fuori le proprie carte, tutti hanno una soluzione, tutti sembrano sapere esattamente che cosa dovrebbe essere fatto. Poi arriva una domanda un po’ più scomoda e, improvvisamente, qualcuno non sa cosa rispondere.

C’è chi rimane in silenzio a pensare, chi cambia discorso, chi sembra non sapere nemmeno di cosa si stia parlando e chi tira fuori l’ennesima proposta destinata a durare da Natale a Santo Stefano. E mentre loro cercano di convincere gli italiani, sui social partono i meme.

Non succede con tutti, ovviamente. Ma gli scivoloni sono diventati talmente frequenti da essere ormai quasi parte dello spettacolo politico. Una frase sbagliata, una risposta imbarazzante o una promessa difficile da mantenere possono bastare per trasformare un’intervista in un contenuto virale.

E così, invece di parlare di ciò che un politico vuole realmente fare, ci ritroviamo a parlare di quello che ha detto, di come lo ha detto e di quanto sia diventato divertente prenderlo in giro.

Il problema è che ormai la politica non è più soltanto politica. Da un po’ di tempo è diventata anche uno show. Non conta soltanto chi ha un programma, chi ha delle idee o chi propone qualcosa di concreto, ma anche chi riesce a farsi notare di più. Chi riesce a creare la frase perfetta per un video, chi riesce a diventare virale, chi riesce a occupare più spazio possibile nel dibattito pubblico.

E i social hanno sicuramente cambiato le regole del gioco. Una dichiarazione può essere trasformata in un video di trenta secondi, una risposta può diventare un audio da utilizzare nei meme e una gaffe può raggiungere migliaia di persone in poche ore.

Un programma politico può richiedere giorni per essere letto e capito, mentre una frase assurda può diventare famosa in pochi minuti. Alla fine ci ricordiamo il video, la battuta e il meme molto più facilmente di quello che è stato detto durante tutto il resto dell’intervento.

Per i giovani questo rapporto tra politica e social è ormai praticamente inevitabile. La politica arriva sul telefono mentre si scorre TikTok, Instagram o X, spesso attraverso video brevi, commenti e contenuti creati dagli stessi utenti.

Questo permette anche di avvicinarsi a temi che altrimenti sembrerebbero lontani, ma porta con sé un rischio: quello di trasformare la politica in qualcosa da guardare e commentare, più che da conoscere davvero.

Non significa che tutti i politici siano impreparati o che non esistano proposte serie. Il problema è che spesso queste ultime finiscono in secondo piano. Perché leggere un programma, confrontare le idee e capire come una determinata proposta potrebbe essere realizzata richiede tempo. Guardare un video di venti secondi in cui un politico fa una gaffe richiede molto meno.

E così chi dovrebbe governare il Paese rischia di diventare, almeno sui social, un personaggio come tanti altri. Si commenta, si prende in giro, si condivide la frase più assurda e il giorno dopo si passa a quella successiva. È quasi strano pensare che persone chiamate a prendere decisioni importanti possano essere ricordate soprattutto per una frase diventata un meme.

Ma dietro le risate c’è una questione molto più seria: la fiducia.

Perché quando una persona non riesce più a prendere sul serio chi dovrebbe rappresentarla, anche il rapporto con la politica cambia. Secondo i dati Istat relativi al 2024, la fiducia nei partiti politici resta bassa, con una valutazione media di 3,5 su 10.

Questo non significa che i giovani non si interessino alla politica. Anzi, ne parlano, discutono sui social, si informano e commentano continuamente ciò che succede. Il problema è che interesse e fiducia sono due cose diverse.

E quando arriva il momento di votare, la domanda per molti non sembra più essere “chi è il migliore?”, ma “chi è il meno peggio?”.

Non si cerca necessariamente il partito o il candidato che convince davvero, quello con il programma in cui ci si riconosce di più e con una visione che si vorrebbe vedere realizzata. Si cerca quello che convince un po’ meno degli altri, quello che sembra rappresentare l’alternativa meno lontana dalle proprie idee. Una scelta che nasce più dal confronto tra ciò che non si vuole che dalla convinzione verso ciò che si vuole.

Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere. Perché se il voto diventa soltanto una scelta del “meno peggio”, significa che qualcosa nel rapporto tra cittadini e politica si è rotto.

Non basta più presentarsi davanti a una telecamera, fare una promessa o trovare la frase giusta per diventare virali. Le persone vogliono capire cosa c’è davvero dietro quella comunicazione.

La politica dovrebbe essere molto più di una gara a chi riesce a farsi notare di più. Dovrebbe esserci spazio per discutere, confrontarsi, spiegare come si vogliono risolvere i problemi e soprattutto capire se quelle soluzioni sono davvero realizzabili.

I social possono essere uno strumento importante per avvicinare le persone alla politica, ma quando tutto viene trasformato in spettacolo il rischio è che la sostanza finisca sotto il rumore.

Ridiamo delle gaffe, condividiamo i meme e commentiamo l’ennesima dichiarazione diventata virale. È normale, fa parte del modo in cui oggi utilizziamo i social. Ma una volta finita la risata dovrebbe rimanere anche una domanda: che cosa vuole davvero fare questa persona?

Perché un Paese non si governa con un video virale, con una frase diventata un meme o con una promessa destinata a durare da Natale a Santo Stefano.

Martina Colladon

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