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Attualità | 07 giugno 2019, 18:00

Daniele Canepa: "Anche a Genova esiste la tratta di baby calciatori"

Il volontario di Mission89 presenta la campagna di sensibilizzazione #NOTINOURGAME sulla tratta dei minori nello sport e in particolare nel calcio. Lo abbiamo intervistato per parlare del fenomeno poco noto, ma molto diffuso

Daniele Canepa

Daniele Canepa

Sport e integrazione, ma anche sport e discriminazione e perfino tratta di minori. Esiste, infatti, al di là dei valori che caratterizzano tutte le discipline agonistiche, un lato oscuro del podio, in cui sono presenti fenomeni non solo quali il razzismo (vedi i fischi ai giocatori di colore) e la discriminazione di genere (vedi come sono snobbate le calciatrici, che proprio oggi sono protagoniste dei Mondiali Femminili), ma perfino tratta dall’Africa all’Europa di baby sportivi, in particolare calciatori. Arrivano dal Senegal, dalla Nigeria o dall’Etiopia attirati da sedicenti procuratori e da pagine Facebook in cui si promettono provini per club calcistici di prestigio, per poi essere abbandonati da soli in un Paese straniero.

A sensibilizzare su questo argomento c’è Mission89 (https://mission89.org/) con la campagna #NOTINOURGAME, presentata dal genovese Daniele Canepa, volontario di questa Ong internazionale, il prossimo 12 Giugno al Teatro Sociale di Certosa (Via San Bartolomeo della Certosa) dalle 20.45.

 

Che cos’è Mission89 e che cosa fa?

Mission89 è una Ong che si occupa quasi unicamente di fare azione di educazione e sensibilizzazione al problema della tratta dei minori nello sport e in particolare nel calcio, e non a caso il nome richiama il 1989, anno della Convenzione sui diritti dell’infanzia. Il problema del problema è che di tratta nel calcio si parla pochissimo: i media non coprono l’argomento o lo fanno solo marginalmente, per cui c’è poca ricerca, poca consapevolezza e quindi dati incerti. Ma sicuramente il fenomeno è di rilevanza non solo europea, ma globale.

Che cosa si sta facendo per evitare la tratta dei baby calciatori?

Più di 15 anni fa la Fifa aveva introdotto nel proprio statuto sui trasferimenti l’articolo 19 per regolamentarli e limitarli nel caso di calciatori minorenni, perché tra la fine degli anni ‘90 e i primi del 2000 c’era stata la corsa al nuovo ragazzino fenomeno, come era accaduto per Messi, che si è trasferito dall’Argentina in Spagna a meno di 14 anni, quando era consentito. Ma quante migliaia di ragazzi ci sono che, per un infortunio o poco talento, si trovano abbandonati a loro stessi, in un Pase straniero, in età ancora giovane, senza possibilità di studiare e con la carriera calcistica preclusa? E anche i ragazzi che arrivano dall’Africa e hanno un talento tale per cui riescono a giocare in un club professionistico, sono spesso ricattati in vari modi dalle persone che li hanno portati in Europa.

Perché succede se, secondo l’articolo 19, i minori non posso essere portati in Italia e in Europa?

Perché l’articolo 19 di per sé prevede delle eccezioni, per cui potrebbero venire solo i maggiorenni, ma per esempio se un ragazzo ha 16 anni e viene offerto un lavoro al padre a Londra, allora il ragazzo si può trasferire in un club inglese. Oppure esistono accademie che non si registrano come società calcistiche, ma che fingono di avere uno scopo educativo, riuscendo così ad aggirare la regola. Purtroppo ci sono persone e organizzazioni che hanno più a cuore il profitto che possono trarre dalla vendita di un talento che il benessere del minore. Sappiamo per certo di casi di ragazzi, che ho anche conosciuto, introdotti in modo legale in Europa, non giunti sui barconi, che una volta sbarcati dall’aereo sono stati vittime di una serie di dinamiche a causa delle quali succede che vengano abbandonati nel luogo di destinazione.

In che modo fanno venire qui i minorenni?

In particolare se ne è occupata l’Università di Loughborough, dove il Professor Esson, ha studiato in particolare il fenomeno sul movimento che avviene tra Africa Occidentale ed Europa, individuando dieci tappe che si ripetono in modo ciclico: nel Paese di origine si individua il ragazzo con capacità o aspirazioni sportive, che viene avvicinato dai cosiddetti agenti o da persone che millantano contatti in Europa, nel calcio professionistico; questi  contattano la famiglia, e nel caso in cui questa fosse riluttante, fanno pressione sul ragazzo. Per portarlo  in Europa chiedono tra i 3 e 5 mila euro, dicendo che servono per i documenti, il viaggio, il tempo che impiegano per creare le opportunità giuste e per fare i provini. Spesso le famiglie pagano, per cui i ragazzi arrivano, principalmente, in Europa, in modo legale nella prima fase, ma poi può succedere che il ragazzo sia accolto nel Paese dal sedicente agente o da qualcuno che è d’accordo, e che faccia il provino per una o più squadre, normalmente club piccoli, che danno poco nell’occhio e che sia ricattato dall’agente, che si è tenuto documenti e i soldi per costringerlo a firmare i contratti senza percepire niente, ovviamente in accordo, a vari livelli, con dirigenti o società o altre figure. Altrimenti l’aspirante calciatore viene anche abbandonato all’arrivo in aeroporto.

Succede anche a Genova e in Liguria?

Ho conosciuto un ragazzo che sia al nord d’Italia sia in provincia di Genova ha sostenuto alcuni provini quando aveva 17 anni: sono andati male, perché – mi ha raccontato – non sapeva cosa significasse giocare in un campo con soli 10 gradi - e lo hanno abbandonato: l’agente non si è presentato all’ultimo appuntamento, ha spento il cellulare ed è sparito. Si è trovato da solo senza sapere che cosa fare e la famiglia gli ha indicato, per fortuna, di avere un conoscente nel centro storico: lui si è presentato alla sua porta ed è stato accolto. Il bar del palazzo di fronte lo ha aiutato, comprendendo la sua storia, e ormai è qui da alcuni anni, lavora, ha i documenti in regola e ha ripreso a giocare a pallone. Invece pochi mesi fa c’è stato il caso dello Spezia calcio, per cui la procura sta portando avanti l’inchiesta, e che avrebbe pagato 25 mila euro gli agenti dei minori.

Il fenomeno della tratta dei calciatori è solo europeo?

In realtà il traffico non è solo dall’Africa all’Europa, infatti inizialmente la provenienza era dal Sud America all’Europa, che rappresenta il massimo a livello tecnico ed economico. Ma ci sono anche casi acclarati dall’Africa verso Asia e America. Il problema della tratta di minorenni nel calcio riguarderebbe  anche gli Stati Uniti: dagli Usa vanno in Messico, contrariamente a quello che si può pensare, perché il campionato messicano è di alto livello. Oppure, al di là del calcio, ci sono casi di naturalizzazioni forzate, come è successo alcuni anni fa con un atleta di origine etiope cui avevano prospettato una carriera in Azerbaijan e che, invece, non riceveva nemmeno lo stipendio - che si intascava il manager - e subiva pressioni per assumere sostanze dopanti. E si suppone che ci siano altri casi simili.

Abbiamo delle cifre precise sulla tratta?

Si stima che si tratti di diverse migliaia di ragazzi introdotti in Europa in questo modo dai primi anni Duemila. Per esempio “Foot Solidaire” parlava di alcune migliaia all’anno solo verso la Francia, che attualmente con Rio de Janeiro è la città che crea più calciatori professionisti al mondo; e poi ci sono anche Portogallo e Svezia. Le piccole società, fuori dai riflettori, servono per fare il lavoro che è alla base per portar qui i baby calcatori: se sono veramente bravi arrivano nei club importanti, ma ci sono tutti gli step precedenti non “puliti”. Per quanto, quindi, non ci sia talvolta una responsabilità diretta delle società grosse, c’è comunque una sorta di responsabilità indiretta da parte di tutto il sistema, perché i ragazzi vogliono venire qua perché vedono in tv la Champions League e tutti i nostri campionati, in cui si fanno soldi e successo, e di ciò tutto il sistema deve rendersi consapevole e responsabile.

Perché non se ne parla?

Purtroppo i grandi mezzi di comunicazione se ne occupano in modo superficiale, senza cercare per capire qual è la causa di questo fenomeno: perché significa mettere in discussione un sistema che fattura miliardi di euro. Inoltre manca la ricerca: pensiamo, infatti, che il problema sia diffuso anche negli Usa negli sport come il basket e football; ci sono state inchieste giornalistiche su ragazzi portati lì e tenuti quasi in condizione di schiavitù. E difficilmente i giocatori famosi, che hanno subito lo stesso trattamento, si schierano contro il problema. Io ho iniziato a fare ricerche quando ho appreso del caso di Genova; cercando su Facebook e, per esempio, digitando tag come “Real agent football”, si trovano post chiaramente falsi che millantano provini in Europa con talent scout e i ragazzi, pieni di speranze, mettono pubblicamente i propri numeri di telefono per essere contatti. Sul web ho cercato materiale in inglese e francese, trovando dei documentari che avevano come protagonisti baby calciatori vittime di tratta, che ho contattato e intervistato per Mission89.

Medea Garrone

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