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Cultura e spettacoli | 20 maggio 2018, 10:31

Simone Lezzi: "Lavoro con brand mondiali, ma deve vincere la cultura, non il mercato"

Lavora per la “bibbia” della moda americana, i suoi servizi sono richiesti dalle più note griffe mondiali e ritrae influencer come Chiara Ferragni. È Simone Lezzi, che ogni anno organizza, con grande successo, "La Settimanale di fotografia"

Simone Lezzi: "Lavoro con brand mondiali, ma deve vincere la cultura, non il mercato"

Lavora per la “bibbia” della moda americana, immortala top model del calibro di Gigi Hadid, i suoi servizi sono richiesti dalle più note griffe mondiali e ritrae influencer come Chiara Ferragni. Ha poco più di trent’anni e ha aperto quattro studi a Londra, dove ha tenuto lezioni in prestigiose Università. È Simone Lezzi, genovese dei caruggi che fa avanti e indietro tra la capitale britannica e Genova, dove ogni anno organizza, con grande successo, La Settimanale di fotografia, completamente gratuita, cui partecipano professionisti come Andrea Frazzetta e Ferdinando Scianna. E dice che “chi è bravo dei fare carriera e deve vincere la cultura e non il mercato”. Ci spiega come si fa.

La Settimanale, che è ancora in corso, ha sempre più successo.

Sì, questa è la quarta edizione e nasce da un bisogno di noi soci fondatori di trovare uno spunto in una città molto bella, che però ha pochi sbocchi nella fotografia. Tutti noi viviamo di fotografia, ma tutti siamo stati costretti a spostarci. Ora che siamo più grandi e stabiliti abbiamo pensato di creare qualcosa che possa servire anche a chi è agli esordi e quindi ogni anno organizziamo una settimana per far sì che i fotografi e gli interessati alla fotografia possano trovare a Genova ottimi nomi e spunti per poter collaborare. In questo mondo la fotografia è diventata cosa di tutti i giorni, si guardano più foto che parole e libri, mentre si dovrebbe imparare a leggerla, a conoscerla e a capirne le varie branche e tipologie. Quindi cerchiamo di offrire la varietà attraverso gli invitati. Inoltre quest’anno la mostra nello Spazio Aperto di Palazzo Ducale, “London Street Photography”, ha un’apertura internazionale, perché espongono coloro che hanno partecipato allo Street Photography London Festival dello scorso anno. Arrivano da Italia, Tailandia, Turchia, Sri Lanka, India, Giappone e altri Paesi.

La Settimanale ha lo scopo di scovare talenti emergenti?

C’è molta gelosia e poca collaborazione in questo campo, mentre io e i miei soci de La Settimanale vorremmo che questo fosse uno strumento per far sì che sia i genovesi sia chi vuol venire da fuori, vivesse l’evento come un ritorno “comunitario”: vorrei che le persone si sentissero non divise. E senza che spicchino i nostri nomi. Spesso chi organizza gli eventi, infatti, è in una posizione di vantaggio: Palazzo Ducale è un’ottima vetrina e potrei chiedere facilmente il patrocinio per un mio progetto, ma per ora non ho intenzione di collegare i miei lavori alla Settimanale. Non voglio essere avvantaggiato. Il talento deve essere neutro e chi è interessante e bravo deve fare carriera. Noi facciamo ricerca per cercare persone, più o meno giovani, di talento. Perché ci sono anche persone anziane come Ferdinando Scianna, che, l’anno scorso ha riempito per due ore di talk la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Inoltre cerchiamo di portare uno o più fotografi almeno di sesso femminile o di altre nazionalità. Ormai il mito secondo cui la fotografia è maschile, sta calando. Secondo me è giusto così, perché le differenze si devono notare. Quest’anno, infatti, abbiamo avuto Nicol Vizioli, fotografa romana molto brava, con approccio pittorico. Sarebbe bello aver qualcuno anche della comunità sudamericana, che qui è molto vasta.

La Settimanale è un importante evento di fotografia, ma non avete sponsor tecnici. Perché?

Perché deve vincere la cultura e non il mercato. Ci occupiamo di tutto noi cinque fondatori, con l’ottimo supporto di Palazzo Ducale. Ci siamo tirati indietro dagli sponsor tecnici classici, perché sarebbe un vincolo. Il nostro budget è risicato, ma piace. In questo lavoro a volte si guadagna bene, a volte meno, ma si deve produrre cultura, e vogliamo che ci siano più persone che, guardando i progetti e il talento d’altri, siano invogliate. Non faccio le cose con invidia o cattiveria, ma perché mi piacciono. Non sento competizione: in studio abbiamo fotografi giovanissimi o più anziani e per me sono tutti d’ispirazione. Questo forse mi viene dalla musica, perché tra musicisti ci si ispira, si chiedono consigli, mentre tra fotografi è più difficile. Qui invece c’è spazio per tutti.

A proposito di musica, tu nasci in quel mondo.

Sì. Sono autodidatta, ho iniziato circa tredici anni fa e ora ne ho trentatré. Ho lasciato il lavoro e ho comprato la prima macchina fotografica iniziando a fotografare musicisti. Io stesso suonavo, quindi era facile per me fare foto a gruppi o artisti mentre si esibivano. Loro hanno iniziato a chiedermi le foto per i cd e da lì ho aperto il primo studio e fotografato band in tutta l’Italia. Tra musica e moda, poi, il collegamento è quasi diretto, infatti, mi sono poi spostato a Milano, entrando in uno studio con alcuni registi e in un’agenzia piuttosto importante, per sfilate, moda, eventi. Nel 2008 sono andato a Shangai per alcuni, per cambiare ambiente quando era più difficile per la crisi essere freelance. A Londra, invece, sono andato in vacanza, ma ho fatto dei lavori e da lì ho aperto quattro studi col mio socio, Antonio Putini, vicini al parco olimpico, dove forniamo servizi per produzioni di ogni tipo, con l’attrezzattura. Apriremo a breve un altro spazio sul canale, mentre continuo a girare moltissimo in Europa e Italia per servizi di moda o commerciale. Non voglio limiti di tipologia e cerco di crescere principalmente su moda e ritratto.

Cosa vuol dire lavorare con i principali brand e le top internazionali come Hilfinger e Hadid?

Di sicuro è molto eccitante, perché essendo autodidatta io mi butto senza tirarmi indietro. Per esempio con In quel caso ero piuttosto agitato, essendo Tommy Hilfinger unostilista tra i più importanti della moda americana, e idem tra le top Gigi Hadid. Ma sono stati gentili e disponibili, e il lavoro è andato bene. Mi mette sempre un po’ ansia perché ogni volta che arriva una richiesta da una rivista o un cliente per un progetto che sento molto importante, è giusto che ci sia un po’ di stress, ma poi passa appena sono lì, perché arrivo preparato.

Come ti rapporti con i personaggi famosi che devi immortalare?

Ai personaggi faccio sempre tante domande, perché è importante sapere il loro punto di vista. Di recente ho fotografato Romeo Gigli, che ha ritratti bellissimi fatti da un mito come Avedon, per cui gli ho chiesto cosa volesse dire essere ritratto dopo trent’anni da me. Tutte queste persone, per quanto abbiano una carica e siano importanti, sono molto gentili e rispondono sempre alle mie domande. Il mondo è in continua evoluzione e ci saranno giovani stilisti un giorno, che prenderanno il loro posto, ma loro sono sempre attuali e hanno visione molto ampia, perché vedono l’arte a tutto tondo, e sono molto preparati, da prima del digitale a ora. Difficilmente mi è capitato che dicessero qualcosa in cui ero in totale disaccordo. Sono fortunato ad avere davanti queste persone. Alcuni giorni fa ero da Luciano Benetton e da Fendi il giorno dopo: il trattamento verso chi lavora è ottimo, mi sono sempre sentito coccolato.

Cosa significa per te lavorare per le più note riviste di moda del mondo?

Ultimamente la principale con cui collaboro è la rivista americana WWD, una sorta di Bibbia della moda: sono ovunque, a Los Angeles, New York, Londra, Tokyo, Milano. Faccio tante cose con loro. Poi lavoro per Vogue, Elle e Marie Claire, ma realizzo anche reportage per La Repubblica e l’inserto Robinson, perché significa documentare un momento di quel momento. Gli ultimi due anni sono stati molto emozionanti dal punto di vista delle esperienze lavorative, ho imparato davvero tanto lavorando per queste riviste.

Chi decide come organizzare un servizio di moda e quante ore può durare il lavoro?

Mi è capitato di fotografare l’amministratore delegato del gruppo Ferragamo in quindici minuti, ma l’ho aspettato cinque ore, quindi mi sono preparato bene. È sempre diverso in base al progetto. A l’art director del brand decide tutto o il designer, a volte si improvvisa. A volte occorrono otto ore di lavoro, a volte pochi minuti. Con Benetton, per esempio, non sapevo dove sarei andato: a Treviso hanno restaurato le prigioni asburgiche con un museo d’arte moderna e sono arrivato là senza sapere niente. Così ho fatto un giro col curatore del museo e ho scelto su momento dove fosse bene fare i ritratti.

Quanto tempo si impiega nella post produzione dopo un servizio?

A volte servono giorni per completare un servizio o un progetto, a volte mezzora. Generalmente scatto immagini che sono già buone di partenza, non mi piace modificare facce, fluidificare visi, cioè restringere. Mi piace il fatto che in Francia abbiano una legge per cui nel cartellone pubblicitario si deve indicare se l’immagine post prodotta è stata modificata. Noi cerchiamo di farlo da soli, ma abbiamo anche un team per il post produzione, cui forniamo una foto pronta, cioè buona in partenza.

Progetti futuri?

L’apertura di un nuovo studio nell’East London, che sarà uno studio fotografico e per eventi, ma intanto sto collaborando con la manifestazione Zones Portuaires all’interno del porto di Genova: sto cercando di fotografare più persone possibile, facendo ritratti dai camalli ai piloti agli ormeggiatori, insomma tutti quelli che lavorano in porto, perché ne sono affascinato. Le foto dovrebbero essere stampate molto grandi, col progetto Inside Out, e collocate sulla diga foranea come benvenuto alle navi che entrano. Si spera di farlo per luglio. Invece con lo scultore genovese Ruben Esposito, di "Spazio Lomellini 17", sto realizzando dei pezzi d’arte, costituiti da foto scattate in pellicola e stampate in camera oscura, di modelle a grandezza naturale, con l’aggiunta sulla stampa di una scultura in marmo artificiale. Ne abbiamo completata una su cinque e una già venduta a un collezionista di Genova. Si tratta del primo progetto totalmente artistico che realizzo e che spero di mettere in mostra sia qui che a Londra.

Cosa consiglieresti a chi sta a Genova e vuol fare il fotografo?

Genova è bellissima e offre possibilità infinite, non essendoci un mercato, se non di certe tipologie come matrimonio, industriale e tecnico. Per quello che faccio io bisogna spostarsi necessariamente. E bisogna imparare, conoscere, vedere tutto. Senza movimento non c’è conoscenza. A chi sta qui dico di cercare di sfruttare le bellezze del posto. Il clima è buono, luoghi bellissimi, e consiglio di stare a Genova, ma di spostarsi. Si può andare via per mesi e poi tornare. Ormai sto due settimane qua e due a Londra. Può essere stancante, ma quello che dà Genova come qualità della vita poche città lo danno. E parlando di luce: è mediterranea, netta. Dovrei fare un catalogo di costumi per una cliente svizzera che quest’anno vuole fare qui il servizio. C’è tanto potenziale e se si può fare il lavoro in modo più semplice e di frequente, perché non stare qui? Ho dovuto chiudere lo studio, ma lo riaprirei e se lo farò sarà diverso da quello di Londra, che rappresenta il puro commercio, perché è la Grande Mela europea. Vorrei realizzare più lavori qua e portare più clienti esteri, perché a Genova ogni sfondo è bellissimo.

Medea Garrone

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