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Cronaca | 22 aprile 2020, 17:48

Clelia Siani: il ricordo degli ex studenti e colleghi in una lettera

A pochi giorni di distanza dalla morte, il ricordo di ex studenti e colleghi anestesisti della professoressa

Clelia Siani: il ricordo degli ex studenti e colleghi in una lettera

A distanza di pochi giorni dalla morte della professoressa Clelia Siani, anestesista dell'Ospedale Policlinico San Martino e docente all'Università di Genova, pubblichiamo una lettera d'addio da parte dei suoi ex studenti, diventati poi colleghi, Monica Centanaro, Antonella Pellizzari, Marco De Martini, Teresa Gentile e Giulio Briano, e scritta da Giorgio Ardizzone, anestesista che ha lavorato con lei dall’apertura del Centro Trapianti al San Martino fino a dicembre 2005.

 

"Cara Prof.,

eravamo all’inizio degli anni ’90, e un piccolo gruppo di giovanissimi specializzandi della Scuola di Anestesia e Rianimazione dell’Università degli Studi di Genova si innamorarono di Lei: Giulio, Marco, Monica, Antonella, Teresa e Giorgio. Poi, nel tempo, si aggiunsero molti altri colleghi che costituirono tutto lo staff anestesiologico del Centro Trapianti di Genova, ma quel nucleo iniziale veramente la amò.

Si, quello che provammo per Lei allora e che ancor oggi sentiamo dentro di noi è amore. Quello stesso amore che lei ha riversato su di noi, sulle nostre vite forgiando di giorno in giorno non solo la nostra professionalità ma anche il nostro carattere e la nostra umanità.

Tutto questo è avvenuto nel tempo. Senza tante parole, senza tanti discorsi, sempre e solo con il suo esempio e la sua presenza nella nostra vita. In ogni occasione Lei era con noi e ogni volta che abbiamo avuto bisogno Lei è accorsa in nostro aiuto facendoci sempre sentire parte di un vero gruppo, quasi di una famiglia. Quando dico famiglia non esagero. Al tempo passavamo praticamente la maggior parte della nostra vita in ospedale e tutto il gruppo che si andava formando aveva bisogno di sentirsi se non proprio a casa almeno in un posto sicuro.

Io, anzi mi sento di dire Noi, non abbiamo mai capito perché ci avesse scelto. Noi non eravamo nulla e ancor meno di nulla sapevamo di anestesiologia. Forse, ho sempre pensato, ha preferito scrivere su un libro bianco piuttosto che correggere e modificare quanto già scritto da altri. Ma questa è solo una mia ipotesi.

Mi ricordo perfettamente il giorno che mi scelse. Per una serie di motivi non avevo potuto frequentare il semestre presso il reparto di Neurochirurgia dell’Università, che la Prof. Siani dirigeva, naturalmente per la parte anestesiologica, e così mi presentai a Lei il penultimo giorno del semestre. Devo dire che non ero molto dispiaciuto, era estate e certamente avere più tempo per stare fuori dall’ospedale non era stato male. Inoltre, all’interno della scuola di specialità, si narrava che Lei fosse, certamente molto brava, ma che fosse anche molto esigente.

Quando mi presentai pensavo di aver “schivato” il periodo Neurochirurgico della mia formazione ma non solo mi stavo sbagliando ma non potevo neppure sapere cosa sarebbe successo da lì a poche ore. Infatti la Prof. mi disse di presentarmi il giorno dopo alle ore 06:00 in sala operatoria perché stava facendo delle “registrazioni” e aveva bisogno di aiuto. Le “registrazioni” erano studi scientifici che la Professoressa Siani, che sarebbe diventata Professore Ordinario di li a poco, portava avanti sugli effetti di un nuovo farmaco denominato “propofol” sull’accoppiamento flusso/metabolismo cerebrale. In poche parole sulla sicurezza di questo farmaco nell’induzione dell’anestesia generale. Dico questo perché quello che oggi a tutti gli anestesisti del mondo sembra una cosa assodata allora era solo una ipotesi che i ricercatori hanno poi trasformato in realtà.

Raramente, anzi direi mai, mi ero svegliato così presto per andare in ospedale. Arrivai in sala operatoria e la Prof. aveva già approntato tutti i macchinari necessari per lo studio. Si districava a meraviglia tra elettroencefalografi, capnometri, monitoraggi invasivi per la portata cardiaca e quanto di tecnologico ed elettronico potesse essere a disposizione negli anni ’90. A quei tempi essere una donna di successo nell’Università non era certo stato uno scherzo. Solo molti anni dopo al termine di una discussione sulla professionalità dei medici ospedalieri mi disse: è una questione di scelte, bisogna scegliere cosa si vuole essere nel lavoro e nella vita. Aveva ragione. Non bisogna cercare altre motivazioni che non troveremo mai. E’ solo una questione di scelte.

Tornando alle “registrazioni” devo confessare che rimasi incantato. Non pensavo che il lavoro dell’anestesista potesse essere così affascinante e soprattutto così diverso da quello che avevo visto fino ad allora. In un angolo della sala operatoria guardavo e non toccavo per il terrore di combinare guai. La Professoressa invece mi dava cose da fare e compiti da svolgere. Guardavo, osservavo e per la prima volta capivo cose fino ad allora lette solo sui libri. La giornata finì, e ci demmo appuntamento per l’indomani per i festeggiamenti della fine del semestre.

L’indomani nella buona tradizione genovese bianchetto e focaccia non mancava per nessuno. Verso al termine della festicciola la Prof. si avvicinò e mi disse: Ardizzone, vuole fermarsi qui in Neurochirugia con me? Mi sto occupando con il Prof. Umberto Valente di avviare il programma sui Trapianti di Fegato e lei potrebbe darmi una mano.

Purtroppo non ho una foto della mia faccia in quel momento, balbettai qualcosa del tipo … ma Prof. Non so di cosa stia parlando. Non so se sono in grado. Trapianti di fegato?

La Professoressa ridacchiò e mi disse: provare non costa nulla, l’aiuterò io.

Così cominciò l’epopea dei trapianti di fegato. Il piccolo gruppo di anestesisti specializzandi si ritrovarono catapultati in una avventura che non avrebbero mai potuto immaginare con un Capitano che li avrebbe guidati lasciando vivere loro ogni emozione, ogni esperienza rimanendo sempre presente e tutelando le loro fragili professionalità. Così permise a tutti di crescere e trovare la propria identità professionale.

La Professoressa riuscì a formare un  gruppo di professionisti che non solo lavorarono insieme raggiungendo grandi traguardi professionali, ma soprattutto che si vollero bene e diventarono adulti rispettandosi e ricordando nel tempo quei valori umani che avevano ricevuto.

L’ultima volta che ho visto la Prof. è stato due anni fa. Ormai usciva di casa molto poco e così mentre mi trovavo a Genova sono andato a trovarla con mia figlia Beatrice di 4 anni e abbiamo passato insieme un bel pomeriggio. Tirò fuori dei giocattoli da una scatola e si mise a giocare con mia figlia. Dopo un po’ di racconti ospedalieri, che la divertivano sempre, ancora una volta mi stupì dicendomi: sono contenta che tu ti sia sposato e abbia avuto Beatrice. In quell’attimo capii quanto si era preoccupata per Noi in quegli anni in cui non esisteva altro che la vita ospedaliera che rischiava di sovrastare tutto, anche la nostra vita privata.

Grazie Prof. ora La saluto. Non ho voluto parlare della sua bravura, che tutti conoscono molto bene, ma delle sue grandissime qualità umane che non tutti hanno avuto la fortuna di poter condividere. La ringrazio soprattutto per l’esempio che ci ha dato e per averci permesso di diventare professionisti e uomini adulti senza perdere la nostra umanità.

Giorgio"

Redazione

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