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Cronaca | 13 gennaio 2026, 10:49

Fondi ad Hamas, la difesa all’attacco: “Prove di intelligence, non giudiziarie”

Gli avvocati di Mohammad Hannoun e degli altri indagati nell’inchiesta della Procura di Genova denunciano una “grave torsione dello Stato di diritto”. Venerdì 16 gennaio l’udienza davanti al Tribunale del Riesame per chiedere la scarcerazione

Fondi ad Hamas, la difesa all’attacco: “Prove di intelligence, non giudiziarie”

Una “grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale”. È l’accusa mossa dal collegio difensivo di Mohammad Hannoun e degli altri arrestati nell’inchiesta per terrorismo coordinata dalla Procura di Genova, in una lunga nota diffusa a pochi giorni dall’udienza davanti al Tribunale del Riesame, fissata per venerdì 16 gennaio.

Il documento, firmato dagli avvocati Nicola Canestrini, Fausto Gianelli, Elisa Marino, Gilberto Pagani, Pier Poli, Marina Prosperi, Nabil Ryah, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Giuseppe Sambataro, Fabio Sommovigo, Emanuele Tambuscio, Gianluca Vitale e Samuele Zucchini, contesta alla radice la natura del materiale su cui si fondano le accuse di finanziamento a Hamas. Secondo i legali, “le presunte prove non sono prove giudiziarie ma materiale di intelligence: informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.

Nel frattempo tutti gli arrestati sono stati trasferiti in istituti penitenziari dotati di sezioni ad alta sicurezza. Un elemento che, per la difesa, rende ancora più urgente l’intervento del Riesame. Nella nota gli avvocati puntano inoltre il dito contro il ruolo dello Stato di Israele, affermando che “rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale”. Da qui la denuncia di una cooperazione ritenuta distorta: “È giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso”.

Secondo il collegio difensivo, “nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate”, che resterebbero “integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, operanti sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica”. Un passaggio che porta a una critica di sistema: “Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia”.

In chiusura, gli avvocati mettono in guardia da un effetto più ampio dell’inchiesta, denunciando “il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato”. Un tema che sarà al centro dell’udienza di venerdì, quando il Tribunale del Riesame sarà chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione.

Redazione

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