Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Negli ultimi anni una parola ha conquistato sempre più spazio nel linguaggio quotidiano, soprattutto tra i giovani: cringe. Arrivata dall’inglese, indica quella sensazione di imbarazzo o disagio che si prova quando si assiste a qualcosa di goffo, esagerato o fuori luogo. In origine veniva usata per descrivere situazioni specifiche, momenti in cui qualcuno faceva o diceva qualcosa che metteva gli altri a disagio.
Oggi però il suo significato si è ampliato moltissimo e viene utilizzato quasi per descrivere qualsiasi comportamento che appare poco naturale o troppo costruito. Il termine cringe è diventato una sorta di etichetta sociale con cui si giudicano atteggiamenti, modi di mostrarsi e contenuti che vediamo soprattutto suisocial. Qualcosa viene definito cringe quando sembra forzato, esagerato o semplicemente quando dà la sensazione che chi lo fa stia cercando troppo l’attenzione degli altri.
Vivendo in un’epoca in cui gran parte della nostra vita passa attraverso i social, ogni gesto può essere osservato, commentato e giudicato. E così anche comportamenti che fino a poco tempo fa erano considerati assolutamente normali oggi possono essere percepiti come imbarazzanti. Alcune piccole abitudini quotidiane, per esempio, vengono ironicamente etichettate come cringe: c’è chi scherza dicendo che portare l’ombrello è cringe o che fare troppi complimenti mette a disagio. Ovviamente non perché queste azioni siano davvero sbagliate, ma perché oggi spesso viene percepito come strano tutto ciò che appare troppo formale, troppo gentile o eccessivamente educato. È come se nel linguaggio digitale, dominato da ironia e sarcasmo, anche la gentilezza rischiasse di essere vista come qualcosa di fuori luogo.
Uno degli ambiti in cui la parola cringe viene utilizzata più spesso è quello delle relazioni sentimentali, soprattutto quando queste vengono raccontate sui social. Molti comportamenti romantici, che un tempo sarebbero stati considerati semplicemente dolci, oggi vengono osservati con un certo imbarazzo. Scrivere “ti amo” sotto ogni post del partner, riempire le storie di cuori o utilizzare soprannomi estremamente sdolcinati fin dai primi giorni di frequentazione è qualcosa che molti utenti definiscono cringe. Il motivo non è tanto il gesto in sé, quanto la sensazione che a volte queste dimostrazioni siano più esibite che vissute.
Quando una relazione viene mostrata continuamente online, con dediche infinite, foto quotidiane e dichiarazioni pubbliche, c’è chi ha l’impressione che l’amore venga trasformato in una sorta di spettacolo per chi guarda.
Un fenomeno molto discusso riguarda anche i cosiddetti mesiversari. Alcune coppie celebrano ogni mese trascorso insieme con post, storie e lunghe dediche romantiche. In certi casi si arriva persino a indicare numeri come “+0,7”, quasi come se la relazione fosse una specie di contatore matematico. Ed è proprio questa esagerazione che, agli occhi di molti, rende la situazione un po’ cringe. Non tanto perché festeggiare il tempo passato insieme sia sbagliato, ma perché quando ogni momento viene reso pubblico e celebrato online può dare la sensazione che la relazione venga vissuta più attraverso i social che nella realtà quotidiana.
Un altro comportamento che spesso viene percepito come cringe è quello di chi ostenta continuamente il proprio stile di vita. Mostrare viaggi, soldi, acquisti costosi o una vita apparentemente perfetta è qualcosa che sui social succede molto spesso, ma che può facilmente essere interpretato come una ricerca eccessiva di approvazione. Non è tanto il condividere un momento felice a essere criticato, quanto il farlo continuamente, trasformando ogni esperienza in qualcosa da mostrare e dimostrare agli altri. In questi casi la percezione è che la vita venga raccontata più per impressionare chi guarda che per il semplice desiderio di condividere.
Lo stesso discorso vale per molti contenuti che sembrano eccessivamente costruiti. Un esempio sono i video in cui alcune persone interpretano scene drammatiche o romantiche come se fossero protagonisti di un film, guardando intensamente in camera e accompagnando tutto con frasi profonde o citazioni emotive. Quello che per chi crea il video può essere un modo per esprimersi, per chi guarda a volte appare un po’ artificiale, quasi come se si stesse recitando un ruolo.
Lo stesso succede con alcuni contenuti in cui si cerca di trasformare qualsiasi attività in uno spettacolo: chi suona uno strumento, cucina o svolge una passione davanti alla telecamera con pose molto studiate e atteggiamenti teatrali rischia facilmente di essere percepito come poco spontaneo.
Anche alcuni formati molto diffusi sui social finiscono spesso nella categoria del cringe. Pensiamo ai video dei cosiddetti “guru” che spiegano come conquistare qualcuno, alle classifiche delle top 10 red flags o ai consigli universali sulle relazioni. Questi contenuti vengono criticati perché spesso riducono situazioni complesse a regole semplici e schematiche, come se i rapporti umani potessero essere spiegati attraverso una lista di comportamenti giusti o sbagliati. Allo stesso modo, molti trovano imbarazzanti quei contenuti in cui qualcuno cerca di sembrare una persona diversa da ciò che è realmente, ricondividendo frasi motivazionali, video o immagini che costruiscono un’immagine di sé poco autentica.
Un’altra situazione che genera spesso questa reazione è l’eccessiva condivisione della propria vita privata. Alcune persone raccontano ogni momento della loro giornata, pubblicando video mentre piangono, sfoghi personali o momenti molto intimi. Per qualcuno questo rappresenta autenticità e libertà di espressione, ma per altri appare come un’esposizione eccessiva, quasi come se tutto dovesse essere trasformato in contenuto. In un ambiente come quello dei social, dove ogni gesto può essere visto da centinaia o migliaia di persone, il confine tra condivisione e sovraesposizione diventa sempre più sottile.
Curiosamente, anche quando generazioni diverse si incontrano online possono nascere momenti considerati cringe. Quando i genitori commentano i post dei figli, condividono vecchie foto dell’infanzia o fanno auguri pubblici molto affettuosi, lo fanno spesso con spontaneità e affetto. Eppure, per molti ragazzi queste attenzioni pubbliche possono risultare un po’ imbarazzanti. È uno di quei piccoli scontri tra generazioni che nascono dal fatto che ogni età vive i social in modo diverso, con sensibilità e abitudini differenti.
Alla fine, però, il concetto di cringe dice molto anche sul modo in cui oggi osserviamo gli altri. In un ambiente come quello dei social, dove tutto viene visto, commentato e giudicato, qualsiasi comportamento può diventare oggetto di critica. Qualcosa che per una persona è spontaneo e sincero, per qualcun altro diventa immediatamente cringe. Forse il vero paradosso è proprio questo: nel tentativo di evitare l’imbarazzo, molte persone finiscono per controllare sempre di più il modo in cui si mostrano online. Eppure, spesso, ciò che viene definito cringe non è altro che qualcuno che si espone senza preoccuparsi troppo di cosa penseranno gli altri. E in un mondo sempre più filtrato e costruito, forse è proprio questa spontaneità, imperfetta e a volte un po’ goffa, la cosa che oggi mette più a disagio.














