Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Se ci fermassimo ad ascoltare una conversazione tra ragazzi e giovani adulti, probabilmente sentiremmo una frase composta da italiano, inglese e magari qualche termine preso dai social. Non è raro sentire espressioni come cringe, random, spoiler, mood, fake, storytime, outfit o persino followare. Parole che ormai fanno parte del linguaggio quotidiano e che spesso utilizziamo senza nemmeno rendercene conto.
Le nuove generazioni, in particolare la Gen Z, hanno sviluppato un modo di comunicare sempre più influenzato da lingue straniere, soprattutto dall’inglese. A volte perché non esiste una traduzione italiana capace di trasmettere esattamente lo stesso significato o la stessa sfumatura emotiva. Altre volte perché quella parola è diventata semplicemente più immediata, più efficace o addirittura un vero e proprio intercalare.
Questo fenomeno non si limita alle conversazioni tra amici. Basta aprire qualsiasi social network per rendersene conto. Molti creator iniziano i propri video con un “Hi guys”, “Welcome back”, “Get ready with me” oppure con espressioni ormai entrate nel linguaggio comune online. Durante il video continuano spesso alternando italiano e inglese in modo naturale, quasi senza accorgersene. E chi guarda, soprattutto se giovane, finisce per assorbire lo stesso modo di comunicare.
L’inglese, in particolare, è diventato una presenza costante nelle nostre vite. La scuola da anni incoraggia gli studenti a guardare film e serie in lingua originale per migliorare la comprensione. Molti ragazzi ascoltano musica internazionale, seguono creator stranieri, leggono contenuti in inglese e trascorrono ore su piattaforme dove questa lingua è predominante. È quindi normale che alcune parole entrino a far parte del vocabolario quotidiano.
Anche il mondo del lavoro e dell’università contribuisce a questo processo. Sempre più termini tecnici, professionali e accademici arrivano direttamente dall’inglese. Pensiamo a parole come meeting, deadline, briefing, feedback o networking. In molti casi esistono equivalenti italiani, ma vengono utilizzati sempre meno perché la versione inglese appare più immediata o semplicemente più diffusa.
I social hanno poi accelerato enormemente questo cambiamento. Le tendenze nascono spesso all’estero e arrivano rapidamente anche in Italia. Meme, battute, espressioni e modi di dire vengono importati e adattati quasi in tempo reale. Alcune parole restano per qualche settimana, altre invece diventano parte stabile del nostro linguaggio.
Naturalmente non tutti vedono questo fenomeno in modo positivo. C’è chi teme che l’italiano stia perdendo spazio e che si stiano dimenticando parole e modi di esprimersi propri della nostra lingua. Altri, invece, considerano questa evoluzione qualcosa di normale. Le lingue sono sempre cambiate nel corso della storia, influenzandosi a vicenda attraverso viaggi, cultura, commercio e comunicazione.
Più che una sostituzione dell’italiano, quello a cui stiamo assistendo sembra essere un adattamento ai tempi. Le nuove generazioni crescono in un ambiente dove i confini linguistici sono sempre più sfumati: una serie può essere americana, un creator può vivere in Corea, un cantante può essere britannico e un meme può nascere dall’altra parte del mondo per arrivare sui nostri telefoni nel giro di poche ore.
Il risultato è un linguaggio nuovo, spontaneo e in continua evoluzione. Un linguaggio che racconta non solo come parlano i giovani di oggi, ma anche il mondo in cui vivono: sempre più connesso, internazionale e influenzato da culture diverse che finiscono inevitabilmente per incontrarsi anche nelle parole che scegliamo ogni giorno.














