Esattamente cento anni fa, nel 1926, entrò in vigore in Italia un robusto pacchetto di leggi, regolamenti, ordini prefettizi e decreti che abolì la libertà di stampa e rese i giornali servi del fascismo. Mussolini organizzò e scatenò una morsa letale, che impedì agli italiani di essere informati per quasi due decenni.
L’unica verità divenne la sua. Per questo nessuno si accorse che il paese era in rovina, finanziaria e sociale, né della repressione di ogni forma di opposizione. Per questo ancora oggi i figli e i nipoti di quegli italiani insistono nel dire che Mussolini, tutto sommato, “fece solo qualche errore”.
È la storia da cui parte il nuovo libro del giornalista del ‘Secolo XIX’ e scrittore genovese Giovanni Mari: ‘Fascistissima’, questo il titolo del lavoro edito dall’editore People (che con Mari ha già dato alle stampe il precedente ‘Assalto alla fabbrica’), dove si passa in rassegna ogni mossa ordita dal regime per uccidere la stampa italiana, il fiero tentativo dei giornalisti di resistere, le pubbliche denunce sui quotidiani e in Parlamento, puntualmente ignorate anche dalla monarchia, che assistette impassibile all’annientamento della categoria e della libertà tutta.
Il libro di Mari sarà presentato, direttamente dall’autore, giovedì 19 marzo, alle ore 17,30, presso il Circolo di Pra’ del Partito Democratico, in via Fusinato 52 rosso. Oltre a Mari, saranno presenti all’appuntamento anche la segretaria del circolo, Irene Pascotto, il consigliere comunale Claudio Chiarotti e l’ex deputato Mario Tullo, oggi esponente di spicco della Fondazione Diesse che organizza l’evento.
“Allora e oggi, sia chiaro: la libertà di stampa non cade da sola - dichiara Giovanni Mari - Cade quando chi può impedirne la morte sceglie di guardare altrove. Quando l’autorità preferisce la quiete alla verità. Quando il silenzio diventa politica. In quel vuoto, la dittatura trova la porta aperta. È successo allora, sotto gli occhi di tutti. Succede ogni volta che si ripete la stessa sequenza: minacce, delegittimazione, impunità, silenzio”.
La legge sulla stampa che distrusse la libertà di informazione in Italia, la 2307 del 1925, entrò in vigore il 20 gennaio del 1926. La norma imponeva che il direttore responsabile di un giornale dovesse essere riconosciuto dal procuratore generale presso la Corte d’Appello. Il successivo regolamento attuativo aggiunse che il procuratore era tenuto a sentire il prefetto. In pratica, se il direttore era sgradito al regime, non poteva assumere il suo incarico.
La legge prevedeva che tutte le testate giornalistiche dovevano essere sottoposte a censura, per evitare che riportassero contenuti ritenuti anti-nazionali o critici nei confronti del governo. Il regime introdusse la responsabilità civile dei proprietari per i reati a mezzo stampa e istituì l’Ordine dei giornalisti.
A quest’ultimo non potevano iscriversi le persone sospettate di ‘pubblica attività in contraddizione con gli interessi della nazione’. Le testate liberali, cattoliche e socialiste vennero chiuse (‘Avanti!’, ‘L’Unità’, ‘La Voce Repubblicana’) o messe sotto il controllo del fascismo. Al ‘Corriere della Sera’ il direttore Luigi Albertini, contrario al regime, dovette lasciare direzione e comproprietà. ‘La Stampa’ venne sequestrata per quaranta giorni: il direttore e proprietario, il senatore Alfredo Frassati, fu costretto a vendere la testata a Giovanni Agnelli, sostenitore del regime.
Sembra una storia talmente lontana che pare impossibile vedere il suo ripetersi, “eppure - come sostiene Alessandra Costante, giornalista del ‘Secolo XIX’ e segretaria generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ovvero il sindacato dei giornalisti - l’informazione è tutt’ora sotto attacco. Sta diventando difficile, come nel Ventennio, fare cronaca nera e giudiziaria per una pessima interpretazione della presunzione di non colpevolezza, principio di civiltà che dovrebbe cedere però davanti al diritto costituzionale dei cittadini di essere informati. I giornalisti sono minacciati e insultati, spiati addirittura con software in uso all’intelligence; i politici invece di rispondere alle domande della stampa affidano il loro pensiero, senza contraddittorio, ai social, nuovo formato delle veline fasciste. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale le fake news macinano like, mentre l’informazione tradizionale arranca a causa di editori ben poco lungimiranti o che usano la stampa per altri fini. E poi il paradosso: mentre la richiesta di informazione è fortissima, il giornalismo professionale sta vivendo uno dei periodi peggiori del dopoguerra: il contratto fermo da dieci anni, lo svuotamento delle redazioni e lo sfruttamento del lavoro dei collaboratori sottopagati. È così che ‘Fascistissima’ diventa un trattato di semeiotica per le patologie della nostra informazione”.















