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Sport | 17 luglio 2026, 11:39

Addio a Osvaldo Bagnoli, l'eroe operaio che portò il Genoa a fare la storia

Dall’infanzia nella Bovisa al miracolo di Verona, fino alla leggendaria notte di Anfield con i rossoblù, addio all'ultimo romantico del calcio

Addio a Osvaldo Bagnoli, l'eroe operaio che portò il Genoa a fare la storia

Il mondo del calcio è in lutto.

Osvaldo Bagnoli, l'eroe operaio che portò il Genoa a trionfare nella notte di Anfield, non c'è più. È morto a 91 anni, compiuti lo scorso 3 luglio, dopo una vita passata sulle panchine dei campi da calcio.

Bagnoli era ricoverato da alcuni giorni all'ospedale Borgo Roma per una situazione generale complessa. Da alcuni anni, l’ex tecnico lottava contro una patologia neurodegenerativa.

Cresciuto nella Bovisa del Dopoguerra, quando il quartiere milanese non era un polo universitario ma una periferia operaia segnata da altissimi tassi di abbandono scolastico, Bagnoli aveva imparato sin da giovanissimo il valore del denaro. 

Diventato calciatore con la maglia del Milan, continuò a mantenere un'attenzione quasi esasperata per le spese: a Verona usava i mezzi pubblici per andare al campo, quando cambiava squadra scuciva lo stemma dalle giacche sociali per riutilizzarle e persino all'Inter, nel 1992, definì "macchinone" una comunissima station wagon.

Se lo Scudetto storico con il Verona nel 1984-85, costruito sulle spalle dei giganti Briegel ed Elkjaer e su un 5-3-2 nato dall'osservazione dei suoi uomini e non da schemi a tavolino, rimane il suo picco statistico, è all’ombra della Lanterna che Bagnoli ha scritto la pagina più epica e romantica del calcio moderno.

Arrivato al Genoa nel 1990, Bagnoli trovò l'ambiente perfetto per la sua filosofia calcistica. Nella stagione 1991-92 guidò il Grifone a una storica semifinale di Coppa UEFA, un cammino leggendario culminato nella memorabile doppia vittoria contro il Liverpool. Il Genoa di Bagnoli divenne la prima squadra italiana della storia a espugnare il tempio di Anfield.

In quel Genoa, Bagnoli seppe valorizzare una rosa solida e trasformarla in una corazzata capace di far tremare l'Europa, dimostrando che il suo pragmatismo non era figlio del caso, ma di un'intelligenza calcistica fuori dal comune.

Dopo la straordinaria parentesi genovese, nel 1992 arrivò la chiamata dell'Inter di Ernesto Pellegrini. Fu un rapporto difficile, algido, tra due milanesi di estrazione popolare che però interpretavano il successo in modo opposto. Nonostante le difficoltà iniziali con i "casi" Sammer e Pancev, Bagnoli sfiorò lo scudetto nel 1993, arrendendosi solo nel finale al Milan di Capello.

L'anno successivo, travolto dall'arrivo di stelle costosissime come Dennis Bergkamp e da uno spogliatoio difficile, arrivò l'esonero dopo una sconfitta con la Lazio propiziata da una papera di Zenga. Fu la sua ultima panchina. Bagnoli scelse il silenzio, rifiutando qualsiasi altra proposta e uscendo di scena in punta di piedi, prima che la malattia lo avvolgesse in un oblio che lo ha definitivamente isolato da un calcio moderno che, probabilmente, non sentiva più suo.

I.R.


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