La crisi dell'ex Ilva potrebbe essere giunta a un punto di svolta "tricolore". Al termine di un atteso tavolo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, i principali attori industriali del Paese hanno manifestato la volontà di scendere in campo direttamente per scongiurare il collasso della siderurgia italiana.
La novità principale riguarda l’ipotesi di un consorzio di imprenditori italiani pronto a rilevare gli impianti. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha spiegato all'uscita dal ministero che "viste le nuove condizioni dello stabilimento dell’Ilva, ovviamente si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del paese", ricordando che "dietro l’Ilva, oltre alle persone, ci sono filiere importantissime".
Sulla stessa lunghezza d'onda Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, che ha definito questa disponibilità come "un atto di responsabilità nei confronti delle migliaia di lavoratori il cui futuro è oggi a rischio". Gozzi ha precisato l'impegno a "verificare se sussistano le condizioni e le possibilità per promuovere una cordata di operatori siderurgici italiani finalizzata al rilancio degli impianti non interessati dal blocco disposto dalla sentenza", auspicando un "impegno condiviso dell’intero Sistema Italia".
Il ministro Adolfo Urso, durante un question time alla Camera, ha accolto con favore questi segnali, parlando di una "risposta particolarmente importante e significativa". Urso ha confermato che "ci sono le condizioni per realizzare una cordata italiana promossa dal sistema industriale italiano" e che tale proposta, se formalizzata, "si aggiungerà alla proposta che Jindal ha deciso di aggiornare tenendo conto della decisione della Corte di Appello".
Riguardo alle procedure, il Ministro ha chiarito che "la gara è una gara in cui ciascuno può presentare una manifestazione di interesse, anche durante il negoziato, purché migliorativa".
Il clima di ottimismo per la cordata deve però scontrarsi con la pesante situazione giudiziaria di Taranto. Urso non ha risparmiato critiche alla sentenza che ha imposto lo stop all'area a caldo: "Le regole europee evidentemente sono diverse da quelle che la Corte d'appello ha deciso per Taranto" ha denunciato, sottolineando come in Europa ci siano altri "22 stabilimenti che utilizzano gli altoforni e che dovrebbero chiudere se dovessero applicare quella sentenza".
La preoccupazione per Taranto si riflette direttamente su Genova. Lo stabilimento di Cornigliano, dove lavorano circa 900 persone, rischia infatti di restare senza materie prime (i coils) se la produzione pugliese dovesse fermarsi definitivamente.
Non tutti condividono l'entusiasmo per l'esito del tavolo. Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia, è stato netto: "Esco dalla riunione peggio di come sono entrato". Decaro ha ribadito che per il territorio è fondamentale un "polo siderurgico decarbonizzato che deve restare a Taranto" e ha invocato la "presenza dello Stato, soprattutto se lo Stato deve mettere delle risorse".
Nel frattempo, i sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno inviato un "Piano straordinario nazionale" per chiedere garanzie sulla "continuità produttiva degli stabilimenti", il "risanamento ambientale" e la "salvaguardia dei 20.000 lavoratori coinvolti" nella più grave crisi industriale del Paese.














