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Sanità | 07 novembre 2019, 19:22

San Martino, il giovane neo direttore di Infettivologia fra lotta ai batteri resistenti, ricerca e campagna vaccini (VIDEO)

Il Prof. Bassetti è il nuovo Direttore dell'Unità Operativa Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino, centro regionale di riferimento. Lo abbiamo intervistato

San Martino, il giovane neo direttore di Infettivologia fra lotta ai batteri resistenti, ricerca e campagna vaccini (VIDEO)

Si può considerare l’”enfant prodige” dell’Infettivologia italiana, Matteo Bassetti, genovese, classe 1970, che dal primo novembre si è insediato come nuovo Direttore dell'Unità Operativa Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino, ricevendo l’eredità del Prof. Claudio Viscoli. Un ritorno a casa quello di Bassetti, che la medicina, e l’infettivologia, l’ha letteralmente nel sangue, in quanto il padre, Dante Bassetti, nel settembre1999 aveva isolato al Gaslini il “Visa”, superbatterio killer che sembrava invincibile. Dunque Bassetti Jr. dopo aver diretto il reparto di Infettivologia di Udine (come il più giovane Primario), a Genova è il più giovane professore ordinario di Medicina e promette di portare anche qui il proprio metodo di lavoro, d’equipe, volgendo particolare attenzione alla prevenzione, alla lotta contro i batteri resistenti e alla campagna per i vaccini, con l’intento di vaccinare il maggior numero possibile di persone – ora che è tempo d’influenza -, compresi i giocatori di Genoa e Sampdoria.

 

Cosa significa poter tornare a casa e farlo in qualità di Prof. Ordinario di Medicina più giovane di Genova?

È un piacere e rappresenta l’arrivo di un percorso che ho intrapreso, andando negli Stati Uniti nel 2011, per poter poi tornare. Sono partito per fare esperienza ed essere più forte dal punto di vista carrieristico: infatti oggi sono qui a Genova, dove ho iniziato la specialità nel 1994, e ci sono sul gradino più alto, da Direttore e Professore. L’essere stato a Udine il Primario il più giovane d’Infettivologia a 40 anni, e oggi il più giovane Prof. a Genova, ritengo si debba a un po’ di fortuna, ma anche al fatto che mi sono sempre messo in gioco: questo serve ad avere più chance.

Che eredità riceve dal Prof. Viscoli, che ha vinto il più ambito dei riconoscimenti, l’ESCMID Excellence Awards 2018?

Un’importante eredità: Viscoli è stato uno dei maestri dell’Infettivologia italiana e sono orgoglioso di prenderne il testimone. Ma, anche se faccio parte della sua scuola, il nostro approccio è diverso; mi ha dato grandi insegnamenti, che porto con me, ma ho sviluppato il mio modello di ricerca, che ho portato avanti a Udine e che vorrei riproporre anche qui. Che poi non è altro che la strutturazione di un gruppo coeso, con obiettivi condivisi e la volontà di fare passare il messaggio che dobbiamo essere un punto di riferimento per le problematiche principali di oggi, che sono diverse da quelle di vent’anni fa, per cui la mia mission è l’uso appropriato degli antibiotici, la riduzione delle infezioni ospedaliere e ovviamente la campagna per le vaccinazioni.

A Udine la battaglia per i vaccini l’è costata anche minacce dai “No Vax”: forse a Genova e in Liguria la situazione è diversa?

A Udine mi sono occupato non tanto di vaccini dal punto di vista dello studio, quanto di igiene pubblica e prevenzione sulla popolazione, per fare comprendere alle persone che si tra beneficio dai vaccini. Da tutti i vaccini in generale. Quindi il mio compito, di concerto con gli igienisti e chi lavora per le malattie infettive, è far sì che aumenti il numero dei vaccinati, poiché anche la Liguria è lontana dagli obiettivi minimi: se a Genova il 50% della popolazione anziana è vaccinata, vuol dire che la metà è scoperta. Bisogna fare prevenzione e quindi mi piacerebbe che ci si vaccinasse di più. Per questo vorrei promuovere, come ho fatto con l’Udinese, una campagna vaccinale per i giocatori di Genoa e Sampdoria: è un modo di fare da volano per gli altri.

I vaccini per i bambini sono la questione più spinosa?

La Liguria non è diversa dalle altre regioni nemmeno in questo. La vaccinazione è sempre stata raccomandata e facoltativa, nonché gratuita, eppure non c’erano numeri adeguati alla copertura: non tanto per la popolazione in generale, ma per chi va a scuola e non sa d’essere immunodepresso. Si tratta di educazione civica: la mia libertà di non vaccinare mio figlio finisce laddove inizia la libertà di un altro padre di mandare il figlio a scuola senza ammalarsi. Lo Stato quindi deve garantire una scuola uguale per tutti dal punto di vista infettivologico. Con l’85% dei vaccinati, numero a cui eravamo arrivati prima della Legge Lorenzin, a scuola ci si ammalava. Se invece si arriva al 95%, ossia alla famosa immunità di gregge, anche i 5 che non hanno fatto il vaccino sono protetti grazie agli altri: 95 bastano, 85 no, e i risultati ci danno ragione. Ci siamo arrivati purtroppo in modo coercitivo, ma non si poteva fare diversamente. E visto che il movimento “No Vax” è ancora molto forte, il sistema sanitario deve continuare a mantenere le proprie posizioni.

 

 

Nel reparto che dirige quanti ricoverati ci sono e per cosa?

Abbiamo circa 800 ricoveri all’anno e circa 8 mila consulenze annue per i pazienti ricoverati, mentre arrivano a 10 mila le visite ambulatoriali per gli esterni. Lavoriamo fondamentalmente su tre filoni: i ricoveri, l’ambulatorio per interni ed esterni, e il day hospital, che sicuramente ha bisogno di essere implementato. La mia idea è che il San Martino diventi centrale non solo a Genova, dove lo è già, ma nella regione: noi dobbiamo essere la “casa delle infezioni”. Qui adottiamo anche un sistema che non è presente altrove: terapia individualizzata per ogni paziente grazie all’uso di un braccialetto elettronico, un armadio digitalizzato, grazie al quale si è eliminato ogni margine d’errore nella distribuzione e somministrazione dei farmaci.

 

Quale profilassi scatta al San Martino in caso di epidemie?

Noi siamo perfettamente attrezzati per tutte le emergenze infettivologiche. Abbiamo una stanza, la prima, dove i pazienti sono in isolamento, che è a pressione negativa, dove, cioè, i virus e batteri vengono “risucchiati”. La chiamiamo “stanza Ebola”, perché nel caso arrivasse Ebola anche a Genova, è il nostro reparto il centro regionale attrezzato per fare la diagnostica. Naturalmente ma siamo attrezzati per qualsiasi tipo di rischio infettivo, dalle malattie più contagiose alla meningite o altre trasmissibili per via aerea o in altro modo.

Sono molti qui i ricoveri per malattie tropicali, come la Dengue?

Questa è una divisione di malattie infettive importanti, perché abbiamo circa 40 posti letto: siamo il centro di riferimento a livello regionale e macroregionale, quindi curiamo un’ampia varietà di patologie, che va dalle infezioni ospedaliere a quelle comunitarie, dalle polmoniti alle infezioni urinarie ai tanti casi di tubercolosi, che sono intorno ai 30-40 all’anno. E non mancano nemmeno tipologie di infezione che possono arrivare dai tropici, come i due recenti casi di Dengue, ma anche Chikungunya, Zika e Malaria. I casi di Dengue sono stati curati: si tratta di una malattia infettiva non contagiosa, ma piuttosto impegnativa.

Qui si curano anche i malati di HIV: si registrano ancora molti casi?

Per l’HIV siamo il centro più importante della Liguria, con oltre mille pazienti in trattamento. Abbiamo circa 40 nuove diagnosi di HIV all’anno: sono numeri ancora significativi, nonostante tutto, perché vuol dire un caso ogni 10 giorni. Numeri rimasti stabili, grazie anche alla campagna sul test fatta da Regione Liguria, ma bisogna ancora fare tanto, perché la tipologia di soggetti che arriva alla prima diagnosi è diversa da quella della prima ondata; non si tratta più di giovani tossicodipendenti e omosessuali, ma di eterosessuali padri di famiglia di 40-50 anni e padri di famiglia: a questi bisognerebbe rivolgersi con nuove campagne. La gente pensa che non si muoia più di Aids, ma è vero solo in parte, perché più la diagnosi è tardiva e più è difficile curare le complicanze.

Oggi qual è il peggior nemico per un infettivologo?

Oggi i peggiori nemici sono i germi resistenti agli antibiotici, che costituiscono un problema quotidiano contro cui abbiamo armi spuntate, perché i nuovi antibiotici non funzionano contro ogni germe. Quello che quindi bisogna fare è cambiare il modo di lavorare: passare dall’empirismo del passato alla medicina di precisione, che è fatta prevalentemente di diagnostica: il bravo infettivologo è quello che sa fare la diagnosi, non quello che dà l’antibiotico giusto: la fase propedeutica è fondamentale.

Medea Garrone

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