C’è un mondo che non si vede, eppure ci abita da sempre. Un mondo di elementi infinitesimali che attraversano l’aria, i corpi, la storia dell’umanità e persino la nostra evoluzione biologica.
È in questo spazio invisibile a occhio nudo che si muove Grande come un virus, la mostra ideata e realizzata da Monica Zoppè, Eloise Mastrangelo, Federica Cossu e Claudia Massa dell’Istituto di Biofisica del CNR, ospitata a Palazzo Ducale nell’ambito del Festival della Scienza, che trasforma la ricerca scientifica in un’esperienza multisensoriale.
Un progetto che nasce da una domanda semplice e radicale: che cosa accadrebbe se potessimo rimpicciolirci fino a diventare grandi come un virus?
A rispondere è Mauro Dalla Serra, direttore dell’Istituto di Biofisica del CNR e ideatore del percorso espositivo: “L’idea nasce dal desiderio di dare un approccio quantitativo ai meccanismi alla base delle scienze della vita. Abbiamo voluto immergere il visitatore in un mondo riportandolo alla dimensione virale, rimpicciolendolo fino a farlo diventare, per così dire, grande come un virus, in modo che potesse apprezzarne le caratteristiche costitutive e strutturali".
Dalla Serra cita Il viaggio allucinante di Isaac Asimov: “Anche qui, il visitatore si trova immerso in una scala diversa, un mondo di grandezze completamente mutate. Credo che il valore aggiunto della mostra sia proprio questo: un tentativo rigoroso di far comprendere, anche ai non scienziati, la scala delle potenze di dieci, cioè cosa significa diventare grandi o piccoli. Uno degli esempi che più colpiscono è quello dello specchio, dove un bambino sta a un virus come la Terra sta al bambino: un fattore di un a dieci milioni”.
Grazie alla collaborazione con lo IED di Milano, i virus prendono forma tridimensionale, diventano sculture interattive e sonore che permettono di “vedere” ciò che normalmente sfugge allo sguardo. "Questo ci permette di mostrare in modo comprensibile le strutture fini dei virus”, spiega Dalla Serra. “E per noi scienziati significa anche avere nuovi strumenti per riflettere su come utilizzare o combattere i meccanismi virali, amplificandoli, riducendoli o addirittura sfruttandoli per scopi terapeutici e ambientali”.
Francesca Spanò, responsabile dei progetti e del fundraising del CNR, racconta il dialogo con il pubblico: “Da quando è stato inaugurato il Festival, abbiamo avuto un riscontro ottimo da parte di bambini, ragazzi, insegnanti e famiglie. C’è molto interesse, e addirittura curiosità da parte di medici che ci hanno fatto i complimenti perché hanno scoperto cose che non sapevano. Noi cerchiamo di fare anche piccole interviste alle scolaresche, per raccogliere impressioni e migliorare la divulgazione in futuro. La cosa che mi ha colpito di più è che, alla domanda ‘sapete che cos’è il virus dell’HIV?’, la maggior parte dei ragazzi, anche negli ultimi anni delle superiori, risponde di no. È un segnale forte, soprattutto considerando che oggi molti giovani non hanno conoscenze di base su argomenti che negli anni Novanta erano molto più presenti nel dibattito pubblico”.
Le sue parole si intrecciano con la riflessione di Dalla Serra, che aggiunge: “Io ho una certa età e ricordo bene quanto si parlasse di HIV in passato. Oggi, però, dei 140.000 individui in Italia sotto trattamento antivirale, la maggior parte lo scopre per caso, durante controlli medici per altre ragioni. C’è ancora bisogno di informazione e prevenzione, non solo sull’HIV, ma anche su virus più comuni come quelli influenzali. Ho osservato personalmente alcune visite di scolaresche: i bambini sono curiosissimi e le nostre guide, molto preparate, riescono sempre a rispondere alle loro domande, anche a quelle più imprevedibili, mantenendo un rigore scientifico impeccabile”.
Quel rigore è un valore fondante della mostra. “Molto spesso le attività divulgative sono poco rigorose o, al contrario, troppo tecniche”, osserva Dalla Serra. “Credo che il valore di questa mostra sia proprio nel cercare di dire con semplicità, ma senza banalizzare, questioni complesse che richiedono un certo livello di attenzione. L’accordo con lo IED ha dato un contributo essenziale: i nostri colleghi designer hanno saputo trasformare dati e concetti in forme e suoni, rendendo visibile l’invisibile”.
Uno degli esempi più sorprendenti è il modello del virus HIV, ingrandito di un milione di volte, che produce suoni diversi a seconda del numero di persone che lo toccano. “Il volume del suono aumenta mano a mano che le persone si toccano tra loro, per rappresentare simbolicamente come la vicinanza fisica amplifica la possibilità di contagio”, spiega Dalla Serra. “Lo IED ha persino individuato dei suoni che potessero rappresentare i vari componenti virali. È un approccio quasi ludico, ma allo stesso tempo rigoroso”.
Ma Grande come un virus non è solo una mostra interattiva: è un invito a cambiare sguardo. “I virus ci accompagnano da miliardi di anni e sono gli organismi più numerosi del pianeta”, continua Dalla Serra. “Molti visitatori restano sorpresi quando scoprono che la grande maggioranza dei virus non è affatto pericolosa. Solo pochi sono patogeni. Bisogna sfatare l’equazione virus uguale malattia: in realtà, i virus sono parte integrante della vita e della sua evoluzione. Alcuni, ad esempio, hanno contribuito alla formazione della mielina, che ha permesso al cervello dei vertebrati di svilupparsi. In un certo senso, noi pensiamo grazie a loro”.
Da qui, il legame profondo tra biologia e pensiero. “Il nostro istituto coordina EBRAINS Italy, un grande progetto europeo che studia il cervello umano”, racconta Dalla Serra. “Pensare che la nostra coscienza, in qualche modo, debba qualcosa ai virus che hanno modificato il nostro DNA, è un pensiero affascinante. È come se ci fosse un filo invisibile tra la biologia e la mente, tra l’evoluzione e la conoscenza”.
Francesca Spanò sottolinea infine la dimensione collaborativa del progetto: “È stata un’interazione molto spontanea, nata dalla curiosità reciproca. Condividiamo un approccio creativo alla conoscenza: la scienza e il design si incontrano nel desiderio di comunicare in modo innovativo. Abbiamo firmato un accordo che ci porterà a lavorare insieme per anni, ampliando questa mostra e sviluppandone di nuove”.
Il direttore chiude con una riflessione che restituisce il senso profondo di tutto il progetto: “Il virus non è solo un nemico da combattere, ma un elemento che ci aiuta a capire meglio noi stessi. Questa mostra non è solo divulgazione, ma un atto di comunicazione culturale. I virus fanno parte della nostra storia evolutiva e, in un certo senso, raccontano anche la nostra umanità”.
Grande come un virus diventa così un luogo dove il sapere scientifico si intreccia con la meraviglia dell’arte, e dove anche l’invisibile trova finalmente una forma e, perché no, un suono.














