La passione verista tra miti ancestrali e tradizioni popolari torna a vibrare sul palcoscenico del Teatro Carlo Felice con Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, su libretto di Giovanni Targioni Tozzetti e Guido Menasci.
L’opera, in scena da venerdì 14 a domenica 23 novembre, è il secondo titolo della stagione 2025/2026 e segna il ritorno della regia firmata dai Teatri Alchemici, ovvero Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi, già autori del fortunato allestimento del 2019.
Sul podio, Davide Massiglia; protagonisti vocali Veronica Simeoni (Santuzza), Luciano Ganci (Turiddu), Gezim Myshketa (Alfio), Nino Chikovani (Lola) e Manuela Custer (Mamma Lucia).
Nelle repliche del 15, 21 e 23 novembre si alterneranno Valentina Boi, Leonardo Caimi e Massimo Cavalletti. Scene di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti, luci di Luigi Biondi.
“È una regia alchemica - spiega Ugo Giacomazzi, che divide la regia con Luigi Di Gangi -. La nostra compagnia si chiama Teatri Alchemici proprio perché crediamo in una fusione di elementi diversi, in un processo creativo che unisce e trasforma. In questo caso abbiamo lavorato su un sincretismo: abbiamo mescolato le varie Settimane Sante siciliane, creando un rito del tutto originale”.
Un teatro che è rito e che diventa, nelle mani dei due registi palermitani, un’esperienza di possessione e catarsi. “A noi piace pensare che il teatro sia, di per sé, un rito - prosegue Giacomazzi -. Ma ancora di più ci piace inventarne di nuovi. Lo abbiamo fatto con Norma, con Pagliacci e soprattutto con Cavalleria rusticana, perché questa ‘Pasqua’ che rappresentiamo è sì cristiana, ma anche profondamente pagana. La Sicilia è una terra profana, intrisa di simbolismi arcaici e rituali antichi”.
Il lavoro dei Teatri Alchemici si fonda sul dialogo tra due forze opposte e complementari: Dioniso e Apollo, l’istinto e la misura, l’estasi e la forma. “Abbiamo chiesto agli interpreti di sentirsi posseduti - racconta Giacomazzi -. Lo spettacolo inizia con un piccolo rito: i bambini che impersonano i diavoletti e il vino che evoca Dioniso. Tutto si fonda su una forma di possessione, perché l’opera si muove su diversi livelli. Da un lato c’è la trama, con la sua storia di tradimento, dolore, omicidio; dall’altro ciò che quel racconto smuove dentro, in modo emotivo, non razionale”.
Il teatro, dunque, come un grande organismo in cui convivono ordine e caos. “Gli interpreti devono lasciarsi guidare da due forze: una apollinea, razionale, che è quella della musica - fatta di note, di ordine, di matematica - e una dionisiaca, istintiva, che sorprende e travolge. La parte dionisiaca deve stupire non solo lo spettatore, ma anche l’orchestra e se stessi”.
E aggiunge: “La passione è pathos, qualcosa che viene da dentro e che non si può misurare. Deriva dall’entusiasmo, en-theos, avere un dio dentro di sé. È il momento in cui l’artista è posseduto dal dio che parla attraverso di lui. In Cavalleria, Dioniso e Apollo si alternano costantemente, in un equilibrio tra estasi e misura. La musica e l’orchestra diventano il cuore pulsante del teatro, pompano il sangue dei personaggi e amplificano le emozioni. Non perdere l’istinto: ecco la cosa che chiediamo più di ogni altra”.
La regia di Di Gangi e Giacomazzi ricolloca il dramma in un luogo sospeso tra arcaico e contemporaneo, un teatro greco che nel tempo si è trasformato in una piazza: spazio fisico e simbolico in cui la comunità assiste al proprio rito collettivo.
“Su questo immaginario teatro greco - spiegano i registi - si sono costruite le case, la vita quotidiana; e così i personaggi delle tragedie antiche si sono trasformati, grazie alla musica di Mascagni e ai testi di Verga, in figure quasi contemporanee”.
Le scene e i costumi evocano un paesaggio essenziale, dominato dalla pietra e dalla luce, in cui sacro e profano convivono senza contraddizione. È una tragedia mediterranea che parla di sacrificio, perdono e colpa, dove il gesto quotidiano si fa mito.
Ambientata in un villaggio del meridione rurale, Cavalleria rusticana racconta in un solo giorno, la mattina di Pasqua, la vicenda di Santuzza e Turiddu, travolti da un amore disperato e da una gelosia fatale. La tragedia, come sottolineano Giacomazzi e Di Gangi, “non nasce dall’eccezionale, ma dal quotidiano”. Mascagni e Verga restituiscono la vita di un villaggio con la forza di una liturgia laica, dove fede, colpa e passione si fondono in un’unica voce collettiva.
Quando debuttò a Roma nel 1890, Cavalleria rusticana segnò una svolta nella storia dell’opera: il verismo mise in scena la realtà popolare, i sentimenti immediati, la potenza dell’urlo umano. Ogni pagina dell’opera, dalla “Siciliana” al celebre “Intermezzo sinfonico”, vibra ancora oggi di lirismo viscerale e tensione tragica, sospendendo il tempo e sublimando la sofferenza in commozione.
Il Teatro Carlo Felice accompagna la messinscena con incontri di approfondimento e introduzioni all’ascolto.
Giovedì 6 novembre (ore 18) il primo appuntamento sarà con gli studenti del Liceo Musicale Sandro Pertini e l’Associazione Carlo Felice Young, per un incontro dal titolo Amore, gelosia e vendetta. Sabato 8 novembre (ore 16) seguirà la conversazione con Roberto Iovino, in collaborazione con gli Amici del Teatro Carlo Felice e il Conservatorio Paganini.
Durante le giornate di spettacolo, il pubblico potrà assistere a un’introduzione all’ascolto in Sala Paganini, 45 minuti prima dell’inizio di ogni recita, a cura degli allievi del Conservatorio.
“Anche per Cavalleria rusticana ci sarà l’introduzione all’ascolto – spiega Michele Galli, sovrintendente del Teatro Carlo Felice – un’iniziativa che sta riscuotendo grande successo e che realizziamo in collaborazione con il Conservatorio Paganini, grazie alla disponibilità del presidente, del direttore, del nostro direttore artistico e soprattutto degli allievi, i quali hanno la possibilità di mettere in pratica quanto stanno studiando nel loro percorso musicale e universitario”.
Un’altra buona notizia riguarda la risposta del pubblico: “Siamo molto soddisfatti - aggiunge -. Il numero degli abbonamenti, sommando le stagioni lirica e sinfonica, è passato da 1.371 a 1.821, con un incremento di circa 450 abbonamenti alla data del 30 ottobre. E non è finita: ci sarà presto un’iniziativa nei municipi della città, dove i nostri uffici incontreranno i cittadini. Ci auguriamo di arrivare a 500 abbonamenti in più rispetto alla stagione 2024/2025”.
Cavalleria rusticana si inserisce in una stagione che, come sottolinea il Teatro Carlo Felice, “non si limita a proporre spettacoli, ma intende evocare visioni”. Da Don Giovanni a ottobre a La Bohème a giugno, passando per Il trovatore, Macbeth, Tristan und Isolde e Il nome della rosa, la stagione invita il pubblico a navigare tra classico e contemporaneo, alla ricerca di nuovi orizzonti teatrali.


















