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Attualità | 19 novembre 2025, 19:17

La Madonna ‘pop’ che conquistò la Regina. Il Museo Diocesano riscopre la “Quasi oliva speciosa in campis” di Barabino

Un capolavoro dell’Ottocento torna sotto i riflettori. Una mostra che svela il dietro le quinte dell’opera, dalla devozione familiare alle fortune internazionali, fino alla sua sorprendente diffusione nella cultura visiva italiana

C’è un quadro che, nel 1887, fece innamorare la regina Margherita di Savoia al punto da volerlo nella sua camera privata a Villa Reale di Monza. Un quadro nato da un voto di una sarta genovese, Teresa Traverso, che pregò il figlio, il giovane pittore Nicolò Barabino, di donarne una copia alla parrocchia di Santa Maria della Cella per sostituire un dipinto deteriorato. Quel quadro è la Madonna con Bambino “Quasi oliva speciosa in campis”, e da giovedì 20 novembre torna protagonista di una grande mostra al Museo Diocesano di Genova, parte del progetto cittadino “Ottocento svelato”.

Una mostra che non solo celebra un capolavoro della pittura sacra, ma che, attraverso documenti, confronti, testimonianze degli studiosi, ricostruisce la storia affascinante di un’immagine capace di diventare, già nell’Ottocento, un’icona mediatica ante litteram.

A raccontare la storia di questo dipinto è lo storico dell’arte Sergio Rebora: La madre di Barabino, Teresa Traverso, era una cucitrice. Una famiglia di artigiani piccolo borghesi. Lei aveva fatto un voto alla Madonna e pregò il figlio di dipingere un’immagine da donare alla loro parrocchia, Santa Maria della Cella a Sampierdarena. Barabino eseguì un dipinto che raffigurava la Vergine col Bambino, seduta in trono, con fronde d’ulivo e arance in primo piano”.

Quell’opera, esposta alla Esposizione Nazionale di Venezia del 1887, attirò lo sguardo attento di Margherita di Savoia: “La regina - racconta Rebora - lo vide e decise di acquistarlo. Lo pagò Umberto I: settemila lire, una somma notevole. Il dipinto divenne parte della camera da letto della sovrana”.

La parrocchia a quel punto rimase senza il quadro promesso. Barabino allora decise di realizzare una seconda versione, con variazioni simboliche: le arance furono sostituite da ghirlande di ulivo, più adatte al tema e più coerenti con l’impianto simbolico dell’opera.

La decorazione fu affidata ai suoi collaboratori più fidati: da Achille De Lorenzi, figlio del celebre Francesco, agli scultori e pittori che accompagnavano Barabino nei cantieri e nelle grandi imprese decorative dell’epoca. Il 21 ottobre del 1888 la tela viene inaugurata al pubblico e da quel momento le due versioni, grazie anche alla fotografia, si diffondono ovunque. 

L'immagine è popolarissima, il pittore molto meno”, osserva Paola Martini, direttrice del Museo Diocesano.

Nicolò Barabino è stato un grande pittore italiano ed europeo dell’Ottocento, oggi un po’ dimenticato perché autore soprattutto di grandi cicli ad affresco e di opere sacre o storiche, spesso collocate in chiese, palazzi o collezioni private”.

Eppure, Barabino è stato capace di segnare la sua epoca come solo i grandi artisti sanno fare. La sua metodica nel lavoro ha permesso una accurata ricostruzione cronologica delle sue opere, da lui stesso annotate in un taccuino oggi ancor più prezioso per riscoprirne l’arte.

Un’emozione che la stessa curatrice Caterina Olcese racconta: “Quando l’ho aperto mi sono venuti i brividi. Era un momento magico. La prima opera registrata è del 1854, ancora tradizionale; ma già nel 1859, con la commissione dell’Ospedale San Paolo di Savona, Barabino dimostra un talento raro e una novità di linguaggio che la critica dell’epoca riconobbe immediatamente”.

Curata da Lilli Ghio, Paola Martini, Caterina Olcese e Sergio Rebora, la mostra ricostruisce questa parabola, mettendo in dialogo la “Quasi oliva” con le altre tappe fondamentali della ricerca mariana di Barabino: dalla Consolatrix Afflictorum del 1859 alla Madonna del Rosario dell’Immacolata, fino al trittico Rossi e alle reinterpretazioni scultoree di Giulio Monteverde.

Un percorso che permette di comprendere come un’immagine tanto devota quanto classicheggiante sia diventata, nel giro di pochi anni, una vera icona.

Il successo della “Quasi oliva” fu immediato e travolgente. In mostra si possono trovare fotografie, incisioni, miniature, stendardi, oggettistica sacra e persino maioliche della manifattura Minghetti che riproducono il celebre volto della Madonna.

Una sorta di viralità visiva ante litteram: un’immagine che anticipava, nell’Ottocento, modalità di replica e circolazione tipiche dell’era contemporanea.

Se la ‘Quasi oliva’ è diventata quell’immagine di arte ‘pop’ che con Wharol condivide solo la diffusione, quella raffigurazione pensata dal Barabino è diffusa in numerose case. Per questo il Museo ha voluto lanciare una raccolta pubblica di immagini.

Chi possiede una riproduzione della ‘Quasi oliva’ può fotografarla e inviare un racconto personale. I contributi saranno raccolti in un video visibile all’interno della mostra.

Il merito di questa esposizione è certamente quello di restituire alla città un pezzo della sua storia, scritta da uno dei figli più illustri della Superba, rimettendone in luce la grande complessità artistica.

Un punto di partenza per ritornare a scoprire la meraviglia dell’Ottocento genovese.

Isabella Rizzitano

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