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Attualità | 06 gennaio 2026, 08:00

Buone Azioni - AFET Aquilone, oltre quarant’anni accanto agli ultimi: la storia di un’associazione che ha cambiato il modo di affrontare le dipendenze e le nuove povertà

Dalla Genova degli anni Settanta a oggi, tra comunità, unità di strada, drop-in e inclusione sociale. A raccontare il percorso è la presidente Miriam Cancellara: “Non bastava curare la dipendenza, bisognava cambiare la vita delle persone”

Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.

Da un intreccio di storie familiari e di impegno civile nasce AFET Aquilone, una delle realtà storiche del terzo settore genovese impegnate nel contrasto alle dipendenze e alle molteplici forme di emarginazione sociale. Una struttura complessa, fatta di comunità, unità di strada, servizi diurni, ambulatori, progetti di reinserimento e lavoro di rete con le istituzioni. Un percorso lungo oltre quarant’anni, che prende avvio ben prima della nascita formale dell’associazione, quando il fenomeno dell’eroina esplodeva nelle città italiane e le risposte pubbliche erano ancora frammentarie.

Il progetto non nasce da un’idea stabilita a tavolino, ma da un bisogno intercettato nella vita quotidiana” spiega Miriam Cancellara, volontaria da tempo immemore e oggi presidente dell’associazione. “All’inizio non esistevano servizi strutturati: c’erano famiglie che cercavano di non lasciare soli i ragazzi”. Siamo nella Genova degli anni Settanta, a Sampierdarena: alcune famiglie legate al mondo scout intercettano i primi segnali di diffusione delle droghe leggere tra giovanissimi. “Parliamo di ragazzi di 16-17 anni che fumavano anche durante i campi estivi. Mi dissero: tu sei un po’ più grande, hai già dei figli, potresti parlare con loro”. Da quegli incontri informali, fatti di ascolto e presenza quotidiana, emerge presto una realtà più dura: l’eroina.

Abbiamo intercettato un gruppo di ragazzi tossicodipendenti, amici degli scout, che chiedevano aiuto. Era il 1978. Erano in tre, li abbiamo accompagnati nella disintossicazione grazie anche al supporto del gruppo scout”. Da lì nasce un’esperienza di accoglienza familiare che anticipa di fatto il sistema delle comunità: famiglie che aprono le proprie case a giovani che vogliono uscire dalla dipendenza, in un periodo storico in cui i percorsi terapeutici prevedevano mesi di custodia e accompagnamento costante.

Le comunità allora chiedevano alle famiglie un impegno enorme: i ragazzi non potevano uscire da soli, andavano accompagnati ovunque, per sette, otto mesi. Molti non potevano permetterselo”. La risposta è una rete di famiglie affidatarie, una solidarietà diffusa che coinvolge decine di nuclei. “A casa mia arrivavano in tanti, troppi. Avevo tre bambini piccoli e ho capito che da sola non potevo farcela”.

Nel 1981 nasce ufficialmente l’associazione. Il nome AFET viene attribuito da don Andrea Gallo: Associazione Famiglie per la lotta contro l’Emarginazione giovanile e la solidarietà ai Tossicodipendenti. “Ci siamo schierati dalla parte delle persone, adottando un metodo diverso: considerare i tossicodipendenti persone da curare, non viziosi o delinquenti”.

È una differenza sostanziale, che segna anche la separazione da altri percorsi nati nello stesso periodo. Accanto al Centro di Solidarietà, AFET costruisce il proprio approccio insieme al professor Giampaolo Guelfi, allora direttore del primo Servizio pubblico per le dipendenze. “Guelfi ha teorizzato una cura fondata sulla persona, non sulla punizione”. Nel giugno del 1982 nascono le prime comunità: quella del CeIS a Molinetti di Recco e quella di AFET a Sant’Ilario. Ma presto emerge un altro limite. “Ci siamo resi conto che non bastava tenere le persone chiuse un anno o un anno e mezzo. Una volta uscite, spesso ricominciava tutto”.

La svolta arriva nel 1983 con una delibera del Comune di Genova che finanzia il reinserimento sociale e lavorativo: “È stato l’embrione di tutto quello che facciamo oggi”. La comunità diventa diurna, cambia metodo, coinvolge le famiglie e investe sul lavoro come strumento di emancipazione. Nasce la cooperativa La Cicala e si sviluppano progetti di accompagnamento all’inserimento lavorativo. Nel 1996 prende forma l’unità di strada, un camper che attraversa la città per intercettare chi vive la dipendenza in strada. “Andavamo anche in piazza De Ferrari, poi in centro storico, per sostenere il desiderio di cambiamento”. È il Progetto Fenice, tuttora attivo.

Nel 2001, lo stesso giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, apre il Drop-in di Genova. “Un luogo di accoglienza, non di somministrazione - chiarisce Cancellara - dove le persone possono lavarsi, cambiarsi, riposare, parlare, ricevere orientamento e supporto”. Oggi il Drop-in è in vico della Croce Bianca, ma nel tempo si è trasformato profondamente. “Alla porta bussavano non solo tossicodipendenti, ma persone senza dimora, anziani del quartiere, persone senza documenti. Dal 2010 abbiamo deciso di aprire a tutti”.

Da lì nascono nuovi servizi: l’ambulatorio medico, la distribuzione alimentare, il supporto legale. “Il primo nostro avvocato è stato l’attuale vicesindaco Terrile. Per quattro anni veniva ogni martedì a fare l’avvocato di strada”. Oggi il Drop-in può contare su una ventina di medici volontari, tra cui numerosi specialisti, e su una presenza costante durante la settimana.

Parallelamente AFET entra nei progetti contro la tratta e lo sfruttamento, con unità di strada e case rifugio attive su tutta la Liguria, e avvia, insieme alla cooperativa Il Cesto, un servizio diurno per le persone senza dimora. “Di giorno le persone sono più propense a parlare. Si possono accompagnare alle visite, ai documenti, ai dormitori. Lavoriamo in rete con Comune, ospedali, servizi sociali”.

Oggi AFET gestisce tre unità di strada e conta 42 dipendenti e circa un’ottantina di volontari. “È diventata una realtà strutturata, con molta burocrazia, informatici, amministrativi. Ma il cuore resta lo stesso”. Nel frattempo, il fenomeno delle dipendenze è cambiato. “Oggi è peggio - ammette Cancellara -. Le sostanze sono cambiate, il crack ha superato l’eroina e siamo ancora agli albori delle terapie. Prima avevamo strumenti, farmaci salvavita, possibilità di lavoro. Dopo il 2000, leggi punitive hanno spinto le persone a consumare in casa, a morire invisibili”.

La sua vita è stata interamente attraversata da questo impegno. “Non avrei mai pensato che saremmo arrivati a occuparci di tutto: dipendenze, immigrazione, tratta, carcere, senza dimora. Pensavo di fare volontariato su un tema, invece è diventato un lavoro e una missione collettiva”.

E oggi, cosa può fare la società per aiutare? “Prima di tutto comprendere la complessità. Le dipendenze e le povertà sono intrecciate. Escludere qualcuno significa non far entrare nessuno. Serve lavorare sulla cultura, come si è fatto con l’HIV o con il Covid. La consapevolezza collettiva cambia le cose”. Una battaglia culturale, prima ancora che sociale, che AFET Aquilone porta avanti da oltre quarant’anni, continuando a ricordare che dietro ogni emergenza c’è una persona.

Chiara Orsetti

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