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Cultura e spettacoli | 15 gennaio 2026, 08:00

Manuel Bova torna in libreria con 'Il suono dei giorni di pioggia': “I libri non ti cambiano la vita, ma aiutano a vederla diversamente”

L'ingegnere-scrittore da 153mila follower ha pubblicato il suo nuovo romanzo che indaga il dramma della violenza attraverso gli occhi di chi osserva dall'esterno. "I social possono essere guidati dagli algoritmi, ma il calore del pubblico resta essenziale"

Manuel Bova torna in libreria con 'Il suono dei giorni di pioggia': “I libri non ti cambiano la vita, ma aiutano a vederla diversamente”

Cinque anni dopo la nascita della pagina Facebook da cui ha preso forma 'Diario di un isolato', divenuto poi il suo primo libro e oggi seguito da una community di oltre 153 mila utenti, e a cinque libri di distanza dall’esordio editoriale, Manuel Bova torna in libreria con un nuovo romanzo: 'Il suono dei giorni di pioggia' (Burno Edizioni). Ingegnere, insegnante di pilates, scrittore, star dei social: Bova è un animo impossibile da contenere in una semplice descrizione, anche se  il raccontare storie sembra essere l'attività a cui è più legato. Come per Un millimetro di meraviglia, la precedente pubblicazione dell’autore genovese, al centro del racconto c’è la violenza di genere, anche se vista lateralmente: “È raccontata di lato, attraverso lo sguardo di Amedeo, che assiste a ciò che accade a una sua collega, Gemma. Lui osserva Gemma mentre inizia una relazione con Andrea e vede il suo cambiamento: è evidente che quella relazione la sta consumando, ma lei non riesce, o non vuole, uscirne. Amedeo è uno spettatore, un uomo che guarda da fuori e si interroga su come, e se, sia possibile aiutare qualcuno. Raccontare questa tematica dal punto di vista di un esterno è stato interessante, anche perché Amedeo è il protagonista del libro: vive le sue vicende personali, ma allo stesso tempo assiste alla trasformazione profonda di questa ragazza, che cambia sotto i suoi occhi in modo drastico”.

C’è qualcosa di autobiografico? “No, non direttamente - spiega l’autore -. È semplicemente una tematica che mi tocca, perché siamo immersi in questa realtà ed è un dato drammatico del nostro tempo. Ogni volta mi dico che nel prossimo libro non ci sarà questo tema, ma poi ritorna. Non penso, però, che un libro sia lo strumento giusto per educare: l’educazione passa da altro. Un libro non educa, intrattiene; può far riflettere, e questo sì, è già un buon inizio. Ma resta una storia, ed è giusto che sia così. I libri non ti cambiano la vita, però possono aiutarti a guardare le cose in modo diverso”.

I romanzi di Bova nascono senza avere una direzione precisa: “Quando inizio una storia non so esattamente dove andrà a parare. Mi lascio guidare dai personaggi e da quello che succede. Se, scrivendo, scopro qualcosa che mi incuriosisce, che mi stuzzica, allora la seguo, la semino e poi la approfondisco. Se sta piacendo a me mentre la scrivo, probabilmente piacerà anche a chi la leggerà. A volte si aprono parentesi enormi, ma non sono uno che fa molto editing dopo: se una cosa l’ho scritta, è perché doveva stare lì. Mi lascio proprio trasportare dalla storia, senza forzarla”. “I personaggi a cui mi affeziono di più, quasi sempre, sono quelli secondari: il collega ipocondriaco, il cliente anziano del negozio di tecnologia,  l’assistente della casa di riposo: sono figure che mi restano più addosso dei protagonisti. I protagonisti li amo, ovviamente, ma i personaggi secondari mi danno qualcosa in più”.

Anche la copertina di questo libro è stata una scelta delicata: “Inizialmente non avevo idee chiare: ho chiesto consigli a chi aveva già letto il testo e da lì è emersa l’immagine della panchina rossa, che è fortemente simbolica. Amedeo seduto su quella panchina, con la pioggia che cade, e in questo libro piove spesso, rappresenta un momento di sospensione, quasi di sollievo. Alla fine è venuta fuori un’immagine che mi piace moltissimo. È semplice, ma funziona, e dopo diversi ripensamenti anche sul titolo, tutto si è incastrato nel modo giusto”.

Con il libro ormai pronto, Bova ha iniziato a organizzare le presentazioni, seppur con un approccio più selettivo rispetto al passato: “Ce ne sarà una in Piemonte a fine mese, e qualcuna anche più avanti. In generale, però, ne faccio meno rispetto al passato. Da quest’anno, con questo libro, ho deciso una cosa molto chiara: vado solo dove ci sono realtà con cui c’è un rapporto vero, anche di amicizia, oppure dove il mio lavoro viene riconosciuto. Non pretendo cachet, ma almeno il rimborso del viaggio sì. Mi è capitato, in passato, di arrivare in librerie che si erano addirittura dimenticate di avere una presentazione con me in programma. Poche volte, per fortuna, ma è successo. La presentazione, secondo me, non è lo strumento giusto per farti conoscere: serve piuttosto a mantenere un contatto con chi già ti legge, con chi ti conosce e sceglie di continuare a seguirti”.

Bova sembra essere, nonostante tutto, una fonte inesauribile di idee, anche se un po’ di disillusione accompagna le nostre chiacchierata: “Cerco di pubblicare un romanzo all’anno - racconta -, anche se ho il sospetto che nel 2026 potrei tradire le aspettative. Sto accumulando un po’ di stanchezza e frustrazione: le librerie e gli editori fanno quello che possono, ma quello che si vende è quello che già funziona”. A livello più generale, il quadro culturale non è roseo: “Se restringiamo il discorso al mondo dei libri, i numeri sono impressionanti: si pubblicano centinaia di migliaia di titoli, ma poi passi davanti alle librerie e trovi vetrine intere dedicate a personaggi come Fabrizio Corona. Non è quello il modo di fare cultura, ed è anche un po’ avvilente per chi scrive. La cultura si costruisce sensibilizzando, parlando, creando un pubblico, raccontando, resistendo. E, sì, anche ricevendo un minimo di supporto”. Il supporto più grande è, senza dubbio, quello dei suoi follower: “In questi cinque anni la comunità è diventata molto solida: oggi siamo arrivati a 153 mila persone, che sono davvero tante. Questo, però, rende tutto anche più impegnativo. Noi creatori ci troviamo a combattere contro quella parola un po’ maledetta che è l’algoritmo, che ha cambiato profondamente le regole del gioco ed è spesso penalizzante. Il numero di follower, di per sé, non ha più alcun valore: per l’algoritmo conta solo l’argomento di cui parli. Ti spinge in alto o ti affossa in base a ciò che succede intorno. Il gioco, allora, diventa intercettare questi meccanismi senza però prostituirsi completamente all’algoritmo. La sfida è non lasciare che sia solo quello a guidare i contenuti, e continuare a dare un senso a ciò che si racconta”.

Un ‘gioco’ complicato, ma che con pazienza e grazie all’affetto conquistato continua a regalare grandi soddisfazioni: “Quando vado fuori Genova a fare qualche presentazione, capita che le persone vengano apposta per me, perché mi conoscono e vogliono ascoltare quello che ho da dire. Questa è una cosa che fa davvero tanto piacere. Una persona mi ha detto che sono l’unico scrittore vivo presente nella sua libreria.  Ma ce ne sono tanti altri che restano addosso: penso, per esempio, a una madre che mi ha raccontato di avere una figlia ricoverata per una grave anoressia e di averla sentita ridere per la prima volta dopo mesi leggendo un mio libro. Ecco, sono queste le cose che non ti dimentichi. È questo il motivo per cui si va avanti”. 

Negli ultimi mesi, al centro della vita social di Manuel Bova, c’è il ‘Diario della convivenza con Madre’, dal solito piglio divertente e romanzato, ma che come sempre racconta spaccati della vita quotidiana: “Io sono un orso: tornare a vivere con altre persone, per quanto adorabili e capaci di lasciarmi i miei spazi, resta comunque complicato, perché sono a casa loro. A me manca casa mia: mi manca il silenzio, il non avere nessuno che parla in continuazione. Mi manca anche non avere mia madre che mi segue per casa perché deve fare qualcosa su Instagram e non è capace: stamattina eravamo lì a mettere Gigi D’Alessio in un post” racconta ridendo.

E proprio la narrazione del quotidiano sarà protagonista di una nuova pubblicazione, un libro di racconti dedicati ai dialoghi con il cane (altro grande classico della pagina di Bova), il cui ricavato verrà destinato a un canile. Prima di salutarci, una riflessione: “Un mercato basato esclusivamente sulla quantità non può reggere: non è sostenibile pubblicare centinaia di titoli al giorno, né un sistema in cui ogni anno il prezzo dei libri aumenta di due euro. I libri stanno diventando un bene di lusso, e per forza prima o poi qualcosa dovrà cedere, anche se non cambieranno facilmente le logiche che ci hanno portato fin qui. Detto questo, io continuerò a scrivere. E probabilmente continuerò anche a pubblicare, magari sempre più in autonomia”. 

Chiara Orsetti

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