Più che una deposizione, un perimetro di difesa. Giovanni Castellucci, l'uomo che per anni ha guidato l'impero di Autostrade per l’Italia, ha parlato in videoconferenza nell’ultima giornata di udienze del processo per il crollo del ponte Morandi difendendosi dalle accuse dei pm che hanno chiesto per lui la pena di 18 anni e 6 mesi.
Intervenendo in videoconferenza dal carcere di Opera, a Milano, dove sta scontando la pena per la strage del viadotto di Acqualonga, ad Avellino, il manager ha cercato di smarcarsi dal peso del massacro di Genova, costato la vita a 43 persone, erigendo un muro fatto di "limiti di competenza".
Il fulcro della strategia difensiva dell'ex Ad risiede nel paradosso del vertice: essere al comando di un colosso infrastrutturale, ma dichiararsi tecnicamente impotente davanti alla complessità di un'opera come il Morandi.
“Non presi mai in carico il Polcevera perché ero a conoscenza dei miei limiti e delle mie competenze. Per gestire le opere complesse serve conoscenza ed esperienza che non avevo, non per mancanza di tempo che ho sempre trovato, anche per esempio per fare il Dg ad interim, ma la manutenzione richiede un’esperienza storica che non avevo”.
Castellucci ha rivendicato questa scelta non come un'omissione, ma come un atto di responsabilità istituzionale, scaricando di fatto il peso delle decisioni sulla struttura gerarchica inferiore: "Sarei stato irresponsabile se fossi entrato nelle decisioni tecniche, cominciando a dare indicazioni. Ritengo giusto che non abbia mai voluto entrare nelle decisioni tecniche. C’era una struttura, c’erano dei responsabili, c'era Mollo. Io feci solo quello che ogni operativo si attende da un amministratore delegato, ho reso evidente ai tecnici che non solo io ma anche il Cda eravamo tranquilli di fare una cosa anche se non era necessaria”.
Incalzato dalle accuse, Castellucci ha descritto una sorta di "coscienza manageriale" che interroga il passato, pur concludendo di non avere colpe identificabili nel proprio raggio d'azione.
“Come è normale che sia, ogni tanto c’è un riavvolgimento del nastro nella mia testa. Ma cosa ho fatto? Avrei potuto fare cose diverse? Ci sono cose di cui non mi sono accorto? Io penso di aver messo intorno al tavolo in quel periodo i principali stakeholder che conoscevano bene il ponte, penso di aver dato tutto il conforto a Bergamo per operare in maniera piena come responsabile di area, penso di aver dato a Bergamo la possibilità di pianificare e di operare come riteneva opportuno. Per me è difficile immaginare cose che avrei dovuto fare diversamente nei limiti delle mie conoscenze e delle mie competenze”.
Infine, l'ex amministratore ha toccato il tasto dolente del profitto contro la sicurezza, assicurando che la sua gestione non mirava a tagli di spesa sulla pelle della manutenzione, citando i dati rassicuranti che gli venivano forniti.
“L'obiettivo era lavorare meglio, più velocemente, fare prima e bene in maniera coordinata con la direzione di tronco, non risparmiare, l'obiettivo era fare. Le indicazioni di monitoraggio davano risultati assolutamente rassicuranti. Non avevo motivo di non pensare che non fosse fondata ma si decise di approfondire il monitoraggio”.














