Un burocrate truffaldino nell'Ottocento russo e, inevitabilmente, parla di noi. Peppino Mazzotta arriva a Genova con Le anime morte - ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore, liberamente adattato dal romanzo incompiuto di Nikolaj Gogol’. Uno spettacolo prodotto dai teatri nazionali di Napoli e del veneto che ha già riscosso consensi al suo debutto la scorsa primavera e che sta suscitando grande attenzione anche a Genova. Mazzotta firma regia e drammaturgia, quest'ultima elaborata insieme a Igor Esposito, guidando un cast di nove attori, tra cui Milvia Marigliano, Federico Vanni e Massimo De Matteo.
Calabrese di nascita, classe 1971, Mazzotta è uno di quegli attori che il grande pubblico conosce soprattutto attraverso lo schermo - il suo Fazio nella serie Rai Il Commissario Montalbano è diventato un'icona - ma che ha costruito la sua identità artistica sul palcoscenico, a partire dal Tartufo di Molière con Toni Servillo. Negli anni ha affiancato alla recitazione la regia e la scrittura, con un percorso che si riconosce per rigore, ironia e una certa insofferenza per le scorciatoie.
Perché Gogol', e perché adesso? La risposta di Mazzotta è diretta, priva di compiacimento intellettuale. “I classici sono opere complessive, definitive ed esaustive”, dice. “Rispondono a tutte le domande che siamo in grado di porgli. Il nostro compito è fare le domande giuste”. E le domande giuste, per lui, sono quelle che nascono dal presente. Un presente che descrive con parole pesanti e precise: “Il mio presente è organizzato dalla logica dell'idea unica come principio dominante e indiscutibile: un sistema di regole astratte e dogmatiche che sono state ormai interiorizzate in maniera trasversale a ogni livello di coscienza, senza distinzioni politiche, sociali o spirituali”.
Questo principio dominante, spiega, “vuole indurci tutti a diventare mercanti. Vuole restringere tutte le nostre potenzialità alla sola capacità di mercanteggiare; tutto il nostro essere alla sola abilità di vendere e comprare”. Una deriva che non risparmia nessun ambito: “Vuole che i valori coincidano con i prodotti; poi vorrà che i valori diventino prodotti, fino a che non ci saranno più valori, ma solo prodotti”. Il risultato, nella sua visione, è un impoverimento profondo dell'umano: persone sempre più sole, diffidenti, incapaci di empatia, ridotte a “funzioni impersonali” che trattano il prossimo come una “controparte".
Ecco allora il senso di portare in scena Cicikov, il protagonista gogoliano: un funzionario pubblico, un mascalzone dall'apparenza impeccabile, "una simpatica canaglia” che Gogol' usa come bisturi per fare l'autopsia all'umanità. “Di tutto questo parla il romanzo Anime morte di Gogol’", dice Mazzotta. “O meglio: parla di molto altro, ma è su questo in particolare che io l'ho interrogato”.
Trasformare un romanzo incompiuto in un testo teatrale non è impresa da poco. Mazzotta lo ammette senza falsa modestia: “È stata una vera e propria impresa: il tentativo folle di infilare un elefante in una bottiglia”. La scrittura, per lui, è “forse la passione primaria”, l'attività che “meglio aderisce al mio carattere schivo e solitario”. Ma in questo caso il lavoro ha avuto una dimensione supplementare: costruire una drammaturgia compiuta a partire da qualcosa che compiuto non era.
Sul tema del rapporto con i testi, Mazzotta ha idee precise e difende il ruolo del dramaturg come “perno intermedio tra le pagine del testo e l'azione scenica che lo attiva; tra l'autore e la carne viva”. Una figura indispensabile, a suo avviso, perché “le parole sono tutte chiavi di innesco di processi emotivi e conflittuali che sono alla base del teatro e devono perciò essere scovate e rinnovate costantemente”. Senza questa attenzione, avverte, “l'atto teatrale rischia di diventare letteratura in movimento, che in sé è la negazione del teatro stesso”.

La scelta degli attori è stata, secondo Mazzotta, “il momento più delicato” dell'intera messa in scena. Il criterio adottato è stato preciso: trovare interpreti che “con le loro caratteristiche espressive intrinseche potessero aderire alla dimensione grottesca dei personaggi ancora prima di affrontarli durante il lavoro di prova”. L'obiettivo era evitare la caricatura: "In questo spettacolo i personaggi non sono caricature, ma caratteri organici”. Il grottesco, nell'intenzione registica, non è una distorsione della realtà ma una sua caratteristica implicita, il che, nel contesto dei tempi descritti da Mazzotta, suona come un'affermazione tutt'altro che rassicurante.
Tra i membri del cast c'è Milvia Marigliano, con cui Mazzotta aveva già lavorato per Ombretta Calco di Sergio Pierattini, che rappresentò il suo esordio alla regia. “Assistevo ogni giorno con stupore al lavoro di Milvia in scena", ricorda. “Era capace, con una precisione chirurgica, di tradurre in materia viva e umana tutte le analisi e le speculazioni che facevamo sul testo”. Un'attrice, dice, di "grandissimo valore”, ma soprattutto di “dedizione maniacale e accanimento assoluto” verso il proprio mestiere.
La partitura musicale dello spettacolo è affidata a Massimo Cordovani, collaboratore già presente in Radio Argo Suite, il monologo che Mazzotta porta in scena da anni e che nel 2024 ha vinto il premio come miglior monologo alle Maschere del Teatro. Di Cordovani, Mazzotta parla con rispetto genuino: "È un musicista di rara sensibilità, che conosce il teatro e i suoi più segreti meccanismi”. Le sue musiche, sottolinea, “non commentano il racconto, ma lo completano”. È, dice, “un attore occulto in scena, che partecipa dei conflitti che animano i personaggi e che con i personaggi dialoga, ispirandoli. Le sue note sono battute del testo; i suoi suoni, azioni teatrali”.
Le anime morte non è l'unico progetto che impegna Mazzotta nei prossimi mesi. Il prossimo anno riprenderà Enigma di Hugh Whitemore, prodotto dallo Stabile di Palermo, da Messina e dal Ciro Menotti di Milano, spettacolo dedicato alla parabola del matematico Alan Turing. E a maggio andrà in onda su Rai Uno Un futuro aprile, film tratto dal libro di Margherita Asta sulla strage di Pizzolungo, in cui Mazzotta interpreta Nunzio Asta, il marito di Barbara Rizzo, una delle vittime dell'autobomba destinata al giudice Carlo Palermo, che per tutta la vita ha continuato a seguire le indagini e i processi su quell'attentato.
Nel mezzo di tutto questo, c'è Radio Argo Suite, il lavoro che Mazzotta porta con sé da anni e che non smette di rinnovarsi. “Muta con me così come evolve insieme agli avvenimenti storici, politici e civili del tempo che attraversa", dice. “Non si ripete mai uguale e risuona sempre con accenti rinnovati, sia in me che lo incarno, sia negli spettatori”. Non proprio un'opera di repertorio, o almeno, non nel senso usuale del termine. Piuttosto, qualcosa di vivo.














