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Eventi | 22 maggio 2026, 15:54

Dipendenze, da Genova la Carta mondiale delle comunità terapeutiche: "Fuori dal buio, la cura deve aprirsi ai territori"

Concluso al Ducale il Symposium internazionale WFTC, con 150 delegati da cinque continenti e oltre 450 osservatori. Il documento guiderà per i prossimi dieci anni il lavoro delle comunità terapeutiche nel mondo. Costa: "Le dipendenze interrogano la società intera"

Dipendenze, da Genova la Carta mondiale delle comunità terapeutiche: "Fuori dal buio, la cura deve aprirsi ai territori"

Le comunità terapeutiche escono dalle proprie mura per accogliere e venire accolte nella comunità più vasta dei territori in cui vivono. È questa la visione al centro della Carta di Genova 2026, il documento finale del Symposium internazionale della World Federation of Therapeutic Communities, che per tre giorni ha trasformato Genova nella capitale mondiale del confronto sulle dipendenze, sulla cura e sul reinserimento sociale.

L’assise, promossa dalla Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche insieme alla Fondazione CEIS Genova e alla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche, si è svolta dal 18 al 20 maggio nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Un appuntamento internazionale che si tiene ogni dieci anni e che ha riunito nel capoluogo ligure circa 150 delegati provenienti dai cinque continenti, suddivisi in gruppi di lavoro internazionali, insieme a oltre 450 osservatori tra rappresentanti istituzionali, professionisti dei servizi, enti del Terzo Settore, operatori sociosanitari, studiosi e cittadini presenti alla plenaria inaugurale e ai momenti pubblici dell’evento.

Il risultato dei lavori è la Carta di Genova 2026, un manifesto destinato a guidare per i prossimi dieci anni l’evoluzione delle comunità terapeutiche nel mondo. Il documento raccoglie il confronto sviluppato durante il Symposium e propone una visione centrata sulla dignità della persona, sulla responsabilità comunitaria e sulla necessità di costruire percorsi di cura capaci di andare oltre le strutture terapeutiche, aprendosi ai territori, alle famiglie e alla società civile.

A dare ulteriore valore istituzionale all’iniziativa è stata la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, conferita al Symposium WFTC Genova 2026 quale premio di rappresentanza per l’alto valore sociale e istituzionale dell’evento. Un riconoscimento che premia il lavoro svolto a Genova e richiama l’attenzione sul tema delle dipendenze, della solidarietà sociale, della salute delle comunità e dell’intervento terapeutico comunitario come strumento di cura, reinserimento e promozione della dignità della persona.

"Chi siamo e come siamo arrivati fin qui, cosa ci rende unici e cosa deve guidare il nostro futuro sono le domande che determinano la nostra identità e soprattutto il senso della direzione che dobbiamo tenere nei prossimi dieci anni", ha dichiarato Sushma Taylor, presidente della WFTC. "Le comunità terapeutiche rappresentano una concreta ancora di salvezza per le persone, le famiglie e il tessuto sociale".

Un richiamo alla radice più profonda del lavoro terapeutico è arrivato anche da Phaedon Kaloterakis, amministratore delegato della Federazione Mondiale: "Terapeuta, in greco, significa ‘servente’: persone al servizio di altre persone che ripongono fiducia in noi. Questo è il tratto umano e professionale che ci ha portato oggi a Genova".

Tra i punti centrali della Carta emerge la necessità di rafforzare modelli terapeutici fondati sulla relazione, sulla comunità e sul recupero integrale della persona. Un’esigenza ancora più forte in una fase storica segnata dall’aumento delle dipendenze comportamentali, delle fragilità sociali, dei traumi intergenerazionali, delle nuove forme di isolamento e delle sfide poste anche dall’innovazione tecnologica.

"Il pensiero strategico raccolto nella Carta di Genova guiderà nei prossimi dieci anni l’evoluzione delle comunità terapeutiche nel mondo", ha commentato Enrico Costa, vicepresidente WFTC e presidente CEIS Genova. "Le dipendenze interrogano la società intera e richiedono risposte capaci di unire competenza, solidarietà, responsabilità e comunità".

La Carta è articolata in tre parti: il passato, il presente e il futuro delle comunità terapeutiche. Nella prima sezione viene ricostruita la nascita del movimento come risposta concreta alla crisi della dipendenza, non calata dall’alto da istituzioni o governi, ma costruita attraverso l’esperienza di generazioni di operatori, volontari e persone che hanno trasformato luoghi di esclusione in luoghi di accoglienza.

"Non abbiamo ereditato una dottrina, abbiamo costruito una prassi", si legge nel manifesto. Una prassi che, attraverso decenni di esperienza, ha restituito vita e possibilità a persone di ogni continente, cultura e lingua, continuando a evolversi nel tempo.

La seconda parte guarda al presente e definisce le comunità terapeutiche come una cultura compassionevole di presa in carico e cura, un ambiente di apprendimento per la vita e un luogo da cui ricominciare. Al centro non c’è soltanto il sintomo, ma la persona nella sua interezza: dimensione biologica, psicologica, sociale e spirituale vengono riconosciute e valorizzate all’interno di un percorso in cui la responsabilità è condivisa e collettiva.

Il manifesto insiste su un principio chiave: il recupero non è qualcosa che si riceve, ma qualcosa che si costruisce ogni giorno. La cura, quindi, non si esaurisce nel tempo della permanenza in comunità, ma diventa un percorso di lungo periodo, capace di accompagnare la persona nella ricostruzione della propria vita.

La terza parte guarda invece al futuro. Le comunità terapeutiche riaffermano il proprio impegno per i valori che le hanno sostenute, ma si dichiarano pronte ad affrontare bisogni nuovi: dipendenze comportamentali, diversità culturali, traumi intergenerazionali, innovazioni tecnologiche e sfide ancora non conosciute.

Il passaggio più significativo riguarda proprio l’apertura verso l’esterno. La Carta impegna le comunità terapeutiche a estendere il proprio intervento oltre gli spazi protetti, nei territori, nelle famiglie e nella società civile. Una prospettiva che riconosce il diritto alla salute come principio universale e respinge lo stigma: "Lo stigma non ha posto laddove c’è dignità", afferma il documento.

I lavori del Symposium sono stati osservati e accompagnati anche da un gruppo di osservatori scientifici dell’Università degli Studi di Genova, incaricati di elaborare nei prossimi giorni una restituzione sull’impostazione metodologica del lavoro svolto, sugli elementi emersi nei gruppi internazionali di confronto e sulle prospettive scientifiche e sociali aperte dal documento finale.

Con la Carta di Genova, il capoluogo ligure lascia dunque un segno nel dibattito internazionale sulle dipendenze. Non solo come città ospitante, ma come luogo da cui parte una visione condivisa: il cambiamento è sempre possibile, ma richiede comunità, responsabilità, cura e capacità di costruire legami. "Ogni giorno agiamo a livello locale. Insieme, parliamo a livello globale", si legge nelle conclusioni del manifesto. Una frase che sintetizza il senso del Symposium e il messaggio che da Genova viene consegnato alle comunità terapeutiche di tutto il mondo.

F.A

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