A poche ore dalla sentenza di primo grado per il crollo del ponte Morandi, prevista intorno alle 14.00, i familiari delle 43 vittime arrivano al tribunale di Genova con un’unica speranza: che il lungo processo si traduca in condanne e in un’affermazione chiara delle responsabilità.
All’ingresso del palazzo di giustizia, la presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, Egle Possetti, ha spiegato quali sono le aspettative dei familiari. “Cosa ci aspettiamo? Che ci siano delle condanne. Probabilmente ci saranno anche delle assoluzioni su posizioni minori, ma vorremmo che le aggravanti che sono state richieste potessero resistere nella sentenza”, ha dichiarato.
Per Possetti il processo non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro della sicurezza delle infrastrutture italiane. “Non siamo ancora tranquilli perché vogliamo un cambio di passo nel lavoro di manutenzione. In Italia purtroppo la prevenzione viene vista sempre come un costo, mai come un investimento. Noi vorremmo che questo paradigma cambiasse, ma al momento non siamo ancora tranquilli”.
La presidente del Comitato ha poi richiamato anche il ruolo dello Stato. “Il ministero in vent’anni non ha mai controllato. Io spero che emerga fortemente anche questa responsabilità dello Stato”.
Nel crollo del 14 agosto 2018 Possetti perse la sorella Claudia Possetti, il cognato Andrea Vittone e i nipoti Manuele e Camilla Bellasio. “È da lì che è partita la volontà di fare in modo che loro possano avere giustizia e che le loro morti non siano invano. Vedremo oggi se tutto questo lavoro che è stato fatto riuscirà ad avere dei frutti”.
Secondo Possetti, i numerosi cantieri aperti oggi sulla rete autostradale sono la conseguenza di anni di interventi rimasti inevasi. “Il fatto che adesso ci siano tutti questi lavori sulle autostrade non è perché la prevenzione è cambiata, ma perché ci sono vent’anni di lavori non fatti. Speriamo che la mentalità cambi davvero e che la sicurezza venga considerata un investimento e non un costo”.
Infine, un passaggio sul valore della sentenza anche sotto il profilo della prevenzione. “Con le condanne noi pensiamo che ci sia un po’ di inquadramento su quello che si fa. Se non ci fossero condanne sarebbe una grandissima sconfitta anche per la prevenzione futura”.
Davanti al tribunale era presente anche Emmanuel Diaz, fratello di Henry Diaz, una delle 43 vittime della tragedia. “Mi aspetto che quello che si andrà a configurare oggi permetta all’Italia di sentirsi un po’ orgogliosa della giustizia. Ho visto tanta diffidenza nei confronti della giustizia, ma questo processo dimostra che forse esiste”.
Per Diaz il procedimento ha consentito di ricostruire con precisione quanto accaduto. “Mi aspetto di vedere come la verità che abbiamo difeso in questi anni si configurerà in una condanna. Non è stata una monetina lanciata in cielo: questo processo si basa su due incidenti probatori, tanti testimoni, intercettazioni e argomenti validi per comprendere quello che accadde alle 11.36 del 14 agosto 2018”.
Il fratello di Henry Diaz ha rivolto un duro attacco anche ad alcuni imputati e testimoni. “Abbiamo compreso la malvagità degli imputati, ma anche di tante persone appartenenti a quei gruppi che sono rimaste in silenzio. Alcuni amministratori delegati, alcuni sorveglianti, i ‘non ricordo’ plateali di Livia Pardi. Tanti personaggi che avrebbero meritato di essere iscritti nel registro degli indagati”.
Infine un commento sulle scuse rivolte ieri dall’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Arrigo Giana. “Mi è sembrato strano, perché loro fuori dall’aula si scusano, ma dentro hanno sempre cercato di mostrarsi come le vere vittime di questa tragedia. Sono scuse banali, sarebbero le responsabilità davanti ai giudici a creare una visione diversa su di loro”.
E, parlando del fratello scomparso, conclude: “È difficile avere vissuto per tanti anni con una persona così meravigliosa e ritrovarsi a essere figlio unico. Oggi sono qui con mia madre, ma non è la stessa vita”.














