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Cultura e spettacoli | 04 novembre 2026, 15:21

Addio Tinto Brass, il regista che trasformò l’erotismo in provocazione cinematografica

Nato a Milano 93 anni fa, è stato uno dei nomi più riconoscibili del cinema italiano raccontando il desiderio femminile, sfidando tabù e censure

Addio Tinto Brass, il regista che trasformò l’erotismo in provocazione cinematografica

È morto a 93 anni Tinto Brass, regista tra i più riconoscibili e discussi del cinema italiano. 

Nato a Milano il 26 marzo 1933, Giovanni “Tinto” Brass è scomparso improvvisamente questa mattina nella sua abitazione romana. A darne notizia la moglie Caterina Varzi, che ha parlato di “un momento difficile, di profonda tristezza e dispiacere".

Considerato il maestro del cinema erotico all’italiana, Brass ha costruito una filmografia capace di suscitare scandalo, clamore e polemiche, ma anche di conquistare un vasto pubblico. Le sue pellicole, provocatorie e caratterizzate da una forte attenzione alla dimensione visiva, hanno portato l’erotismo al centro della cultura popolare, mettendo in discussione convenzioni sociali e cinematografiche. Un percorso nel quale il corpo femminile, il desiderio e la libertà sessuale sono diventati temi ricorrenti, raccontati attraverso personaggi spesso insofferenti alle regole della morale borghese.

Nato in una famiglia veneziana, figlio dell’avvocato Alessandro Brass, si laureò in Giurisprudenza all’Università di Ferrara con una tesi sui rapporti di lavoro nelle imprese di produzione cinematografica. La sua formazione artistica passò anche da Parigi, dove si trasferì con la prima moglie Carla Cipriani, detta Tinta. Qui lavorò come archivista alla Cinémathèque Française, allora diretta da Henri Langlois, entrando in contatto con il clima culturale della Nouvelle Vague.

Rientrato in Italia, lavorò come aiuto regista al fianco di Alberto Cavalcanti, Roberto Rossellini e Joris Ivens. Il debutto dietro la macchina da presa arrivò nel 1963 con In capo al mondo, film accolto con attenzione dalla critica alla Mostra del Cinema di Venezia. 

L’opera raccontava il disagio di un giovane incapace di riconoscersi nella società del proprio tempo e metteva in discussione i valori della generazione antifascista e della Resistenza. La censura impose alcuni tagli, ma Brass rispose cambiando il titolo in Chi lavora è perduto, rendendo ancora più esplicita la propria posizione anticonformista. Sarebbe stata la prima di una lunga serie di confronti con gli organismi di controllo.

Dopo una prima stagione di cinema politico e sperimentale, il regista scelse di concentrarsi su un territorio che sarebbe diventato la sua cifra: l’erotismo. Il grande successo arrivò nel 1983 con La chiave, libero adattamento del romanzo di Jun'ichirō Tanizaki, interpretato da Stefania Sandrelli. Il film contribuì a rilanciare la carriera dell’attrice e segnò una svolta nella produzione di Brass, sempre più interessato a raccontare il desiderio e la liberazione sessuale attraverso protagoniste femminili.

Da quel momento il suo cinema si popolò di interpreti destinate a diventare volti emblematici di una stagione cinematografica. Serena Grandi fu la locandiera di Miranda (1985), Francesca Dellera la protagonista di Capriccio (1987), Debora Caprioglio interpretò Paprika (1990), mentre Claudia Koll fu al centro di Così fan tutte (1992). Con L'uomo che guarda (1994), tratto liberamente da Alberto Moravia, Brass tornò a esplorare il rapporto tra osservazione, desiderio e trasgressione. Anna Ammirati fu invece la protagonista di Monella (1998). Il regista amava inoltre comparire nei propri film, giocando con la propria immagine e con il personaggio pubblico costruito negli anni: ne è un esempio Fermo posta Tinto Brass del 1995.

Nel 1988 si era concesso una parentesi lontana dal genere erotico con Snack Bar Budapest, tratto dal romanzo omonimo di Marco Lodoli e Silvia Bre e interpretato da Giancarlo Giannini. Nel 2002 aveva diretto Anna Galiena e Gabriel Garko in Senso '45, ispirato al racconto di Camillo Boito. L'anno successivo era tornato alla commedia erotica con il film a episodi Fallo!. Monamour, del 2005, è stato il suo ultimo lungometraggio.

Accanto al cinema, Brass aveva lavorato anche per il teatro, dirigendo nel 1973 Pranzo di famiglia di Roberto Lerici, spettacolo ripreso più volte negli anni successivi e portato anche a New York nel 1986, dove ottenne un'accoglienza positiva.

La sua ricerca estetica risentiva anche della tradizione artistica familiare: il nonno Ialico Brass, pittore veneziano vissuto tra il 1870 e il 1943, aveva rappresentato un riferimento importante per il suo immaginario visivo. Nel 2006, anno della morte della prima moglie Tinta, sua collaboratrice e sceneggiatrice in numerosi lavori, la Cinémathèque Française gli dedicò una retrospettiva intitolata Éloge de la chair, con la proiezione di dieci film nella sede parigina.

Nel 2010 Brass fu colpito da un'emorragia cerebrale, dalla quale si riprese dopo un percorso di riabilitazione. Negli anni successivi affrontò altri problemi di salute. Nel maggio di quest'anno era stato ricoverato d'urgenza per una setticemia che aveva messo in pericolo la sua vita. Secondo quanto riferito, le difficoltà logistiche provocate da una frana nei pressi della sua abitazione romana avevano contribuito a un isolamento forzato, rendendo più complicati i controlli medici. Le sue condizioni erano poi migliorate, ma questa mattina è stato colto da una crisi cardiaca.

Dopo la morte di Carla Cipriani, con cui aveva avuto due figli, Beatrice e Bonifacio, nel 2017 aveva sposato Caterina Varzi, psicoanalista, ex avvocata e attrice. È stata proprio lei a comunicare la scomparsa del regista, con il quale si chiude una stagione particolare del cinema italiano: quella di un autore che ha fatto della provocazione una cifra stilistica, dividendo pubblico e critica, ma lasciando un'impronta riconoscibile nell'immaginario cinematografico del Paese.

I.R.

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