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Cultura | 24 settembre 2018, 11:28

Dipendenza da serie tv, la parola alla semiologa: "Gli eroi sono gli sceneggiatori"

Senza fare “spoiler” abbiamo chiesto a Valentina Pisanty, semiologa docente all’Università di Bergamo, ospite al Festival della Comunicazione di Camogli, ed esperta di serie tv, cosa pensa di "Game of Kings" e della dipendenza da serie

Dipendenza da serie tv, la parola alla semiologa: "Gli eroi sono gli sceneggiatori"

Cresce l’attesa per l’anteprima della serie “Game of Kings”, presentata a Genova, girata interamente in Liguria, e le cui prime quattro puntate saranno proiettate il 26 ottobre al multisala America. Creerà dipendenza come le serie americane? Senza fare “spoiler”, lo abbiamo chiesto a Valentina Pisanty, semiologa docente all’Università di Bergamo, ospite al Festival della Comunicazione di Camogli, e che da anni, come “seriologa”, studia il fenomeno del Binge-watching, ossia la visione compulsiva dei “discendenti” in streaming dei telefilm. Si tratta di una “pseudodroga”, che crea appunto dipendenza (2 americani su 3 si dichiaravano dipendenti nel 2016) e che vede un’offerta continua, tra fiction in streaming, serie web e serie tv (e con Togheter Price vederle tutte spendendo meno in condivisione è più facile).

In base al trailer, cosa deduce di “Game of Kings”? Richiama palesemente il “Trono di spade”?

Dal trailer non si capisce molto, ma quello che sembra rispetto al “Trono di Spade” è un calco a partire dal titolo. Ma non è uno “spin off”, che consiste nel prenderne i personaggi, magari secondari, e sviluppare da questi la linea di trama. Non si tratta di questo, perché i nomi sono diversi, e non è nemmeno una parodia, cosa che si fa spesso con le serie. È anche qualcosa di più rispetto alle “fan fiction”, cioè le serie autoprodotte da appassionati, che intervengono sulla trama e magari capovolgono alcuni snodi dell’intreccio. Diciamo che si propone come produzione relativamente autonoma in cui il richiamo, però, è palese. Col fatto che sia ambientato in Liguria e sia coinvolto anche l’Ente turismo, fa pensare anche al merchandising e quindi a qualcosa di più rispetto alla produzione spontanea. Bisogna vedere comunque se qualitativamente il confronto regge con le grandi serie, che qualitativamente sono ottime.

A cosa serve proiettare in anteprima al cinema le prime puntate di una serie?

La proiezione in sala è fatta, in genere, per le serie che non hanno il battage internazionale, come quelle americane. Da una parte attirano persone al cinema e dall’altra mostrano più episodi nella stessa serata perché, prima di farsi un’idea e capire se si vogliono seguire fedelmente e ci si può affezionare, occorre vedere almeno 3 o 4 episodi.

E le web serie?

Gli episodi durano circa 20 minuti. Si tratta di un nuovo formato, perché di solito quelli delle serie tradizionali durano tra i 40 e i 60 minuti, mentre questi sono più brevi sia per ragioni di budget sia perché il formato agevola chi guarda, che, mentre dispone di una pausa, può vedere anche due episodi insieme.

Passiamo invece al Binge-watching: sono in aumento i casi di dipendenza?

Distinguerei l’aspetto produttivo da quello fruitivo. Verosimilmente penso che ci sia un fenomeno di crescita dei serializzati, cioè di persone che sviluppano dipendenza, anche blanda, decidendo di dedicare molte ore del tempo libero alla visione delle serie. Invece dal punto di vista della produzione, penso ci sia stata una contrazione: sono tante quelle nuove, ma nessuna che abbia potuto davvero sostituire quelle, per così dire epiche, degli anni immediatamente precedenti. Chi vorrebbe rilanciare con delle serie della stessa qualità non ce la fa. Forse quella stagione è già finita, in questo senso. È vero che abbiamo “Gomorra”, che è un fenomeno competitivo rispetto a quelle americane, ma ha una struttura un po’ diversa.

E le altre serie italiane?

Quelle sulla falsariga di “Un posto al sole” non le considero, perché non c’entrano nulla col fenomeno che si è verificato nei primi anni Duemila e con l’apice con serie di successo planetario, come “Il trono di spade”, di cui si aspetta l’ultima stagione, e “Breaking bad”, che è finito.

E poi ci sono molti generi: quelle sugli ospedali sono dei cult.

Il successo infatti dipende anche dai gusti, visto che si dividono per generi, da quelle fantasy o storiche come “Vikings” a quelle horror ai thriller. Quelle come “E.R” erano ancora legate ai telefilm, con un equilibrio tra struttura episodica e quella propriamente seriale continuativa. “E.R.” era una fase intermedia tra il vecchio formato e queste nuove. Poi c’è stato il “Dr. House”, che era una tra le più belle serie, perché l’aspetto diagnostico ha risvegliato interesse. Infatti una serie è buona perché non è solo questione di godere della trama e identificarsi con i personaggi, ma perché sviluppa una sorta di competenza settoriale, anche se certo non si diventa dottori guardandola e può essere una competenza del tutto illusoria. Quindi ci si appassionava anche per il tipo di conoscenze che l’ambientazione presupponeva. Secondo me quando si parla delle serie di ultima generazione è un’altra cosa.

Gli ideatori delle serie si basano volutamente sui meccanismi mentali, sperimentati scientificamente, che creano dipendenza?

Penso che gli sceneggiatori abbiano ben presente il fenomeno della dipendenza, che appunto mirano a provocare, tanto che la struttura delle serie è fatta in modo da portare lo spettatore a sentirsi sempre spinto a cliccare sull’episodio successivo. E ogni episodio finisce nel momento del massimo dubbio, il cosiddetto “cliffhanger”, come nei feuilleton. Inoltre le informazioni sono dosate per avere il picco di drammaticità verso la fine.

Come si può smettere di guardare compulsivamente una serie?

C’è chi ha suggerito, a chi vuol sganciarsi dalla pseudo dipendenza, di concludere la visione a due terzi dell’episodio, perché è il momento in cui la tensione drammatica scende in attesa dell’impennata finale dell’episodio. Pensa che il “binge-watching” sia una dipendenza come quella da videogiochi? Penso che in entrambi i casi si tratti di una condizione depressiva, che mette le persone nelle condizioni di acquisire ogni tipo di dipendenza di questo genere. Il problema quindi non è il prodotto. Rispetto a questa blandissima pseudodroga c’è da chiedersi perché alcuni preferiscano non vivere la propria vita e chiudersi in una stanza senza mettersi alla prova rispetto a un mondo che percepiscono come disforico e conflittuale. Quindi è giusto ci siano aiuti per uscire da questa condizione, ma se non ci fossero le serie ci sarebbe altro a prenderne il posto.

Esistono le serie in streaming, come quelle di Netflix, le serie web e le piattaforme. Che differenza c’è?

Se c’è una somministrazione settimanale, il meccanismo della fruizione ricalca i sistemi che già conoscevamo, cioè gestione della frustrazione dell’attesa e fruizione collettiva, in cui si parla dell’episodio già visto e non si teme il cosiddetto “spoiler”. Si perde, però, un po’ di effetto narrativo, perché le serie spezzettate non hanno molto senso. Lo streaming, invece, è quello che si concilia di più con l’immagine dello spettatore abbruttito, che sta sul divano tutta la notte sveglio. Questo perché non c’è nemmeno la difficoltà di recuperare gli episodi, che sono messi tutti online. Poi ci sono le piattaforme che illegalmente mettono a disposizione le serie complete. Le modalità con tutte le stagioni disponibili in una sola volta rendono impossibile la discussione comunitaria sulla serie. Senza contare, che, appunto, è lo “spoiler” è entrato nel senso comune come lo spauracchio di tutti.

Gli attori influiscono sul pubblico, cioè un attore famoso rende una serie più attrattiva?

Poco, non sono loro i veri eroi, ma gli sceneggiatori. Perché la loro è una forma di scrittura: non va fatto il paragone col cinema, infatti, ma col romanzo, cioè con la letteratura. In questo sono bravi gli americani o gli inglesi. Anche alcune serie scandinave e francesi, ma rispetto ai grandi fenomeni, restano prodotti più di culto che di dipendenza. “Gomorra” è un’eccezione.

I personaggi più sono spietati e più appassionano. Perché?

Una caratteristica delle grandi serie sono proprio i personaggi amorali verso cui scatta un’identificazione, perché li si riconosce, e servono a porre seri dilemmi etici a chi li guarda. I mondi messi in scena in queste serie sono sempre spietatissimi, come se fosse sospeso il patto morale tra esseri umani, in quanto si tratta di stati d’emergenza. Che ci sia l’invasione degli zombie come in “Walking Dead” o un’epidemia o ambienti politici senza regole, il metro per giudicare la moralità dei personaggi è falsato a monte dal fatto che le storie sono ambientate in situazioni fuori del normale, in cui bisogna sopravvivere a tutti i costi o affermarsi. Si dice che siano mondi “Neo-Darwiniani”.

Cosa rappresentano questi “mondi”?

In qualche modo danno l’idea di assomigliare a come noi percepiamo il mondo, specie quello del lavoro, con sistemi etici che non funzionano più, e per cui, per realizzarsi, sembra sia necessario scendere a compromessi. Penso ci sia una proiezione iperbolica di come concepiamo il nostro mondo, in cui sul lavoro vinci o muori, in una lotta che è senza esclusione di colpi.

Medea Garrone

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