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Attualità | 02 marzo 2020, 19:09

Spedizione in Antartide, Paola Rivaro: “Nel Mare di Ross abbiamo registrato un record per la ricerca italiana”

E' tornata a Genova Paola Rivaro, ricercatrice dell'Università di Genova alla nona missione in Antartide. L'abbiamo intervistata

Paola Rivaro

Paola Rivaro

È tornata pochi giorni  fa dall’Antartide dopo una missione a bordo della rompighiaccio “Laura Bassi”. Si tratta di Paola Rivaro, di Novi Ligure, ma ricercatrice in Chimica Ambientale e Chimica Analitica dell’Università di Genova (e fresca di premio nazionale “Ambientalista dell’anno”), che è stata nel Mare di Ross a coordinare i progetti della spedizione di ricerca, promossa da Enea e Cnr, che ha anche registrato un record tutto italiano. Lo ha raccontato in anteprima alla Voce di Genova.

 

Questa è stata la sua nona missione in Antartide: la prima spedizione risale al 1994. Quali emozioni ha provato all’epoca e quest’anno?

Nel 1994 c’era l’emozione della prima volta, in quanto si trattava di un’esperienza nuova sia dal punto di vista professionale, perché ero ancora studentessa di Dottorato, sia dal punto di vista del viaggio in luogo così lontano, ma così importante per chi si occupa di ricerca ambientale. L’emozione del ricercatore c’è sempre a ogni missione, per i progetti e le scoperte, ma poi ci sono anche le emozioni particolari, e quella che ricorderò per tutta la vita è l’onore che mi è stato attribuito dal Comandante della “Laura Bassi”, Franco Sedmak: suonare la sirena al momento del saluto alla base “Mario Zucchelli”, cosa che solitamente fa il comandate o un ufficiale alto in grado, mentre questa volta è stata concessa, come onorificenza sul campo, al coordinatore scientifico. Il saluto alla base rappresenta sempre un’emozione fortissima, ma così in modo particolare.

Dal 1994 a oggi quali sono i cambiamenti più evidenti riscontrati in Antartide?

In venticinque anni si è registrato un aumento delle perturbazioni nel Mare di Ross: vento e mare mosso, anche a causa di una riduzione della copertura di ghiaccio marino, che ‘protegge’ il mare. Questo fenomeno abbiamo potuto verificarlo anche quest’anno. Allo stesso modo abbiamo assistito al modificarsi di alcune caratteristiche delle acque: per esempio c’è stata una riduzione rilevante della salinità, con possibili ripercussioni sulla circolazione delle acque a livello mondiale, perché è proprio nel Mare di Ross che nascono alcune acque marine che vanno ad alimentare la circolazione profonda di tutti gli Oceani. Questa diminuzione era già stata messa in relazione anche al cambiamento climatico, ma le ultime rilevazione hanno mostrato che c’è di nuovo un innalzamento dei valori: un aspetto anomalo, che merita un ulteriore approfondimento, per capire se si tratti di osservazioni di un particolare anno o se indichino una controtendenza che al momento non sappiamo ancora spiegare. Variazioni le abbiamo viste, anche se non significative, nel Ph delle acque marine, che può variare con l’aumento della Co2 atmosferica: questo produce l’acidificazione delle acque e quindi la diminuzione del Ph, con conseguenze anche sulla vita degli organismi marini. E proprio l’Oceano Antartico è considerato tra le zone più a rischio per quanto riguarda l’acidificazione oceanica, anche se le misure fatte nelle zone identificate non mostrano ancora tale tendenza. Si tratta di una notizia che al momento ci conforta, ma da confermare con l’analisi dei campioni prelevati.

Che tipo di progetti ha coordinato in Antartide?

Quest’anno per la prima volta la campagna oceanografica si è svolta a bordo della rompighiaccio “Laura Bassi”, acquisita, grazie a un finanziamento del Miur, dalI’Istituto di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste.  Per quanto riguarda le attività logistiche il coordinamento è dell’Enea, mentre per quelle scientifiche è del Cnr. Quest’anno sono stati ammessi tre progetti: uno sugli studi di contaminazione ambientale, uno sulla manutenzione e il recupero dei dati acquisiti dai ‘Mooring’, che sono catene di strumentazioni lasciate in mare e riprese a ogni spedizione: una volta scaricati i dati, questi sono nuovamente riposizionati in zone strategiche del Mare di Ross. Infine il progetto di cui facevo parte riguarda la variabilità delle acque, soprattutto nel settore più meridionale e orientale del Mare di Ross, che è la zona che fino a quest’anno non era mai stata raggiunta dalle precedenti spedizioni. Abbiamo effettuato una stazione di misura di campionamento nel punto più meridionale: è stata la prima volta per una nave di ricerca italiana. Abbiamo così stabilito un record. Sarà quindi molto importante esaminare i risultati del campionamento effettuato in una zona che non era mai stata indagata.

Solo alcuni giorni fa si è staccato un iceberg di oltre 300 km quadrati: dobbiamo preoccuparci?

Si stanno registrando distacchi di iceberg di grandi dimensioni in diverse regioni dell’Antartide, ma non si tratta di un fenomeno anomalo, il distacco è naturale. Piuttosto si è osservato un aumento del distacco e della fusione del ghiaccio in relazione al riscaldamento globale. Ci sono zone, come la Penisola antartica o il Mare di Amundsen che non stanno registrando l’aumento di questi eventi. Nel mare di Ross si erano verificati due grossi distacchi, delle dimensioni di Liguria e Valle d’Aosta, negli anni Duemila, ma non ultimamente, come invece avviene in altre regioni.

Ha mai corso pericoli in qualche missione?

L’equipaggio della nave, qualunque essa sia, trasmette sempre grande tranquillità, anche nelle situazioni di mare mosso, nonostante possano volare gli oggetti da una parte all’altra della cabina! Piuttosto le situazioni di maggior disagio sono dovute a un’attività lavorativa che può durare anche ventiquattr’ore di seguito, senza soste, o di appena due ore di riposo. In questo caso c’è un grosso sforzo da fare, cui si unisce l’effetto del mare: stare chinati sugli strumenti non è facile. Lavorativamente parlando sono momenti molto difficili da affrontare, ma quest’anno, in particolare, il gruppo di lavoro è stato molto affiatato e sinergico, quindi abbiamo superato al meglio ogni difficoltà.

Per questo tipo di missioni occorre una preparazione specifica?

No, ma bisogna essere in buona salute, per cui si fanno accertamenti medici presso l’Istituto di Medicina Aerospaziale di Milano e Roma. Chi invece partecipa per la prima volta a una missione in Antartide, deve sottoporsi a un corso d’addestramento della durata di due settimane: una al Centro Enea di Brasimone, una sui ghiacciai del Monte Bianco, per abituarsi al tipo d’ambiente.

Medea Garrone

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