Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Negli ultimi anni si parla spesso della Generazione Z come di una generazione pigra, disordinata o poco incline a separare doveri e tempo libero. In realtà, osservando più da vicino alcune abitudini quotidiane, emerge un quadro più complesso. Per molti giovani, il letto è diventato il centro della giornata: non solo il luogo dedicato al riposo, ma uno spazio in cui si mangia, si studia, si guarda un film o una serie tv, si lavora al computer e si passa gran parte del tempo libero.
Una scelta che può sembrare superficiale, ma che racconta molto del periodo storico e sociale in cui questa generazione è cresciuta. Il letto oggi è uno spazio multifunzionale, quasi una postazione unica in cui convergono attività che un tempo erano separate. La scrivania, il tavolo della cucina, il divano: tutto si fonde in un solo luogo. Questo avviene spesso per comodità, ma anche per necessità. Molti giovani vivono in stanze piccole, condivise, in case non pensate per lo studio o il lavoro da remoto. In questo contesto, il letto diventa il punto più comodo, accessibile e “neutro” per fare tutto, senza dover continuamente spostarsi o adattare gli spazi.
Una parte di questa abitudine affonda le radici nel periodo della pandemia. Durante il Covid, lezioni universitarie e scolastiche si sono spostate online, così come molti lavori. In tantissimi seguivano le lezioni direttamente dal letto, con la videocamera spenta e il microfono disattivato. Bastava accendere la chiamata per essere “presenti”. C’è chiascoltava davvero, chi seguiva in modo passivo e chi, inevitabilmente, finiva per riaddormentarsi. Quel periodo ha modificato profondamente il rapporto con gli spazi e con il tempo: il letto non era più solo il luogo del sonno, ma anche quello della didattica, della socialità digitale, della routine quotidiana.
Anche dopo la fine delle restrizioni, molte di queste abitudini sono rimaste. Il digitale permette di fare tutto da un unico punto: studiare, lavorare, guardare contenuti, ordinare cibo, parlare con gli amici. Il letto diventa così il punto di connessione tra mondo reale e mondo online, unluogo in cui tutto è a portata di mano. Allo stesso tempo, però, questo porta a una confusione dei confini: si mangia dove si dorme, si studia dove si dovrebbe riposare, si resta davanti a uno schermo fino a pochi minuti prima di chiudere gli occhi.
C’è anche un aspetto emotivo da considerare. In un periodo storico segnato da incertezze, pressioni e ansia diffusa, il letto rappresenta uno spazio sicuro, intimo, protetto. Stare a letto non è sempre sinonimo di pigrizia, ma spesso una forma di auto-protezione, un modo per gestire il sovraccarico quotidiano restando in un luogo che fa sentire al riparo. È un rifugio silenzioso, dove rallentare e prendersi una pausa, anche mentre si continua a essere produttivi.
Naturalmente, non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Non tutti i ragazzi della Generazione Z vivono o scelgono questo stile di vita. C’è chi separa rigidamente studio e riposo, chi lavora in spazi dedicati, chi non riesce nemmeno a concentrarsi se non è seduto a una scrivania. Le esperienze sono diverse e dipendono dal contesto, dalla personalità e dalle possibilità di ciascuno.
Più che giudicare questa abitudine, forse vale la pena leggerla come un segnale. Il fatto che per molti il letto sia diventato il centro di tutto racconta una generazione che si adatta, che cerca soluzioni pratiche in un mondo che offre pochi spazi e molte richieste. Non è solo una questione di comodità, ma il riflesso di un equilibrio fragile tra produttività, stanchezza e bisogno di sicurezza. E forse, prima di parlare di pigrizia, bisognerebbe chiedersi cosa ha portato una generazione a vivere gran parte della propria quotidianità proprio da lì.














