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Gen Z - il mondo dei giovani | 01 febbraio 2026, 09:30

Gen Z- Il mondo dei giovani - L'adolescenza in vetrina che diventa performance digitale

Dai "mini influencer" al caso North West, i social stanno cancellando le tappe della crescita. La sfida per le nuove generazioni è recuperare il valore del tempo e il diritto dell’essere "non ancora"

Gen Z- Il mondo dei giovani - L'adolescenza  in vetrina che diventa performance digitale

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
 

Negli ultimi anni si ha sempre più la sensazione che le nuove generazioni crescano senza vere figure di riferimento della propria età, o quantomeno senza modelli che rappresentino in modo chiaro e graduale le diverse fasi della crescita. Chi è cresciuto negli anni ’90 e nei primi 2000 ricorda un’infanzia e un’adolescenza scandite da personaggi, serie tv, cartoni animati e programmi pensati appositamente per quell’età. Figure che, nel bene e nel male, hanno contribuito a costruire gusti, personalità, modi di fare, ma anche un senso di appartenenza a una fase precisa della vita. Non solo modelli educativi o comportamentali, ma anche estetici: il modo di vestirsi, di parlare, di stare al mondo passava anche da lì.

Oggi sembra che questa fase intermedia si stia assottigliando sempre di più. Si passa molto rapidamente da contenuti pensati per l’infanzia a immagini, linguaggi e modelli tipici del mondo adulto. Non è raro vedere ragazzi e ragazze apparire più grandi della loro età, nei modi, nello stile, nel trucco, nella sicurezza con cui si muovono nello spazio pubblico e digitale. Questo non significa necessariamente maturità, ma spesso una crescita accelerata, spinta da un contesto che non lascia molto spazio alla lentezza, alla scoperta graduale, all’essere semplicemente bambini o adolescenti senza dover performare qualcosa.

In questo scenario si inserisce anche il fenomeno dei mini influencer, bambine e bambini che sui social condividono routine di bellezza, outfit, “get ready with me”, replicando dinamiche e linguaggi che fino a pochi anni fa appartenevano esclusivamente agli adulti. Il confine tra gioco e rappresentazione si fa sottile, e il rischio è che il bisogno di visibilità e approvazione prenda il posto dell’esperienza spontanea dell’infanzia. Non perché ci sia malizia, ma perché il contesto spinge in quella direzione.

A rendere evidente questa preoccupazione è stata, di recente, anche la polemica legata a North West. Al di là della singola persona, il caso ha acceso una discussione molto più ampia: non tanto su di lei, ma su ciò che rappresenta. Il suo stile e il suo modo di esporsi hanno fatto riflettere su quanto oggi l’età anagrafica sembri contare meno dell’immagine che si costruisce e si mostra. È diventata una sorta di simbolo involontario di

una generazione che cresce sotto i riflettori, senza una vera fase di transizione, e questo ha generato domande, critiche e soprattutto preoccupazione.

Il punto non è giudicare o condannare, ma interrogarsi su cosa stia mancando. Forse mancano modelli “normali”, figure che raccontino l’adolescenza per quello che è: confusa, imperfetta, in costruzione. Forse mancano spazi protetti in cui sbagliare senza essere osservati, in cui crescere senza sentirsi costantemente in vetrina. Chi è cresciuto qualche decennio fa ricorda un tempo in cui l’urgenza non era diventare grandi, ma vivere il presente: giocare, guardare cartoni, inventarsi mondi, senza la pressione di apparire.

Oggi, invece, sembra che l’infanzia debba essere superata in fretta, quasi fosse una fase da archiviare. E questo lascia molti giovani senza punti di riferimento reali, sospesi tra ciò che non sono più e ciò che non sono ancora. Crescere senza una fase di passaggio significa spesso crescere con confusione, con aspettative troppo alte, con un’immagine di sé costruita più per gli altri che per se stessi.

Forse il problema non è che i ragazzi di oggi abbiano modelli sbagliati, ma che ne abbiano troppi, troppo lontani dalla loro età e dalla loro realtà. Recuperare il valore della gradualità, del tempo, dell’essere “non ancora” potrebbe essere una delle sfide più importanti per le nuove generazioni. Perché crescere non dovrebbe mai significare saltare delle tappe, ma attraversarle tutte, una alla volta.

Martina Colladon

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