Sono diecimila le tonnellate di cibo ancora perfettamente commestibile che vengono sprecate ogni anno: una contraddizione etica, innanzitutto, ma anche un problema economico e ambientale che parte dalla produzione e arriva fino alle tavole di abitazioni, mense e ristoranti. La situazione è stata fotografata dal rapporto elaborato da Roberta Massa, del coordinamento della Rete Ricibo, presentato questa mattina nella sede di Fondazione Carige. Un’analisi che mette in luce come il solo recupero delle eccedenze non sia sufficiente a contrastare la povertà alimentare.
Nonostante l’impegno delle 33 associazioni attive nel recupero, la Rete Ricibo riesce a intercettare appena l’1,7–2% dello spreco totale generato in città. Il sistema appare sbilanciato: il 57% delle porzioni recuperate è costituito da pane e sostituti, mentre scarseggiano i prodotti freschi e ad alto valore nutrizionale. Anche la partecipazione della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) resta marginale: a Genova solo 18–20 supermercati su 290 effettuano donazioni regolari.
"Delle diecimila tonnellate di cibo, circa tremilacinquecento riguardano i supermercati. È una stima basata su dati reali, raccolti attraverso l’app Bringthefood, che da sei anni traccia tutto ciò che recuperiamo e ci permette di valutare anche lo spreco - spiega Roberta Massa -. Oggi si parla molto di recupero delle eccedenze, ma poco di prevenzione. In città, considerando tutte le associazioni coinvolte, recuperiamo in media circa 400 tonnellate l’anno: una quantità minima rispetto allo spreco complessivo. Questo dimostra che puntare solo sulla donazione delle eccedenze non è sufficiente".
"Il recupero va bene - aggiunge Massa - ma deve essere selettivo, concentrato su alimenti ad alto valore nutrizionale come frutta e verdura. Un prodotto emblematico dello spreco è il pane: se ne produce troppo, costa recuperarne grandi quantità e non può essere redistribuito a lungo. Non si può vivere di solo pane. Spesso si attribuisce la responsabilità dello spreco al consumatore finale, ma in realtà è il sistema che spinge a comprare e produrre di più. Il cibo è un diritto e un bene comune, con effetti diretti sulla salute e sull’ambiente, e richiede una responsabilità collettiva".
Strumenti come le app antispreco possono essere utili, ma non risolvono il problema alla radice e talvolta rischiano di giustificare la sovrapproduzione: "Serve invece lavorare su vere politiche del cibo, coinvolgendo istituzioni, grande distribuzione e produttori, per definire un giusto prezzo che sia etico e sostenibile. A Genova una persona che vive da sola con 950 euro al mese si trova in povertà assoluta, secondo i dati ISTAT 2023. Intanto la povertà aumenta e i servizi faticano sempre di più: le eccedenze non bastano e mancano alimenti fondamentali dal punto di vista nutrizionale. Per questo è necessario spostare le politiche cittadine verso soluzioni strutturali e orientate alla prevenzione dello spreco".
"L’amministrazione comunale sta lavorando in modo strutturato sul tema, con un approccio che va dalla prevenzione al contrasto del bisogno alimentare - spiega l’assessora al Welfare Cristina Lodi -. Il lavoro è interassessorile e coinvolge welfare, attività produttive, educazione e ambiente, con una regia comunale e una delega specifica. I dati raccolti vengono utilizzati non solo per il recupero degli alimenti, ma anche per analizzare i bisogni sociali e costruire risposte mirate".
"In quest’ottica è stato avviato un percorso di coprogettazione, a partire dalle mense, che consente di trasformare le informazioni fornite dai servizi e dal volontariato in interventi concreti. L’attenzione è posta anche sulle differenze territoriali: ogni municipio presenta caratteristiche proprie e il bisogno alimentare assume forme diverse, che richiedono un’analisi specifica. Accanto al ruolo fondamentale del volontariato, l’obiettivo dell’amministrazione è andare oltre l’emergenza, approfondire le cause della povertà alimentare e definire politiche più strutturali e coordinate a livello cittadino".

Le “Agorà del Cibo” hanno permesso di mappare i bisogni specifici dei nove municipi, rivelando realtà profondamente diverse tra loro.
Nel Municipio Ponente, il quartiere del CEP rappresenta uno dei casi più complessi: con un indice di povertà di 3,49 (quasi il triplo della media cittadina) e una disoccupazione al 13,7%, l’area soffre di un cronico isolamento geografico che la trasforma in un vero “deserto alimentare”. Nonostante questa precarietà, la comunità ha risposto trasformando spazi verdi in orti collettivi, ma solo il 3% della popolazione riesce ad accedere ai servizi di sostegno e appena un supermercato su 22 partecipa alla rete di donazione delle eccedenze.
In Valpolcevera la sfida è legata a una forte disomogeneità demografica. Quartieri come Begato registrano un’alta presenza di anziani, mentre zone come Certosa e Teglia sono più giovani ma segnate da precarietà lavorativa. Qui la tradizione del supporto alimentare è radicata, con la nascita del primo emporio cittadino nel 2008, e la rete di 37 servizi raggiunge l’8% dei residenti. Tuttavia, la partecipazione della GDO resta critica: solo 3 supermercati su 27 donano cibo.
Il Municipio Centro Est e il Municipio Centro Ovest presentano la più alta concentrazione di residenti stranieri e di servizi. Nel Centro Storico, nonostante l’elevata densità di supermercati, l’offerta è spesso orientata a turisti e pendolari più che ai residenti in difficoltà. Nel Centro Ovest si registra invece il picco di precarietà lavorativa, ma anche un paniere alimentare mediamente più ricco. In entrambi i casi emerge la necessità di trasformare i servizi in luoghi stabili di cultura e scambio.
La Bassa e la Media Valbisagno mostrano un interessante dialogo tra città e campagna: accanto a quartieri densissimi come Marassi convivono aziende agricole che, grazie alle Agorà, stanno sperimentando filiere corte a sostegno della solidarietà.
Infine, il Municipio Levante si distingue per l’indice di vecchiaia più alto della città, facendo emergere forme di povertà legate alla solitudine e all’isolamento sociale. Qui le Agorà hanno visto anche la partecipazione di studenti, che hanno sottolineato come il cibo debba essere un tema di educazione e partecipazione civica.
Differenze che confermano come non possa esistere una soluzione unica per tutta Genova: la sfida è costruire tavoli di coordinamento municipale, sostenuti da una regia comunale, capaci di trasformare queste esperienze in una Politica del Cibo coerente e strutturata.

















