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Attualità | 14 febbraio 2026, 11:04

Tensioni al Tower Hotel, Ceraudo: "Non cercavo applausi, ma rispetto per la mia città e per la sua memoria"

Il presidente del Municipio Medio Ponente interviene dopo l’aggressione verbale avvenuta durante la contestazione di un evento dell’ultradestra: “Chi viene qui a provocare deve sapere che Genova non dimentica chi l’ha liberata e non si lascia intimidire”

Tensioni al Tower Hotel, Ceraudo: "Non cercavo applausi, ma rispetto per la mia città e per la sua memoria"

Non arretra di un millimetro, anzi, e rilancia. Dopo la tensione e gli insulti davanti al Tower Hotel, il presidente del Municipio VI Medio Ponente Fabio Ceraudo torna sull’episodio con un lungo post in cui chiarisce la sua posizione e rivendica il senso del suo intervento. Nessun passo indietro, nessuna richiesta di solidarietà: “Non cercavo applausi, cercavo rispetto”.

Rispetto “per la mia città, per la sua memoria, per la sua libertà”, scrive. E la prima modifica è già un segnale politico: da “non in mio nome” a “non nel nostro nome”, a sottolineare che la vicenda non riguarda solo lui ma la comunità che rappresenta.

Nel post Ceraudo respinge l’idea che si sia trattato di un semplice diverbio. “C’è stata una linea che qualcuno ha provato a oltrepassare: quella che separa la democrazia dalla provocazione, la libertà dalla prepotenza, Genova dalla sua storia”, scrive.

Il presidente insiste sul significato del suo ruolo istituzionale: “Quando ho ricordato di essere il Presidente del Municipio, non era per dire ‘non sai chi sono io’, ma per dare voce alla comunità che rappresento. Ogni parola che pronuncio, in quei momenti, non è mai solo mia: è della nostra gente”.

Ampio il passaggio dedicato alla memoria del Ponente e alla storia operaia. Ceraudo richiama il rastrellamento del 16 giugno 1944, quando circa 1.500 lavoratori delle fabbriche del ponente genovese, Siac, San Giorgio, Cantiere Ansaldo, Piaggio, furono deportati dai nazifascisti nei campi di lavoro. Molti finirono a Mauthausen e non tornarono più. “Quella ferita è parte della nostra identità. È parte della mia”.

Nel racconto entra anche la dimensione familiare: il nonno, classe 1906, rastrellato mentre lavorava nelle miniere di zolfo di Perticara, deportato verso i campi di lavoro e poi fuggito per unirsi ai partigiani. “Ho capito cosa significa avere fame, paura, dignità. Ho capito cosa significa vedere i tuoi compagni non tornare più”, scrive.

Ceraudo distingue tra libertà di espressione e accettazione passiva: “La libertà permette a tutti di parlare, anche a chi si richiama a ideologie che la Costituzione ha ripudiato. Ma la libertà non obbliga nessuno a chinare la testa. E io la testa non l’ho mai chinata”.

Nel finale il presidente ribadisce di non voler assumere il ruolo di vittima: “Non faccio la vittima. Sono cresciuto per strada, ho lavorato una vita in fabbrica, e la boxe mi ha insegnato che non conta quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi”.

E chiude con un messaggio netto: “La Resistenza non è un ricordo: è un dovere. E Genova non si lascia intimidire. Qui la memoria è viva”.

Federico Antonopulo

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