Dopo oltre tre secoli di dispersione, sei Apostoli dipinti da Giulio Cesare Procaccini tornano sulle pareti della stessa stanza.
Dal 7 marzo al 19 luglio Palazzo Rosso (Musei di Strada Nuova) ospita la mostra Giulio Cesare Procaccini. Gli Apostoli riuniti, che riporta nello stesso spazio quattro tele conservate nelle collezioni civiche e due dipinti provenienti da collezioni private, esposti al pubblico per la prima volta.
La rassegna, curata da Raffaella Besta, Odette D’Albo e Marco Franzone, con il supporto della Galleria Goldfinch Fine Arts, ricompone parte della straordinaria serie commissionata nel primo Seicento dal patrizio genovese Giovan Carlo Doria, uno dei più raffinati collezionisti della Genova barocca.
Le sei tele in mostra - San Simone (o San Giuda Taddeo), San Paolo, San Matteo e San Tommaso, appartenenti a Palazzo Rosso, insieme a San Pietro e San Bartolomeo, provenienti da collezioni private - sono le superstiti di un ciclo molto più ampio, che originariamente comprendeva i dodici Apostoli oltre alle effigi di Cristo e della Vergine.
Come spiega la storica dell’arte Odette D’Albo, “le sei tele che vengono tutte dalla collezione di Giovan Carlo Doria, uno dei collezionisti più importanti a Genova. Siamo all’inizio del Seicento e quando muore, nel 1625, lo stesso anno in cui muore Procaccini, si chiude un’epoca storica molto interessante per l’arte genovese”.
Figlio del doge Agostino Doria, Giovan Carlo fu un grande promotore della pittura contemporanea. “Divenne un punto di riferimento non solo per Procaccini, ma anche per artisti come Bernardo Strozzi. Aveva il suo palazzo in Vico del Gelsomino, oggi Vico del Monte di Pietà”, spiega ancora D’Albo.
Il collezionista conobbe il pittore probabilmente a Milano nei primi mesi del 1611, attraverso legami con i Visconti Borromeo, rimanendo affascinato dal suo stile. “Procaccini era considerato l’erede di Correggio e Parmigianino, ma su quella grazia innesta la forza di Rubens, evidente negli Apostoli in mostra”.
Nella dimora genovese di Doria si trovavano oltre sessanta dipinti dell’artista. “Erano quasi tutti nel salone della dimora in Vico del Gelsomino, dove c’era anche il ritratto di Rubens di Giovan Carlo Doria, oggi alle Gallerie Nazionali della Liguria, e un bozzetto dell’Ultima Cena. Questi Apostoli sono importanti perché testimoniano il legame con Rubens: Doria, saputo della serie commissionata dal duca di Lerma a Rubens, volle farla realizzare dal “suo Rubens”, ovvero Procaccini".
Il palazzo oggi non esiste più, ma la mostra permette di immaginarne lo splendore. "Era una galleria incredibile", racconta ancora D’Albo. "C’era anche il San Giacomo, di fianco al ritratto di Rubens; immaginate un salone enorme con tele monumentali che stupivano, una collezione quasi da reale, non da privato".
Per Raffaella Besta, la riunione delle opere rappresenta un momento fondamentale per i Musei di Strada Nuova: “Per noi è fondamentale ricostruire contesti e serie smembrate; sono tasselli di storia che si ricompongono, un’operazione di valorizzazione e tutela vera”.
La vicenda degli Apostoli, infatti, è segnata dalla dispersione. Dopo la morte di Giovan Carlo Doria e del figlio unico, la collezione venne divisa tra gli eredi e le opere si dispersero progressivamente. Gli Apostoli sono ricordati per l’ultima volta ancora uniti nella seconda metà del Seicento.

Quattro tele entrarono nelle raccolte di Palazzo Rosso nel 1874, mentre le altre furono a lungo considerate perdute. Due di esse - San Pietro e San Bartolomeo - furono riconosciute anni fa dallo storico dell’arte Marco Franzone, che oggi le vede finalmente riunite alle altre.
“Quattro sono del museo, due riscoperti e riuniti oggi, ma altri sei sono potenzialmente da trovare", spiega. "Questo suscita quasi un sentimento da caccia al tesoro”.
Il fascino della serie, secondo Franzone, sta anche nella sua incompiutezza: “Gli Apostoli uniscono robustezza e fragilità, evocando la loro umanità di persone semplici chiamate a una missione impossibile. Rispetto al telero dell’Ultima Cena dell’Annunziata del Vastato, qui si scompongono in singoli ‘giocatori’”.
Le due tele oggi in mostra furono identificate quasi trent’anni fa. “Furono scoperte da me 29 anni fa e l’occasione di portarle insieme è arrivata oggi”, racconta. “La speranza è che la mostra faccia ‘chiamare fuori’ chi potrebbe avere gli altri pezzi. In realtà la serie era di 14 dipinti, includendo anche la Madonna e il Cristo”.
Sottolinea il valore dell’iniziativa anche l’assessore alla Cultura Giacomo Montanari: "Questa operazione porta indietro le lancette del tempo. Procaccini, bolognese di nascita e milanese d’adozione, fonde la matericità di Rubens con la linearità dei panneggi lombardi”.

Montanari ricorda anche la straordinaria figura del committente: “Giovan Carlo era un collezionista ‘onnivoro’, con oltre 400 quadri, che vedeva l’arte anche come formazione, tanto da creare un’accademia in casa propria”.
La mostra permette così di ricostruire idealmente l’ambiente originario della collezione. “La carica espressiva è straordinaria, c’è una forte presenza psicologica”, osserva Montanari. “Il San Bartolomeo, che il dottor Franzone identifica come autoritratto di Procaccini, ha uno sguardo diretto che tiene sotto scacco il visitatore”.
La dispersione della raccolta iniziò già verso la metà del Seicento, ma l’importanza della collezione resta centrale per comprendere la storia artistica della città. “Doria non era un aristocratico di sangue, ma un grande mercante e finanziere che si muoveva in un contesto internazionale”, conclude Montanari. “La sua quadreria era paragonabile solo a quella dei sovrani. È uno spaccato del rapporto tra Genova e l’Europa”.
Una mostra di dimensioni contenute, dunque, ma con un valore storico straordinario: per la prima volta dopo oltre 350 anni, sei Apostoli di Procaccini tornano a guardarsi negli occhi nello stesso spazio, restituendo almeno in parte la visione immaginata dal loro grande committente genovese.



















