Esistono angoli della città, e in modo particolare del Centro Storico, il cui passato oggi sembra quasi completamente cancellato. Eppure, sono custodi di antiche tradizioni, di storie incredibili e di episodi che sembrano tutto delle migliori sceneggiature del cinema.
Uno di questi luoghi è certamente vico di Mezzagalera, la strada che collega piazza delle Erbe a vico Re Magi e, di conseguenza, a piazza Sarzano.
Un’asse di dimensioni modeste ma fondamentale che oggi appare profondamente diverso rispetto a come potevano vederlo i nostri antenati. In questa strada, storia e leggenda si mescolano riportando a una Superba regina dei mari in cui le lotte intestine erano all’ordine del giorno.
Il segreto più affascinante di questo vicolo risiede nella sua etimologia, che affonda le radici nel mondo delle “mezze galere”, imbarcazioni più agili e piccole delle classiche galee. Ma non si tratta solo di una dedica navale: il nome richiama un ingegnoso e spietato sistema finanziario della Repubblica. Per costruire e armare queste navi, infatti, lo Stato utilizzava un sistema di ipoteche e vincoli gravanti proprio sulle case della zona. In un certo senso, le mura del vicolo non erano solo abitazioni, ma la garanzia economica che permetteva alla Superba di dominare le rotte del Mediterraneo.
Eppure, nonostante la nobiltà di certe origini, come la famiglia Mezzagalera, guelfi lucchesi accolti nell’Albergo dei Grillo nel 1528 ,il vicolo trascinò per secoli una fama sinistra. Un documento del 1567 parla chiaro: una supplica inviata alla Signoria descriveva la strada come un luogo di “homicidi, sceleragini et enormi peccati”. Era considerato un vero e proprio “covo di malviventi” che i cittadini chiedevano disperatamente di “epurare”.
Questa aura cupa era alimentata anche dalla vicinanza con il piccolo cimitero e con l’Oratorio della Morte e della Misericordia, entrambi affacciati sul vicolo che costeggiava il retro della chiesa di San Donato.
Vico di Mezzagalera fu anche testimone di una delle pagine più delicate della storia cittadina: fece parte dell’area che ospitò l’ultimo ghetto ebraico di Genova, l’approdo finale dopo i trasferimenti che avevano interessato prima il Molo e poi la zona di Porta dei Vacca, prima della definitiva soppressione con le idee Illuministe.
Oggi, tra le demolizioni e le ricostruzioni che hanno segnato il passaggio tra Ottocento e Novecento, gran parte di quel tessuto antico è svanito. Ma il toponimo resta lì a ricordare che sotto l’asfalto moderno riposano ancora le catene delle mezze galere, il pianto dei peccatori della supplica del 1567 e la memoria silenziosa di una comunità segregata, in un intreccio di economia navale e vita di strada che solo Genova sa conservare.














