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Attualità | 07 luglio 2025, 08:00

Tagli allo spettacolo dal vivo, Tafuri (Teatro Akropolis): “La ricerca si manifesta al pubblico quando essa non c’è più”

In un panorama culturale sempre più caotico, il direttore artistico del teatro genovese tra i più penalizzati dalle Commissioni Ministeriali interviene nel dibattito sul valore e sul ruolo del teatro di ricerca

Tagli allo spettacolo dal vivo, Tafuri (Teatro Akropolis): “La ricerca si manifesta al pubblico quando essa non c’è più”

La ricerca, quella che ciascuno immagina in forme e dimensioni diverse, non si vede sul palcoscenico, non è lo spettacolo che strappa applausi, né un prodotto.

La ricerca è ciò che ha generato lo spettacolo, una parte di esso, invisibile, inafferrabile.

La ricerca deve essere protagonista, deve continuare a essere una presenza costante che vive accanto ma che mai si mostra al pubblico perché, quando essa si manifesta, allora vuol dire che ha cessato di esistere.

Nelle parole che il direttore artistico del Teatro Akropolis Clemente Tafuri ha scelto di affidare ai social, c’è una profonda analisi del panorama culturale italiano e del ruolo che il teatro di ricerca riveste all’interno dello stesso.

Tafuri difende l’autonomia artistica e la necessità di ricercare senso nella domanda che si pone di volta in volta.

La ricerca è una pratica che si manifesta al pubblico quando essa non c’è più” scrive approfondendo il concetto di teatro di ricerca e opera di ricerca sottolineando come queste “appartengano a una parte, rappresentino un momento di questa pratica”.

Tafuri prosegue: “L’opera è il manifestarsi di un cammino che travalica immediatamente l’opera stessa e che quindi non si offre direttamente allo sguardo di un pubblico. Esattamente come accade in altri ambiti”.

L’esempio scelto è quello della tecnologia: “Che ne sappiamo, noi, della ricerca intorno al perfezionamento di un qualsiasi strumento tecnologico, dal più semplice al più sofisticato? Noi usiamo la tecnica, non la conosciamo”. Allo stesso modo, il pubblico gode dell’opera ma non vede il cammino che l’ha prodotta. Questo però non rende la ricerca marginale, autoreferenziale o riservata a un’élite. Al contrario, la rende fondamentale.

Per Tafuri, la ricerca non è astratta. Al contrario, è ciò che tiene in tensione il presente con la tradizione viva. È “il conflitto costante tra lo stato delle cose e l’inconsistenza del tempo”, e per gli artisti è l’unico luogo possibile per valicare sé stessi, interrogare la storia e ridefinire la propria visione del mondo.

L’opera non è un punto d’arrivo, ma una traccia parziale di un percorso conoscitivo, mai concluso. 

In un momento in cui la sopravvivenza dei teatri di ricerca è minacciata da tagli, razionalizzazioni e logiche che paiono puramente economiche ma che non mancano di suscitare interrogativi sulle capacità di chi siede al Ministero, Tafuri lancia un monito chiaro: ridurre la questione dell’arte a criteri gestionali o ideologici è non solo fuorviante, ma profondamente pericoloso.

"Non è mai stato così, nemmeno nei tempi più bui", afferma. E aggiunge: “È una questione articolata, che andrebbe affrontata al livello che merita, con spazi di discussione adeguati e con tempi e modalità che non sono quelli a cii costringono le emergenze”.

“Ma soprattutto, lo ripeto - conclude  - una questione irrisolvibile se si antepongono alla sua complessità temi di natura economica, gestionale o, figuriamoci, ideologica, come invece appare in diversi momento di questa drammatica vicenda. Perché si finisce, spesso colpevolmente, a parlare di altro. O a non sapere di cosa si sta parlando”.

Il pensiero condiviso da Clemente Tafuri si inserisce in un momento storico in cui molti teatri, per i tagli nelle assegnazioni del FNSV ex FUS, rischiano la chiusura o la marginalizzazione.

La ricerca non è una pratica estetica, o meglio, non solo, ma un esercizio collettivo di etica e politica che serve ad alimentare la cultura e a renderla condivisa.

Se la ricerca viene marginalizzata, esclusa, sacrificata sull’altare della ‘vendibilità’ di un’idea, non si potrà continuare a parlare di arte, spesso scomoda nelle sue molteplici forme, ma necessaria per scardinare preconcetti e aprire al ragionamento di chi sa mettersi in ascolto.

Tutto finirà per diventare una semplice ‘copia’, un non si sa che privo di anima.

Il Teatro Akropolis, da anni, è uno dei luoghi in Italia dove si porta avanti la ricerca, dove si sviluppa il pensiero e dove la condivisione si muove nel suo senso più profondo.

La sua sopravvivenza, come quella di altre realtà penalizzate a oggi senza un criterio chiaro, non riguarda solo chi fa teatro ma chi ritiene che la cultura non sia un prodotto confezionato bensì uno dei pilastri della società.

Isabella Rizzitano

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