Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Il termine inglese money dysmorphia si traduce letteralmente come dismorfia finanziaria. È un concetto relativamente nuovo, ma sempre più diffuso: indica la percezione distorta di non avere mai abbastanza soldi, anche quando, in realtà, le proprie risorse economiche sarebbero sufficienti per coprire le spese e condurre una vita dignitosa.
Se il termine dysmorphia richiama solitamente la percezione alterata del corpo, qui viene applicato al denaro. Non è tanto una questione di numeri sul conto, quanto di come li percepiamo. È la sensazione di essere sempre indietro, di non guadagnare abbastanza, di non risparmiare a sufficienza, di non “stare al passo” con i coetanei.
Una pressione che riguarda soprattutto i più giovani, in particolare la Generazione Z, cresciuta in un contesto di precarietà lavorativa, caro vita in aumento e crisi economiche cicliche.
I social media amplificano questo fenomeno. Basta un video su TikTok di un coetaneo in vacanza ai tropici o un reel su Instagram che mostra acquisti costosi per far nascere un immediato senso di inadeguatezza. Anche chi ha una situazione economica stabile si ritrova a pensare di non avere abbastanza. Il confronto è costante, e la percezione diventa più forte della realtà.
Le conseguenze possono pesare sulla vita quotidiana. C’è chi rinuncia a cene o viaggi che potrebbe permettersi, convinto di dover risparmiare sempre e comunque. Altri sviluppano un rapporto ossessivo con i propri conti, controllandoli di continuo. Qualcuno arriva persino a rimandare scelte importanti come andare a vivere da solo, sposarsi o fare un figlio, convinto di “non essere ancora pronto economicamente”, anche se i dati oggettivi direbbero il contrario. In ogni caso, la dismorfia finanziaria erode la capacità di godersi il presente. Ma non si tratta solo di finanze personali: la money dysmorphia è anche lo specchio di una società che lega il valore individuale al successo economico e al potere d’acquisto. E, in un mondo dove i social non sono più soltanto spazi di svago ma veri e propri aggregatori di notizie e tendenze, il confronto diventa inevitabile e quotidiano.
Allo stesso tempo, il tema tocca anche la sfera dell’autostima. Sentirsi sempre “più poveri” o “in ritardo” rispetto agli altri può minare la sicurezza personale e alimentare ansia e frustrazione. Non sorprende, quindi, che sempre più psicologi parlino della money dysmorphia come di una nuova forma di disagio generazionale.Forse prendersi una pausa dai social, smettere di confrontarsi continuamente o riconsiderare le proprie priorità potrebbe essere un primo passo. Ma la domanda resta: sarebbe davvero la soluzione? Probabilmente no, perché la radice del problema è più profonda. Riguarda non solo la percezione individuale, ma un contesto sociale ed economico che spinge costantemente al paragone e alla competizione.
Riconoscere la dismorfia finanziaria come fenomeno collettivo è, però, un punto di partenza importante. Non significa essere falliti o incapaci, ma vivere sotto la pressione di un sistema che ci porta a sentirci sempre in difetto. Ricostruire un rapporto più sano con i soldi - visti come strumenti per vivere e non come metro di paragone - potrebbe essere la sfida della Gen Z. Una sfida che, se vinta, porterebbe a un equilibrio più reale e meno “filtrato” dalle distorsioni esterne.














