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Gen Z - il mondo dei giovani | 16 novembre 2025, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani - La libertà di dire “no” al lavoro: scelta coraggiosa o privilegio?

Dalla consapevolezza crescente sul benessere personale al peso dei privilegi familiari: il nuovo rapporto dei giovani con il lavoro e le sue contraddizioni

(Foto di Ivan S - Pexels)

(Foto di Ivan S - Pexels)

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Negli ultimi anni si sta diffondendo un fenomeno sempre più evidente, soprattutto tra la Generazione Z e i più giovani: la tendenza a rifiutare offerte di lavoro considerate non soddisfacenti, non dignitose o semplicemente incompatibili con il proprio equilibrio mentale. Sui social se ne parla spesso e apertamente: video e testimonianze raccontano di ragazzi che, davanti a condizioni di lavoro stressanti, stipendi bassissimi o ambienti tossici, scelgono di dire no.

Per molti è un gesto di autodeterminazione: non ci si vuole più “svendere”, né accettare un impiego che porta a esaurimento, ansia, burnout. L’idea di fondo è che il lavoro non può valere la propria salute mentale, il proprio tempo o la propria serenità. Un pensiero nobile, che nasce anche da una maggiore consapevolezza psicologica, dalla sensibilità verso il benessere personale e da una critica sempre più diffusa ai modelli lavorativi delle generazioni precedenti.

Ma,  e qui arriva la parte più scomoda,  non tutti possono permettersi questo tipo di libertà. Molti dei giovani che rifiutano lavori inadeguati possono farlo perché hanno una rete su cui contare: vivono ancora con i genitori, ricevono un supporto economico familiare, o comunque hanno un margine che permette loro di “aspettare il lavoro giusto”. Altri, invece, sono persone che hanno già lavorato, risparmiato, che ora cercano un impiego che li soddisfi davvero: un contratto adeguato, un salario che consenta di vivere senza ansie, un ambiente sano dove crescere senza sentirsi schiacciati.

Ma per chi non può contare su nulla di tutto questo, il discorso cambia. Se non c’è una famiglia che sostiene, risparmi da parte o un paracadute sociale, rifiutare un’offerta di lavoro, anche se mediocre, diventa quasi impossibile. E la libertà di scelta, in questo caso, smette di essere una filosofia e si rivela per quello che è: un privilegio.

Eppure, nonostante la grande quantità di lamentele sui social riguardo precariato, stipendi bassi, condizioni lavorative pessime, quando arriva il momento di agire, di tentare davvero di cambiare qualcosa, l’impegno sembra svanire.Un esempio lampante? Il referendum dell’8-9 giugno 2025. Quattro quesiti direttamente collegati al mondo del lavoro: reintegrazione nei licenziamenti illegittimi, indennità senza limiti per chi viene licenziato nelle piccole imprese, norme sui contratti a termine, responsabilità negli appalti.

Temi centrali, che riguardano proprio quelle ingiustizie che, online, indignano migliaia di persone ogni giorno.

Eppure, l’affluenza è stata del 30,6%. Il resto? Tutti a casa. Come sempre, lamentarsi è semplice, partecipare è un’altra storia. Questo non vuol dire che la Generazione Z non abbia ragione nel voler tutelare se stessa: anzi, è forse la prima generazione ad avere il coraggio di dire apertamente che il lavoro non può distruggere la vita di nessuno. Ma la consapevolezza deve andare di pari passo con la responsabilità. Rifiutare un lavoro è un atto legittimo, persino rivoluzionario, ma se vogliamo davvero un mondo in cui nessuno debba più accettare condizioni indegne, allora non basta parlarne online: bisogna esserci quando conta. Perché il cambiamento non nasce dagli storytime di TikTok, ma dalle scelte, anche scomode, che facciamo nella realtà.
 

Martina Colladon

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