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La musica che ci gira intorno | 09 maggio 2026, 08:00

La musica che ci gira intorno - Braff: “In questo mondo c’è ancora bisogno di musica”

Il cantauto-rapper genovese torna con Qualcosa in più, un album a metà tra lo storytelling e la nostalgia con la voglia direstare autentico oltre i numeri

'La musica che ci gira intorno’ è il format de ‘La Voce di Genova’ dedicato alla scoperta e alla valorizzazione della scena musicale ligure, con un focus su artisti locali, eventi, nuovi talenti e le tradizioni sonore della nostra regione. Ogni settimana la musica sarà protagonista, in ogni sua forma e da ogni punto di vista. Qui troverai interviste agli artisti, le nuove uscite discografiche, gli appuntamenti per vedere concerti ed esibizioni live e spazio a chi, con la musica, ci lavora: dai produttori ai fonici, dai musicisti ai gestori di locali, teatri e spazi dove è possibile far sentire la propria voce.

C'è un momento, nella prima traccia di Qualcosa in più, il nuovo disco di Braff uscito l'8 maggio, in cui la voce dice: “Mi chiedo se in questo mondo c'è ancora bisogno di musica. Tutto è stato fatto, tutto è stato detto”. È un'apertura insolita per un disco rap, quasi un atto di resa preventiva. Ma Braff, trentadue anni, genovese, ex calciatore mancato, ex milanese per necessità, ora di nuovo a Genova per scelta, è quel genere di artista che, quasi senza che tu te ne renda conto, ti racconta storie e le inanella una dietro l’altra in un disco.

"Il nome d'arte è un omaggio a Zach Braff, il protagonista di Scrubs - spiega - un personaggio che mi ha sempre incuriosito e in cui mi ci riconosco un po' per questo binomio tra leggerezza e serietà. A volte è sciocco, a volte è serio”. Poi ride: “E poi ci sono delle lettere che rimandano al mio nome e cognome” tenendo ‘nascosto’ il suo nome.

Il percorso che porta a questo secondo disco è tutt'altro che lineare. Inizia al liceo con un gruppo di amici che si fa chiamare Peggio Zarry Crew e registra parodie dei Club Dogo. “Ci divertivamo a fare i gangster, noi del liceo classico”, ricorda. “Avevamo fatto un pezzo su Scrubs: risentirlo oggi è impossibile, era un pezzo terribile. La vocina adolescente. Però per chi ama la serie era un bel tributo”.

Poi il ginocchio. La storia che si ripete a metà tra la frase da rimorchio e il disco indie alternativo: c'era il calcio, c'era il sogno, ed è arrivato il crociato a fare la scelta al posto tuo. “Ho suonato la chitarra classica e avrei potuto fare il conservatorio, poi ho preferito il calcio. Al liceo mi sono rotto il ginocchio, quindi il calcio l'abbiamo accantonato”.

Per dieci anni, dal 2013 al 2023, Braff sceglie il silenzio. Milano, lo studio, il lavoro, la vita che si mangia le passioni se non stai attento. Poi la pandemia, il ritorno a Genova, l'incontro con Desso e Dematteis dello Studio Larsen, produttori che diventano anche acceleratori umani del progetto. "Mi hanno incentivato e sono stati i primi a dirmi che era un peccato tenere fermi questi pezzi. Io sentivo di avere dentro un po' di cose da dire. Scrivere mi piace, mi aiuta a star bene, a mettere ordine nei pensieri”.

Il primo disco, Opposti e Contrasti (2024), era un lavoro compatto, cupo, autobiografico. Un disco di ventre. Qualcosa in più è un cambio di passo dichiarato: “È finita la fase Narciso”, dice senza nostalgia. “Abbiamo aperto lo sguardo sul mondo. C'è tanto storytelling con storie inventate, o tratte dalla quotidianità di chi mi stava intorno. Mi sento un cantauto-rap, questa definizione mi piace molto”. Non è più un disco di pensieri, o meglio, non solo. È un disco di persone.

Qualcosa in più suona come un titolo ottimista. Non lo è del tutto. “È un monito a non fermarsi alle apparenze, ai giudizi superficiali, alle etichette”, spiega Braff. Ma poi aggiunge qualcosa che è probabilmente la chiave di lettura più onesta del disco: “C'è questa ricerca a tutti i costi di qualcosa di diverso, qualcosa in più, qualcosa di meglio che poi rischia di diventare una rincorsa ideale. Cerchi, cerchi, cerchi e non sei mai soddisfatto. Io vivo un po' questa contraddizione”.

È il disco di qualcuno che vuole distinguersi e sa che il voler distinguersi è già una trappola. Che vuole fare qualcosa che valga la pena ascoltare e si chiede pubblicamente, nella prima strofa, se abbia senso farlo. È una posizione intellettualmente scomoda, e per questo interessante.

Il brano su cui punta di più si chiama Che effetto fa: “È il pezzo più semplice che abbia mai scritto, e l'unico che mi commuove”, e forse ascoltandola ciascuno può trovare una sfumatura personale, un racconto di qualche persona cara, riflessi di una vita che va avanti poggiandosi solidamente su quella nostalgia che dovrebbe farci apprezzare meglio quello che viviamo ogni giorno. Nato d'impulso dopo il ritorno nella casa di famiglia sulle alture genovesi, evoca l'infanzia a Cogoleto. Ha un coro di bambini della scuola primaria di Arenzano. È, per stessa ammissione sua, l'esatto opposto di quello che ci si aspetterebbe da un disco rap.

L'altra traccia-chiave è l'intro del disco, che si chiama Outro (L'unica ragione), con DJ Kamo agli scratch. La logica del nome rovesciato non è un vezzo: “È intitolato Outro perché simboleggia la mia ‘fine’ come rapper, la fine di un certo tipo di musica”, spiega. È il tipo di scelta che chi non ha niente da dimostrare può permettersi di fare.

Sul rapporto con Genova, Braff è lucido e privo di romanticismi inutili. "È stato più facile ricevere feedback e creare connessioni fuori come Milano, Modena, Bologna che a Genova in un primo momento. Avevo fatto un pezzo che era diventato un po' virale online, mi ha scritto chiunque in Italia. Da Genova, nessuno”. L’analisi chirurgica non è una critica, più un dato di fatto: “Forse c'è un po' di diffidenza iniziale. Ti devono conoscere almeno un po’”. Poi, piano, qualcosa si è spostato. Laboratori con Rap for Rights, l'open mic del Genova Hip-Pop Festival, nuove connessioni. “Nel momento in cui ho iniziato a stare sul territorio, si sono create connessioni anche qui”, ammette.

Nel frattempo, Braff si muove sempre più verso la produzione. “In questo momento mi piace più produrre. Come beatmaking, la reference numero uno è DJ Shocca”. Il live non è escluso dal futuro, ma non è la priorità: “Ho grande rispetto per chi spacca dal vivo. Io mi sento che devo lavorarci ancora, e non so nemmeno se voglio farlo, forse il mio posto è dietro le quinte”.

È una risposta che in pochi, nell'industria musicale attuale, avrebbero il coraggio di dare. Ma Braff è il tipo di artista che preferisce dire una cosa scomoda vera piuttosto che una cosa comoda falsa. Forse è per questo che la sua musica si lascia ascoltare e scoprire.

Isabella Rizzitano - Chiara Orsetti

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