Rimborsi di nuovo a rischio per le famiglie che hanno iscritto i figli ai corsi di nuoto nell’ambito del bando Swim&Go, la misura promossa da Regione Liguria e gestita da Filse per sostenere l’attività natatoria di base dei bambini. Dopo le prime criticità legate alla data dei pagamenti, che avevano già lasciato fuori dal contributo numerosi nuclei familiari, ora a preoccupare è una nuova interpretazione dei requisiti di ammissibilità.
Il problema, secondo quanto denunciato dalle famiglie coinvolte, riguarderebbe la durata dei corsi. L’articolo 5 del bando prevede, tra le condizioni per accedere al voucher, la frequenza di almeno una lezione settimanale per un periodo minimo di nove mesi. Secondo quanto segnalato da alcune famiglie, però, Filse starebbe "interpretando questo requisito in modo particolarmente restrittivo, equiparando i nove mesi a un periodo di almeno 270 giorni solari".
Un criterio che, secondo i genitori coinvolti, non risulterebbe indicato in modo esplicito nel testo del bando e che rischierebbe di escludere dal rimborso anche corsi svolti regolarmente lungo l’intera stagione sportiva, da settembre a giugno.
È il caso, ad esempio, dei "corsi propedeutici organizzati dalla G.S. Aragno, svolti dal 15 settembre al 7 giugno, per una durata complessiva di 266 giorni": un’attività che copre di fatto dieci mensilità, ma che potrebbe non essere considerata ammissibile per il mancato raggiungimento della soglia dei 270 giorni. Una differenza di appena quattro giorni che, se confermata, avrebbe conseguenze concrete sulle famiglie che hanno sostenuto le spese confidando nella possibilità di accedere al voucher previsto dal bando.
La misura Swim&Go era nata proprio con l’obiettivo di alleggerire i costi a carico dei nuclei familiari e favorire la pratica sportiva di base, attraverso un contributo fino a 500 euro per l’attività natatoria dei bambini regolarmente iscritti presso società sportive di nuoto. Un intervento pensato anche per incentivare l’avvicinamento dei più piccoli a una disciplina considerata importante non solo sotto il profilo sportivo, ma anche per la sicurezza in acqua.
Già nei mesi scorsi, però, il bando era finito al centro delle critiche per un primo limite temporale: quello legato alla data del pagamento. Erano infatti rimaste escluse molte famiglie che avevano iscritto i propri figli prima del 18 agosto 2025, pur avendo sostenuto regolarmente i costi di un’intera stagione sportiva. Una soglia che aveva generato malumori e accuse di disparità di trattamento tra chi aveva pagato pochi giorni prima e chi aveva effettuato il versamento dopo quella data.
Ora la nuova criticità rischia di aprire un ulteriore fronte. Il nodo, questa volta, non riguarda il momento del pagamento, ma il modo in cui viene calcolata la durata minima del corso. Per le famiglie, i nove mesi previsti dal bando dovrebbero essere letti in coerenza con la struttura ordinaria della stagione sportiva, che nella maggior parte dei casi si sviluppa da settembre a giugno, e non trasformati automaticamente in una soglia fissa di 270 giorni solari.
“I nove mesi di corso non possono diventare automaticamente 270 giorni se questo criterio non è scritto in modo esplicito nel bando”, è il ragionamento dei genitori che chiedono chiarimenti. “Così si rischia di penalizzare chi ha frequentato un’intera stagione sportiva, rispettando lo spirito della misura e sostenendo spese significative”.
Secondo le famiglie coinvolte, il principio ispiratore del bando dovrebbe essere quello di sostenere lo sport di base e aiutare i nuclei familiari che hanno investito nell’attività dei propri figli, non quello di escludere domande per differenze minime e non chiaramente previste dal regolamento.
Dunque, il timore è che un’applicazione troppo rigida dei requisiti finisca per penalizzare proprio le famiglie che il bando avrebbe dovuto sostenere. “Le famiglie devono essere tutelate, così come deve essere tutelato lo sport di base”, sottolineano i genitori. “Non si può rischiare di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nelle politiche di sostegno allo sport a causa di un’applicazione eccessivamente formalistica delle regole”.














